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L’incontro informale di Vienna fra i ministri della Difesa e degli Esteri dei Paesi membri dell’Unione europea pone di nuovo al centro il tema migranti. E l’Italia arriva nella capitale austriaca con un unico obiettivo: provare a cambiare le regole dell’operazione Sophia, la missione europea per il controllo del traffico di esseri umani nel Mediterraneo.

Che cos’è l’operazione Sophia

L’operazione Sophia, conosciuta anche come Enavfor Med, è l’operazione militare promossa dall’Unione europea per colpire il traffico di migranti provenienti dalla Libia. Istituita tra maggio e giugno del 2015, la missione europea prevede quattro fasi differenti il cui passaggio dall’una all’altra deve essere deciso in ambito internazionale.

In questo momento, la nave San Marco della Marina Militare è la flagship dell’operazione. Insieme ad essa, operano il pattugliatore irlandese James Joyce, la fregata spagnola Numancia, e la nave da supporto tedesca Mosel. Insieme a queste navi, operano sui cieli del Mediterraneo altri mezzi europei, compreso un elicottero italiano.

Attualmente siamo nella Fase Due. Questa fase, come spiega il ministero della Difesa, prevede che “gli assetti della Task Force potranno procedere, nel rispetto del diritto internazionale, a fermi, ispezioni, sequestri e dirottamenti di imbarcazioni sospettate di essere usate per il traffico o la tratta di esseri umani. Tale fase è stata a sua volta suddivisa in una fase in alto mare, attualmente in corso, ed una in acque territoriali libiche, che potrà iniziare a seguito di una Risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite e dell’invito del relativo Stato costiero”.

Una terza fase, invece, prevede direttamente l’intervento sia in mare che a terra per colpire e neutralizzare il traffico di immigrati clandestini e le reti criminali che lo controllano. Una fase di intervento più “drastica” ma che sarebbe probabilmente l’unica in grado di sradicare definitivamente il problema del traffico di migranti dalla Libia verso l’Italia.

L’operizione Sophia e i “porti sicuri”

Fino a questo momento, se guardiamo i numeri, l’operazione Sophia ha funzionato. Dal 2015 ad oggi, sono state salvate 45mila persone. I barconi intercettati e neutralizzati sono 551 mentre più di 150 gli scafisti arrestati. Nel frattempo, la Guardia costiera libica è stata addestrata dalle forze europee e l’Italia ha consegnato pattugliatori e addestratori alle forze di Tripoli.

Ma c’è un problema fondamentale che l’Italia deve risolvere al più presto: quello dei “porti sicuri”. In base agli accordi con cui è stata istituita la missione, Eunavfor Med non ha un proprio regolamento sugli sbarchi delle persone salvate dai barconi, ma l’ha mutuato direttamente dalla vecchia missione Triton operata da Frontex. Il problema è che Triton considerava l’Italia l’unico Paese di sbarco. Ed è per questo che ci troviamo a gestire gli sbarchi dei migranti salvati durante l’operazione Sophia.

Per evitare di gestire tutto questo in solitaria, il governo di Giuseppe Conte sta tentando da tempo di modificare il regolamento che prevede l’Italia come unico Paesi utile agli sbarchi. Ma la solidarietà europea tanto decantata da Bruxelles e dai nostri partner europei, è finita nel momento in cui l’Italia ha provato a domandarlo. Non una novità in quest’Europa che da tempo ha lasciato i Paesi mediterranei a gestire da soli il flusso migratorio.

Ma è su questo e su altri punti che il governo italiano ha deciso di andare avanti, consapevole che l’unico strumento per risolvere, in parte, il problema sia quello di trovare un accordo per modificare il “Piano operativo”.

La proposta italiana

La proposta italiana innanzitutto prevede, come spiegato oggi dal ministro Elisabetta Trenta, la rotazione dei porti di sbarco. Per il titolare del dicastero è inaccettabile il principio che l’Italia sia l’unico approdo dei migranti salvati al largo della Libia. Insomma, tutti i Paesi mediterranei devono fare la loro parte: perché l’Italia, secondo il governo, ha già dato abbastanza. 

Ma non è tutto. L’Italia propone anche un meccanismo europeo di identificazione dei porti di sbarco nei diversi Paesi mediterranei gestito da una cellula di coordinamento in mano all’agenzia Frontex. La nuova Unità di coordinamento sarebbe composta da un rappresentante di ciascuno Stato membro del meccanismo di cooperazione.

L’auspicio del governo italiano è che per ogni operazione di salvataggio intervenga un meccanismo europeo di sostegno logistico e finanziario che faccia sbarcare i migranti direttamente nel porto sicuro identificato dall’agenzia. E per ottenere questo risultato, l’Italia è anche pronta a fare la sua parte allargando l’ambito di operatività nel Mediterraneo occidentale: lì dove adesso, tra Marocco e Spagna, sta esplodendo un’altra rotta migratoria.

Infine, altro punto cruciale, l’Italia è intenzionata a chiedere che gli sbarchi e la rotazione dei porti avvengano seguendo il principio Sar e non quello geografico. Un principio fondamentale che, se confermato, darebbe un colpo durissimo alla politica sui salvataggi di Malta. La Valletta infatti ha disegnato un’area Sar immensa, che va dalle isole Pelagie a Creta, ma poi considera il primo porto sicuro non il suo, ma quello più vicino geograficamente. Ed è per questo che poi i migranti salvati nelle sue acque Sar finiscono in Italia.

Secondo il governo, a prescindere dalla zona geografica in cui avviene il soccorso, chi è responsabile dell’area Sar in cui avviene il salvataggio, si deve assumere la responsabilità dello sbarco. In questo modo, finirebbe il giochetto maltese di avere quanto desiderato sulle acque Sar ma senza subirne le conseguenze.

Le resistenze dell’Europa

Per l’Italia, l’impresa non è affatto facile. In questi mesi siamo stati abituati alla mancanza di solidarietà da parte degli Stati europei e Roma è stata spesso lasciata sola. Amici non ne abbiamo. Non lo sono i nostri storici partner europei, a cominciare dalla Francia di Emmanuel Macron. Ma non lo sono neanche i nuovi amici di Visegrad, come hanno già fatto capire sia Viktor Orban che il primo ministro della Repubblica Ceca Andrej Babiš.

Nessuno vuole i migranti che sbarcano in Italia grazie al regolamento di Sophia. E sembra difficile credere che siano disposti a trattare per una modifica che metta a repentaglio questo meccanismo in cui siamo solo noi a subire le conseguenze degli interventi in mare. La speranza è che l’Italia trovi alleati in grado di sostenerla in questo cambiamento.Ma chi si assumerà il compito di dire al proprio elettorato di accogliere chi viene salvato nel Mediterraneo, a pochi mesi dalle elezioni europee?

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