Viaggi, incontri, strette di mano, vertici: la politica estera italiana sembra essere molto attiva, specialmente dallo scorso mese di dicembre, da quando cioè l’attivismo altrui, specialmente da parte della Turchia, ha imposto al governo Conte II di tornare ad occuparsi dei dossier più delicati. Ma all’apparente dinamicità sia del presidente del consiglio che del ministro Luigi Di Maio, non stanno corrispondendo al momento tangibili risultati. Al contrario, Roma appare alla ricerca di un alleato per provare ad emergere dall’attuale e grave marginalità.

L’esempio della Libia

Quando nel luglio del 2018 Giuseppe Conte ha visto per la prima volta Donald Trump, quest’ultimo ha promesso al capo dell’allora esecutivo gialloverde una guida alla cabina di regia sulla Libia. In cambio l’Italia doveva accettare, così come ha fatto, l’imposizione di nuove sanzioni all’Iran e la rinuncia ai tanti interessi economici che il nostro paese aveva lì. Da quell’incontro è nata, ad esempio, l’iniziativa del vertice di Palermo del novembre 2018. La storia ha poi voltato le spalle a quella stagione in cui  l’Italia sembrava essere tornata protagonista in Libia. Il 4 aprile 2019 Khalifa Haftar ha iniziato la battaglia per la presa di Tripoli ed i tavoli diplomatici sono stati accantonati. L’Italia poi è stata distratta dalle proprie vicende interne ed ha colpevolmente tralasciato tutti i dossier esteri più importanti. Così, quando il 27 novembre scorso Erdogan ha resto noto il memorandum tra il suo governo e quello libico di Fayez Al Sarraj, con quest’ultimo che ha firmato senza avvisare l’Italia, Conte ha provato a fare il bis dell’anno precedente.

A Londra, a margine del vertice Nato di inizio dicembre, il presidente del Consiglio (stavolta a guida del governo giallorosso) ha provato la stessa mossa: avvicinare per Trump per avere rassicurazioni sulla Libia. Ma questa volta Conte è tornato a Palazzo Chigi a mani vuote. E così, è iniziato un lungo ed affannoso tentativo di rimonta sul dossier libico. Luigi Di Maio, proprio dal mese di dicembre, ha iniziato a lavorare come ministro degli esteri dopo essere stato a lungo risucchiato dal ruolo di capo politico del suo partito. Incontri in Libia, missioni ad Il Cairo, così come ad Istanbul ed in altri paesi del medio oriente. In mezzo anche bilaterali a Roma, compresa la gaffe con il premier libico Al Sarraj che ha annullato la visita. Ma alla fine, l’Italia è rimasta ugualmente fuori dai giochi e di concreto, al momento, non è stato portato a casa nulla. E dopo il vertice di Mosca, appare ormai chiaro che la questione non è più un problema di Roma: tanto è vero che lo stesso Conte appare incapace di dettare una linea precisa e nessuno sa realmente quale sia la strategia italiana se non un fumoso coinvolgimento dei Paesi dell’area nordafricana.

Italia isolata?

Il caso libico è emblematico, in quanto riguarda il dossier più importante a livello di politica estera per il nostro paese. Gli Usa non hanno aiutato Roma, che dunque non ha trovato quella sponda che “Giuseppi” sperava anche per i buoni rapporti che aveva con Donald Trump. La Russia, dal canto suo, per adesso strizza l’occhio maggiormente alla Francia di Emmanuel Macron sul versante europeo. Con l’Italia i rapporti sono buoni, ma dal Cremlino guardano più verso Parigi che verso Roma. L’Europa prova ad usare il nostro paese come testa di ponte per tornare in Libia, ma non ha offerto per il resto molte garanzie.

Vale per la Libia, ma anche per altri delicati dossier: dazi, immigrazione, sanzioni a paesi potenzialmente ottimi partner commerciali. Il nostro paese non trova sponde ed in queste cruciali il tutto non rappresenta una buona notizia. Vertici e bilaterali non rappresentano di per sé garanzia di poter contare qualcosa o di rientrare nei ranghi della politica internazionale. In poche parole, a mancare è una precisa strategia sui dossier più delicati. Una problematica quest’ultima per la verità atavica e non imputabile solo all’attuale esecutivo, ma che l’esecutivo giallorosso sta contribuendo ad acuire.

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