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Con piacere vi segnaliamo e rilanciamo questo articolo di Davide Malacaria per “Piccole Note” che parla delle ragioni strutturali della scelta a sorpresa di Donald Trump di chiamare come candidato alla vicepresidenza il senatore dell’Ohio JD Vance. Buona lettura!

Trump ha scelto J.D. Vance come vicepresidente. In una nota pregressa accennavamo al fatto che l’ex presidente avesse davanti due scelte: un uomo di establishment come fu nel 2016 Mike Pence, cioè una scelta di compromesso, oppure un rappresentante del diversificato ambito Maga, quindi una scelta di rottura. E rottura è stata, tanto che i media di establishment schiumano rabbia.

Una scelta intelligente e appoggiata dai trumpiani più lucidi, come ad esempio l’anchorman Tucker Carlson, e soprattutto Elon Musk, che ha subito aperto i cordoni della borsa, comunicando che finanzierà la campagna di Trump con 45 milioni di dollari al mese.

Velenoso il commento del New York Times, secondo il quale in tal modo Musk “ha rotto con la tradizione consolidata dai leader di altre importanti aziende di social media, nessuna delle quali ha mai sostenuto un candidato presidenziale”. Davvero imbarazzante come commento, basta ricordare come i social abbiano contribuito massivamente alla vittoria di Biden del 2020, imperversando contro i messaggi di Trump, per poi bannarlo in via definitiva, e oscurando i profili di suoi alleati e sostenitori.

Al di là delle ipocrisie del potere, la scelta di portare sugli scudi Vance non ha solo lo scopo andare allo scontro frontale con l’establishment, che d’altronde non poteva evitare come dimostrano i recenti accadimenti, ma ha anche uno scopo più sottile e decisivo.

Essendo Vance un “clone” di Trump, come da definizione di Biden, scegliere lui ha anche una valenza protettiva: se qualcuno riprovasse a far fuori l’ex presidente, stavolta riuscendoci, il candidato repubblicano sarebbe comunque un suo uomo, che il “martirio” del tycoon renderebbe intoccabile. Ciò dovrebbe sconsigliare il ripetersi di incidenti in stile Butler.

Per quanto riguarda Vance, tanti hanno sottolineato la sua forte connotazione religiosa. Cattolico, avrà forse sorriso per la coincidenza temporale che ha visto l’attentato andato a vuoto contro Trump consumarsi il 13 luglio, giorno dell’ultima apparizione di Fatima, quando la Madonna ha promesso ai tre fanciulli che, alla fine dei tempi, il suo cuore immacolato avrebbe trionfato (lo hanno notato, ad esempio, alcuni siti cattolici americani).

Ma al di là dei richiami al soprannaturale, e per tornare alla nuda cronaca, tutti hanno ricordato che Vance si è distinto per la sua posizione sulla guerra ucraina, riguardo la quale ha chiesto un ritorno al realismo, abbandonando le tragiche quanto illusorie fantasie che hanno dominato la politica occidentale alimentando il suicidio collettivo di una nazione non più sovrana (vedi un suo intervento ripreso su Piccolenote).

Altri, invece, hanno sollevato dubbi circa un’asserita subalternità di Vance alla lobby ebraica, che ha certa influenza in America. Vero, ha rapporti con essa, ma è vero anche che li hanno più o meno tutti i politici made in Usa, tranne eccezioni che confermano la regola.

Di interesse, sul punto, notare che, nella sua prima intervista dopo esser stato scelto da Trump, abbia detto che Israele deve porre fine alla guerra di Gaza “il più rapidamente possibile”. Non che ciò garantisca un’equidistanza nel conflitto israelo-palestinese, ma è davvero difficile pensare a qualcosa di peggio delle tragiche ipocrisie dell’attuale amministrazione, che parla di tregua e invia bombe da 2mila libbre a Tel Aviv.

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