Jeremy Corbyn è l’unico che può strappare dalle mani la vittoria a Theresa May. I sondaggi dicono che potrebbe almeno compromettere la prevista maggioranza conservatrice in parlamento. Se la ricetta della May rappresenta un sostanziale ritorno al conservatorismo sociale, quella di Corbyn è un tuffo nel passato del socialismo reale promosso dai labouristi negli anni 70′. Il fattore terrorismo sembra, secondo le rilevazioni, favorire una rimonta che sino a quattro settimane fa era non era pronosticabile. Nelle elezioni locali, infatti, i Tories hanno dominato, facendo emergere tanto la crisi del Labour quanto la scomparsa dell’Ukip. Adesso la situazione è cambiata: il leader della sinistra progressista può tentare uno sgambetto potenzialmente fatale. Il motivo della diffidenza dell’elettorato su Corbyn era, e in parte resta, il suo programma elettorale. Anticipato dalla stampa e da un leak girato sul web all’inizio di questa campagna elettorale, il manifesto labourista è una proposta elettorale di sinistra pura: nazionalizzazione delle poste, di una parte del settore energetico e delle ferrovie; graduale cancellazione della retta d’iscrizione all’università per gli studenti e conseguente riforma dell’università, che nei desiderata dei progressisti diverrebbe gratuita per tutti; in materia sociale, invece, il piano prevede la costruzione di migliaia di alloggi popolari, una riforma del welfare e un fondo per aiutare le persone rimaste prive di abitazione. Il parallelismo giornalistico che viene fatto con più assiduità, non a caso, è quello con Michael Foot, leader massimalista del labourismo negli anni 80′ e feroce oppositore di Margaret Tatcher.  La strategia politica è evidente: si pensa che la Brexit avrà ripercussioni sul ceto medio, il primo indiziato a subire gli effetti dell’uscita dal mercato unico europeo della Gran Bretagna. Jeremy Corbyn si sta prodigando, allora, per attrarre il voto della middle class, proponendosi come il tampone naturale alla crisi che questa classe sociale, secondo alcune previsioni, dovrà affrontare. Sulla Brexit, è risaputo, Corbyn ha una posizione diametralmente opposta a quella della May:  questa avrà luogo solo mediante un accordo doganale e commerciale di amplio respiro con l’Ue. Soft Brexit, dunque, e addio all’opzione del “no deal” promossa dai conservatori. Anche per Corbyn, tuttavia, “no deal better than a bad deal”, cioè nessun’accordo resta comunque un’ipotesi migliore di un pessimo accordo.  Ma come può declinarsi nel concreto un manifesto elettorale così  stravolgente delle logiche sociali e dell’assetto complessivo dei patrimoni pubblici? In questa domanda risiedono la maggior parte delle perplessità degli elettori britannici. Il rischio conclamato, del resto, è che per realizzare tutto ciò serva un forte incremento della tassazione fiscale. Il Pil è in calo e sia il debito privato sia quello pubblico sono in sensibile e costante aumento. ” E infatti- scrive Leonardo Maisano sul Sole24Ore- la previsione è un rialzo dell’aliquota Irpef marginale del 5% e la crescita progressiva delle tasse sulle imprese dal 19% di oggi al 26-28%. Stretta fiscale inevitabile visto l’elefantiaco programma di edilizia popolare con più 100mila case che Corbyn vorrebbe costruire.” Tutta la visione di Jeremy Corbyn sul futuro della Gran Bretagna nasconde, infine, una considerazione estremamente pessimistica: il ripristino ad un programma targato anni 70′, un passo indietro che abrogherebbe le liberalizzazioni operate dalla Tatcher, acquisisce politicamente un significato, solo se si ritiene che quanto verrà fuori dalla Brexit si paleserà essere una vera e propria catastrofe sociale. Questa nostalgia per il socialismo reale, insomma, è adombrata dalla percezione che la ragione appartenga agli economisti che parlano di calo del 20% del grande business e di delocalizzazioni assidue, specie da parte delle banche europee. Insomma, tornare indietro sarà necessario perché la Brexit sarà un disastro, questo è il messaggio comunicativo dei labouristi ai britannici. Fare previsioni di sorta è un esercizio per chiromanti, l’unica certezza è che se Theresa May dovesse svegliarsi il 9 di giugno senza maggioranza, la Gran Bretagna si ritroverebbe in una situazione ancor più caotica dell’attuale.