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Quello tra Italia e Vaticano è un rapporto a più livelli, simbiotico, profondo e complesso. Al tempo stesso particolare, nazionale, universale. La Santa Sede esercita la sovranità territoriale nel cuore della città di Roma, l’Italia è storicamente stata l’epicentro della Chiesa cattolica e, nell’ultimo secolo, la proiezione mondiale della “superpotenza” immateriale di Oltretevere ha contribuito a rappresentare un volano per la diplomazia italiana, un interlocutore privilegiato, un collegamento fondamentale.

Italia e Vaticano sono in simbiosi per un’ampia gamma di questioni, e questo è rimasto una costante anche nell’era di Papa Francesco che sotto il profilo “geopolitico” ha dato una strutturazione post-occidentale all’azione della Chiesa romana. Anzi, il fatto che negli ultimi quattro decenni si siano alternati tre papi non italiani, Giovanni Paolo II, Benedetto XVI e Francesco,e che la Curia romana si stia gradualmente internazionalizzando può rappresentare un fattore di rafforzamento di legami formali e non che negli ultimi decenni hanno contribuito a consolidare l’interesse di entrambi i Paesi.

L’Italia ha attivamente sostenuto la Santa Sede quando il Vaticano ha promosso gli aiuti ai dissidenti nei Paesi del Patto di Varsavia negli Anni Ottanta, ha dato copertura diplomatica all’azione di organismi cattolici attenti alla cooperazione internazionale (Cuamm, Comunità di Sant’Egidio e via dicendo) nel delicato teatro africano, nei decenni di governo della Democrazia Cristiana ha attraverso figure come Giulio Andreotti, decisivo come presidente del Consiglio e ministro degli Esteri ma anche come vero e proprio cardinale “laico” di Roma, captato in anticipo gli umori della Santa Sede. Creando dunque sinergie nel campo internazionale, dall’Ostpolitik di Agostino Casaroli al processo di formalizzazione delle relazioni con gli Stati Uniti guidato da monsignor Pio Laghi.

Al contempo non è stato meno sostanziale l’apporto del Vaticano all’interesse nazionale italiano. L’Oltretevere rappresenta, oltre all’epicentro della principale religione dell’Occidente, anche la guida di un’istituzione millenaria e presente globalmente. A cui si associa un apparato informativo e di intelligence con pochi eguali al mondo: alla Segreteria di Stato vaticana e agli organi collegati affluiscono in continuazione i rapporti dei vescovi di tutto il mondo sullo stato delle diocesi, le relazioni di organizzazioni cattoliche e prelature personali come l’Opus Dei, richieste e informazioni da parte di Ong cattoliche, missioni, scuole legate al mondo cattolico, istituzioni quali la Caritas, gruppi attenti nell’evangelizzazione e nella tutela dei cristiani nelle aree di crisi (come Aiuto alla Chiesa che Soffre), informazioni economico-finanziarie legate allo Ior, scambi informativi con i media di orientamento cattolico di tutto il mondo, mozioni e appelli di sindacati, organismi per il diritto dei lavoratori di matrice cattolica, relazioni diplomatiche. Messe a fattor comune queste conoscenze consentono alla Chiesa di avere una visione d’insieme del sistema-mondo articolata e lucida, che più volte ha reso la Santa Sede e i Papi in grado di leggere in anticipo rischi e dinamiche dell’era contemporanea: dalle minacce connesse ai conflitti in Medio Oriente all’ascesa delle disuguaglianze su scala globale, passando per l’effetto atomizzante e le insidie dello sdoganamento completo della globalizzazione.

Per l’Italia avere un accesso diretto e un “polso” su questo patrimonio informativo rappresenterebbe un risultato fondamentale e un fattore in grado di valorizzare lo sforzo diplomatico nazionale in diverse aree di valenza strategica: pensiamo al bacino del Mediterraneo, sul cui ruolo nel mondo contemporaneo la Chiesa italiana si è spesso interrogata, al Medio Oriente o all’Africa, dove ora è proprio la Santa Sede ad essere la potenza diplomatica internazionale più presente. Italia e Vaticano, inoltre, sono per vocazione favorevoli al multilateralismo negli affari internazionali. Nel 2015 La Civiltà Cattolica, la rivista italiana edita dai Gesuiti le cui bozze vengono approvate o riviste dalla Segreteria di Stato vaticana, sottolineò che l’Italia del XXI secolo non sapeva correttamente sfruttare la leva dei rapporti col Vaticano: “Roma è un luogo strategico per la manifestazione del «soft power» delle religioni, e Roma è anche «luogo ideale» per uno «scambio tra il Ministero degli affari esteri e delle Cooperazioni internazionali e la religione, in quanto “hub” di una rete transnazionale di connessioni religiose”. Non va inoltre sottovalutato il fatto che buona parte dell’interlocuzione e dello scambio informativo interno alle gerarchie episcopali avvenga in italiano, ancora oggi “lingua franca” della Santa Sede.

Un rafforzamento del peso del Vaticano su scala globale può dunque a cascata incidere sulla lucida visione che l’Italia ha del mondo, sulla sua capacità di proiettare influenza, sul suo soft power. I cattolici di tutto il mondo guardano a Roma e dunque inevitabilmente all’Italia come centro propulsore della cristianità. E non c’è dubbio che è la Santa Sede, oggigiorno, a preservare il peso dell’Urbe come grande città di valore globale. I cattolici di tutto il mondo hanno in potenza la possibilità di entrare nella comunità degli “italici“, come li ha chiamati l’imprenditore e ex presidente della Regione Lombardia Piero Bassetti mutuando un termine già utilizzato per indicare tutte le antiche popolazioni che vivevano in Italia prima dell’unificazione romana: coloro che sono attratti dall’Italia e che definiscono la propria identità anche mediante il nostro Paese. Dotato di uno spirito eterno anche – e soprattutto – per il legame ombelicare con il Vaticano. La cui visione ecumenica oggi deve essere una lezione anche per la strategia diplomatica italiana. Troppo spesso rapsodica e incapace di pensare all’interesse nazionale in ottica di sistema e guardando ai tempi lunghi che la Chiesa, da istituzione millenaria, presidia autorevolmente.

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