Jean-Luc Mélenchon è l’ultima sorpresa delle presidenziali francesi. Per la prima volta, secondo un sondaggio svolto da Sofres OnePoint per LCI, Le Figaro e RTL, infatti, il candidato più a sinistra del quartetto rimasto lizza per il ballottaggio, ha superato Francois Fillon, arenato in quarta posizione. In Francia sono tempi difficili per la politica dei partiti tradizionali, così, uno dei pochi a non subire in percentuale la grande rivoluzione dei consensi che sta attraversando l’oltralpe, è proprio Jean-Luc Melenchon, il leader della “France insoumise”, la Francia irriducibile, la coalizione comprendente anche il Parti de Gauche, formazione fondata dallo stesso Mélenchon stesso nel 2009 ed estesa ad un universo composito di formazioni ascrivibili alla sinistra radicale. Per comprendere bene il fenomeno in questione, è necessario premettere che il suo modello di riferimento è Chavez. Nel dibattito contemporaneo sulla tematica del populismo, quindi,  Melénchon incarna il modello del left wing populism in Europa, l’ala ideologicamente a sinistra tra le teorizzazioni sovraniste, più presente in Sud America che nel vecchio continente. Mélenchon è solo l’ultima delle sorprese che hanno rivoluzionato il mondo della sinistra francese. La sua rivincita, tra l’altro, è principalmente conto il Ps e Benoit Hamon, il candidato partitico decisamente all’angolo e da tempo alle spalle di Mélenchon nei sondaggi. Il consenso attribuito dalle rilevazioni a questo candidato proviene dalla medesima situazione di caos sociale per cui Marine Le Pen è data ad oggi saldamente in testa al primo turno. Mélenchon, del resto, come specificato in questo pezzo, si nutre di caos e fa del caos un alimentatore naturale di consensi. L’ ex Ministro dell’Educazione Nazionale nel governo di Lionel Jospin (2000-2002), poi, è un ex membro delParti Socialiste. Ecco perchè la sua suona sempre di più come una rivalsa nei confronti del mondo da cui proviene. Il populismo di sinistra, però, non è quello di Marine Le Pen e commette un errore madornale chi opera un maquillage teso a mischiare le due componenti ideologiche. Se c’è un punto di contatto, questo sta nella definizione stessa di populismo, riscontrabile ad esempio nelle dissertazioni al riguardo di Daniele Albertazzi e Duncan McDonnell, che definiscono il populismo, in sintesi, come il riscatto del popolo, per mezzo della riacquisizione della sovranità, nei confronti dell’élite. In questo Mélenchon e Le Pen sono simili. Nella forma. Sostanzialmente, invece, siamo dinanzi due fenomeni ben distinti. In riferimento alla tipologia di tipo left del populismo, sarà utile citare il lavoro che nell’autunno del 2015 venne pubblicato in Spagna: un dialogo tra la politologa Chantal Mouffe ed il dirigente di PodemosÍñigo Errejón, dal titolo  “Costruire il popolo” (Construir Pueblo ). All’interno di questo scritto si possono trovare le basi della riflessioni interne alla sinistra postmarxista sul populismo di sinistra, quindi anche quelle di Mélenchon. Il riferimento intellettuale della politologa belga, sarà bene specificare, era Ernesto Laclau, filosofo teorico argentino, autore de “La ragione populista”, pubblicato in Italia nel 2008 da Laterza e principale esponente della corrente di pensiero della tipologia Left-Wing o, almeno, suo ispiratore. Il populismo in questa sua ultima espressione ha come prerogativa quella di essere un modo di costruzione del politico atto al superamento del capitalismo neoliberista in funzione dell’affermazione in primis di un nuovo modello economico slegato dai processi di accentramento della ricchezza favorevoli alle grandi multinazionali, alla speculazione finanziaria, alla rete globale di paradisi fiscali, all’’estremizzazione del divario tra ricchi e poveri, che permetterebbe ai possessori di grandi capitali di prosperare a discapito del ceto medio e di tutte le altre fasce sociali, contribuendo così, mediante un trend apparentemente inarrestabile, alla creazione di un numero sempre maggiore di poveri. Elemento presente anche nel tipo Right-Wing che accompagna però alla critica del modello finanziarizzato dell’economia, la riproposizione dello stato nazionale quale soluzione. Mélenchon si inserisce dentro questa disamina culturale, dentro un modello che privilegia la fattispecie dei singoli diritti civici a quella macroscopica del ritorno dell’autarchia sovranista tout court. Una base di partenza più teorica ed intellettuale rispetto al pragmatismo del Front National. Mélenchon ha sessantacinque anni, poche possibilità di arrivare effettivamente al ballottaggio, ma ha aperto uno spiraglio politico in grado di far sì che il modello sovranista di sinistra possa trovare terreno fertile anche in Europa. Con la Le Pen ci sono contatti ideologici, certo, ma anche distanze siderali come quella riguardante l’immigrazione, il tema dell’entranger, lo straniero ed in comune ci sono soprattutto i milioni di elettori (10-15 secondo le stime) che si dichiarano ancora indecisi sul proprio voto alle ormai imminenti presidenziali francesi. Scavalcare Macron ad oggi pare impossibile, ma mancano ancora 15 giorni. 

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