SOGNI DI DIVENTARE FOTOREPORTER?
FALLO CON NOI

Il mare Mediterraneo non è mai stato completamente e integralmente nostrum, ma è innegabile che l’Italia abbia proiettato su di esso un’influenza determinante, equiparabile ad una sorta di primazia egemonica, sino alla prima metà degli anni 2000. Non era una questione di esercitare controllo esclusivo e monopolistico sull’ex spazio coloniale ereditato nel secondo dopoguerra, ma di possedere capacità straordinarie di condizionamento geopolitico, economico e culturale in un’area molto più estesa, spalmata dai Balcani occidentali al Medio Oriente inoltrato.

Nell’ultimo decennio, però, la grandeur italiana è andata incontro ad un processo di grave e repentina erosione che, scaturito dall’albeggiare dell’era multipolare, è stato aggravato in maniera sensibile da una serie di mancanze e problematiche di natura endogena, in primis il deterioramento della qualità della classe politica e in secundis la mancanza associata di una visione di lungo termine.

Roma, in sintesi, non ha saputo cogliere il cambio di paradigma, perché preda di una combinazione staticida di miopia strategica e abulia che, se non trattata con la dovuta serietà, rischia di rendere la frattura immedicabile e di riportare il Bel Paese ad essere, per dirla alla Metternich, “una mera espressione geografica”.

Dal “Mare Nostrum” al “Mare Lorum”

17 marzo 2011 è la data dell’inizio della fine. Fine di un’epoca avente l’Italia quale baricentro del cosiddetto Mediterraneo allargato, inizio di un’era dapprima caotica, e dopo antagonisticamente agonistica, che vede il grande mare dell’Eurafrasia diventare un teatro centrale della competizione tra grandi potenze.

Esistono versioni e ricostruzioni divergenti e contrastanti su cosa accadde quel giorno, o meglio quella sera, quando i vertici delle istituzioni italiane, inclusi l’allora presidente Giorgio Napolitano e l’allora primo ministro Silvio Berlusconi, si incontrarono per discutere della posizione che Roma avrebbe dovuto assumere in merito alle violenze a Tripoli e se fosse il caso di accodarsi agli alleati euroamericani – fortemente favorevoli ad un intervento militare con annesso cambio di regime – oppure di agire coraggiosamente e in controtendenza tentando di impedire l’inevitabile.

Come è universalmente noto, prevalse la prima opzione, che, come ha spiegato più volte l’allora ministro degli Esteri, Franco Frattini, sarebbe stata il frutto di pressioni straordinarie e stratagemmi fraudolenti (tra i quali una finta minaccia ai siti libici dell’Eni) provenienti e orchestrati da Parigi e indirizzati specialmente al Quirinale.

Il resto è storia: assassinio di Muammar Gheddafi, caduta della Libia in uno stato di guerra civile permanente, tramonto della Seconda Repubblica con annessa la completa sparizione dell’Italia dall’arena internazionale negli anni della nebulosa e ottundente transizione verso la Terza, e progressiva perdita di potere, prestigio e influenza nell’intero spazio ex coloniale e nel Mediterraneo allargato.

In sintesi, quella sera di metà marzo, che la posterità ha duramente dannato e maledetto, fu messo in moto un lento ed inesorabile passaggio di scettro che avrebbe trasformato il Mediterraneo da Nostrum a Lorum, dove per Lorum si intende l’Urbe senza l’Orbe, ovverosia qualunque potenza tranne il Bel Paese: dalla Russia alla Turchia, dalla Francia alla Germania, dall’Egitto agli Emirati Arabi Uniti, dall’Algeria agli attori non-statuali come Stato Islamico, Fratelli Musulmani e signori della guerra coinvolti nel traffico di esseri umani.

L’ombra della Turchia ci segue ovunque

L’ombra della Francia segue tenacemente l’Italia all’interno dell’Europa e dell’Africa settentrionale, specialmente tra Balcani e Libia, e aleggia pericolosamente sulla stessa penisola – i servizi segreti nostrani lo rammentano periodicamente – in quanto esposta e vulnerabile a forme postmoderne e finanziarizzate di saccheggio e colonizzazione. Una minaccia di pari importanza, ma forse più perniciosa perché estesa globalmente, proviene dalla Turchia.

L’incidente della Saipem 12000 nelle acque cipriote, avvenuto nel mese di febbraio di tre anni or sono, rappresenta sicuramente l’esempio più esplicativo ed eloquente di ciò che Ankara è disposta a fare per tutelare i propri interessi e di cosa accade quando si incontrano un attore eroicamente postmoderno ed entrato nella fine della storia ed uno che, completamente immerso nella storia, continua a dialogare a mezzo di tradizioni diplomatiche basate sull’utilizzo delle cannoniere e sull’alternanza tra bastone e carota.

Il declino dell’Italia è stato emblematizzato dalla condotta imbelle adottata nei giorni della crisi della Saipem 12000, e da allora ad oggi nulla è cambiato: la Sublime Porta rinata continua a fiatare pesantemente e incessantemente sul collo di uno Stivale stanco e consumato, e non v’è teatro in cui non abbia guadagnato terreno a nostro detrimento.

In Somalia, il “posto al Sole” per antonomasia dell’Italia, l’avvenuta consegna di chiavi è stata palesata dal recente caso della cooperatrice sequestrata Silvia Romano, il cui ritorno in patria è stato possibile grazie al perentorio intervento dei servizi segreti turchi e che, non sorprendentemente, è stato ampiamente strumentalizzato dalla stampa anatolica filogovernativa con il duplice obiettivo di lanciare un messaggio al nostro indirizzo e proiettare potere morbido dentro e fuori la nazione africana.

Incredibilmente lungo è l’elenco dei teatri che, un tempo sotto protettorato informale italiano, sono stati inglobati nella sempre più estesa sfera d’influenza turca o dove, comunque, siamo divenuti o stiamo divenendo dei semplici concorrenti tra i tanti – e non soltanto a causa dell’assertività di Recep Tayyip Erdogan: Libia e Somalia, come già scritto, ma anche Albania e Tunisia, sullo sfondo della nolontà di formulare un’agenda autonoma e aderente all’interesse nazionale in ogni teatro in cui l’Italia abbia interessi concreti o potenziali, dall’Egitto al Libano.

E se… ?

Cosa sarebbe accaduto se Gheddafi non fosse stato ucciso? La competizione tra grandi potenze sarebbe esplosa comunque – era una semplice questione di tempo – ma con la differenza, ciclopica e sostanziale, che l’Italia avrebbe potuto gestirla da un’altitudine favorevole, grazie all’astro impareggiabile esercitato sul ra’is, ergo teleguidando un processo di transizione verso la multipolarità benevolo e profittevole.

Nessuna crisi migratoria avrebbe colpito e danneggiato traumaticamente l’Italia perché la Libia non avrebbe sperimentato alcun vuoto di potere. Ma, soprattutto, gli agenti a perenne servizio di Roma, in primis l’Eni, non avrebbero dovuto impegolarsi in una ricerca disperata di nuove fonti di approvvigionamento energetico, e la nostra classe politica, forse, non sarebbe stata avvolta dal manto suicida della quiescenza patologica.

Perché questa condizione di inerzia geopolitica, lungi dal riguardare esclusivamente Balcani e Mediterraneo allargato, ha determinato lo smarrimento e l’arretramento dell’Italia dai suoi stessi confini. Di nuovo, lo rammentano periodicamente le avvisaglie dei servizi segreti nostrani circa le mire espansionistiche d’Oltralpe e, più di recente, l’irragionevole abbandono del micro-stato di San Marino durante la pandemia – che ha creato le premesse per l’attecchimento in loco della diplomazia sanitaria russa.

Non tutto è perduto

Gheddafi è morto e l’Eni, come già menzionato, ha dovuto operare affinché si trovassero mercati alternativi dai quali acquistare il necessario a soddisfare il fabbisogno energetico nostrano. Quella ricerca ha generato più frutti delle aspettative, spianando la strada alla trasmigrazione dell’Italia dal Mediterraneo all’Asia inoltrata, quindi da una dimensione prettamente europea ad una non rispondente alle logiche ingabbianti e costrittive della geografia.

L’orizzonte geopolitico dell’Italia, invero, non è mai stato sterminato e ricco di opportunità come in questi giorni di ricorrenza del decennale dell’inizio della fine. Quest’anno, pur essendo ancora agli esordi, sta ricordando al pubblico nostrano che Roma è realmente eterna e che non è soltanto Urbi, ma anche Orbi, ovverosia che la condizione euromediterranea, lungi dall’essere insormontabile, può essere aggirata e superata trovando altrove lo spazio vitale necessario alla prosperità del Bel Paese.

Questo spazio, che è stato storicamente il Mediterraneo, è stato trovato nelle terre che giacciono al di là dell’Europa e del Medio Oriente, più precisamente nel Caucaso meridionale e in Asia centrale. L’Italia, invero, sta espandendosi silenziosamente in Uzbekistan, come illustrano le vittorie silenziose del Gruppo Eni, e in Kazakistan, trainata insospettabilmente dalle regioni, mentre ha trovato nell’Azerbaigian una nuova Libia, cioè un mercato dal valore inestimabile.

Il modus explicandi migliore, in riferimento al sodalizio con Baku, è una lettura numerica: Roma è il primo partner commerciale (ininterrottamente) dal lontano 2009, le nostre importazioni sono quasi raddoppiate dal 2016 al 2019 – da 2 miliardi e 900 milioni di euro a circa 5 miliardi –, e nell’ultimo quindicennio le imprese nostrane hanno strappato accordi e appalti per l’esorbitante cifra di sette miliardi di euro.

L’ultima (grande) commessa in ordine di tempo è stata vinta lo scorso mese da Maire Tecnimont, eccellenza italiana nel settore della trasformazione delle risorse naturali, che ha siglato due contratti dal valore di centosessanta milioni di dollari con la Heydar Aliyev Oil Refinery per ricostruire e ammodernare l’unico complesso per la raffinazione del petrolio del Caucaso meridionale. Una missione sensibile e di prim’ordine che inciderà in maniera significativa sull’economia locale e, soprattutto, sulle relazioni bilaterali tra Italia e Azerbaigian.

Investimenti a parte, l’Azerbaigian è la prima fonte di approvvigionamento di petrolio dell’Italia dal 2013 – un traffico dal valore stimato di circa cinque miliardi e cinquecento milioni di euro negli ultimi dieci anni – e, grazie alla recente entrata in funzione del Gasdotto Transadriatico (TAP, Trans-Adriatic Pipeline), assumerà inevitabilmente un ruolo crescente anche nel settore del gas naturale.

L’Italia, similmente alla piccola ma lungimirante Ungheria, potrebbe scoprire che la geografia non è un limite e che le fondamenta di un nuovo futuro possono essere gettate al di là del continente, fra Caucaso meridionale e Turkestan, a condizione che si esca dallo stato di dormienza comatosa post-Gheddafi e che si protegga concretamente e visibilmente quella sterminata costellazione di privati, piccoli, medi e grandi, che lavora alacremente per la tutela del nostro interesse nazionale. La Libia è caduta, il Mediterraneo è perduto, eppure il mondo non è mai stato così a portata di mano.