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L’attacco in Mali dimostra, ancora una volta, come il problema del jihadismo nel Sahel è un tema assolutamente centrale per comprendere la stabilità dei Paesi dell’Africa subsahariana. Il Mali, in particolare, è un caso emblematico dell’intreccio, sempre più inestricabile, fra religione, povertà, rivendicazioni autonomiste e influenze estere. Un intreccio che ha reso lo Stato del Mali un vero ginepraio di guerre, e dove l’impegno dell’esercito, coadiuvato a livello internazionale dalla Francia, può fare ben poco di fronte alle crescenti minacce. L’ascesa del terrorismo islamico di stampo salafita, che si è unito nel tempo alle guerre tribali da sempre presenti nel Paese, è culminata, negli ultimi anni, in attentati su più fronti, che hanno colpito la capitale Bamako così come villaggi più lontani o resort di lusso. L’attività delle sigle jihadiste cresce continuamente e diventa in molti casi irrefrenabile, soprattutto nel nord del Mali.

Qui l’islamismo è diventato nel tempo un fenomeno sempre più presente nelle società tribali, e, per certi versi, è spesso un’alternativa della popolazione alla fame e alla povertà. Questa instabilità perenne del Mali, così come di tutti i Paesi del Sahel, è stata per lungo tempo arginata dalle truppe statali e da interventi internazionali. Ma negli ultimi anni, è stata particolarmente incisa da una crescita esponenziale dell’infiltrazione wahabita nella regione. Questa penetrazione della dottrina wahabita è stata resa possibile da legami più o meno evidenti con le monarchie del Golfo, accusate da più parti di finanziare gruppi jihadisti nel Paese per controllarne la stabilità e portare il Mali sotto la propria sfera d’influenza. Negli anni, sia il Qatar sia l’Arabia Saudita hanno intrapreso una serie di attività di finanziamento di scuole coraniche e centri di cultura islamica il cui scopo è quello di edificare nella società maliana una cultura più affine alla dottrina professata nella penisola arabica. Ed è interessante osservare come anche in un Paese a migliaia di chilometri dal Medio Oriente, la guerra tra sciismo e sunnismo, per riuscire a dominare la classe dirigente dello Stato, è altrettanto presente. Anche qui, in Mali, ai centri culturali islamici di formazione wahabita si contrappone la storica presenza di una piccola comunità sciita che però è legata molto profondamente all’Iran. Non a caso, in alcuni cablo di Wikileaks provenienti dall’Arabia Saudita, si mostrava l’importanza del Mali per Riad nella sua lotta all’espansione cultuale e politica dell’Iran.

Il nord del Mali si è così trasformato, negli anni, una sorta di centrali di reclutamento e di addestramento di tutte le popolazioni locali che hanno deciso di intraprendere la lotta armata contro lo Stato centrale, da sempre fortemente legato alle potenze occidentali. Per anni, la cultura locale, soprattutto quella delle tribù del ceppo Tuareg, ha rappresentato un freno formidabile all’avanzata di ogni forma di wahabismo o di salafismo. Tuttavia, l’impoverimento causato dalla siccità, dalla chiusura di alcuni corsi d’acqua e dallo sfruttamento delle risorse da parte delle multinazionali occidentali, hanno condotto molte tribù a vedere una via d’uscita nella radicalizzazione islamica e nei soldi, miliardi di dollari, che arrivavano dal Golfo Persico in cambio della conversione alla legge islamica imposta dalla confessione wahabita o salafita. Con il tempo, l’intreccio tra islamismo radicale e traffici illeciti è diventato nel tempo indissolubile: lo jihadismo si è unito alla tratta di esseri umani che portano migliaia di persone dall’Africa equatoriale alla Libia, al traffico di armi e a quello di minerali. A complicare il quadro c’è inoltre una galassia jihadista che è notevolmente complessa e che pur rientrando nell’orbita di Al Qaeda, ha delle sue peculiarità legate al fatto che vi s’intrecciano legami tribali fortemente sentiti in tutto il Sahel. Nell’ultimo decennio, le sigle islamiste si sono allineate ad Al Qaeda nel Maghreb, ma sono sorte spesso scissioni all’interno dei movimenti legati al finanziamento proveniente dall’esterno, alla divisione dei profitti ma anche a questioni etniche dovute alla contrapposizione tra ceppi più nordafricani e quelli più centrafricani.

A queste distinzioni, è sempre però rimasto fermo il ruolo guida di Al Qaeda, vera mente del movimento jihadista di tutto il Sahel. Una guida che però è messa in discussione soprattutto dalla nascita dello Stato Islamico, sotto le cui bandiere si sono unite milizie jihadiste di tutta la regione. L’attrazione del Daesh tra le milizie islamiste della regione è molto forte, e la sua propaganda è arrivata in profondità in tutto il nord del Mali. L’intervento francese, ad oggi, ha prodotto poco in termini di sicurezza. Le migliaia di soldati francesi che guidano le truppe del cosiddetto G-5 del Sahel non riescono a far recuperare terreno al governo centrale di Bamako e rappresentano un motivo ancora più forte per l’inasprimento della guerra dei terroristi. Un elemento che fornisce ulteriore complessità a un quadro geopolitico in cui le influenze esterne, religiose e politiche, sembrano in realtà giocare per mantenere l’instabilità del Paese piuttosto che farlo uscire dalla crisi in cui è finito.

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