“L’intelligence turca ha svolto un ruolo chiave nell’operazione di soccorso”. Con queste parole di Omer Celik, portavoce del partito di governo turco dell’Akp, Recep Tayyip Erdogan entra (indirettamente) nell’affaire Silvia Romano imponendo il marchio di fabbrica sulla liberazione della cooperante italiana. Ed è chiaro che quella frase del funzionario turco impone un netto cambio di direzione rispetto ai primi silenzi di Ankara e ai messaggi inviati attraverso l’agenzia Anadolu: ora è un portavoce del Sultano ad ammettere che il ruolo degli 007 del Mit è stato essenziale. Un ruolo chiave su cui aleggiano due grande interrogativi: il motivo e il prezzo. Il motivo, quello per cui l’Italia è stata costretta a bussare alla Sublime Porta per avere la definitiva liberazione della cooperante italiana. E il prezzo, politico, che l’Italia sarà (o è già stata) costretta a pagare per l’intervento dell’intelligence di Erdogan nel negoziato con cui l’Aise ha messo fine al sequestro della donna da parte di Al Shabaab.

Ma se sul primo elemento la questione, purtroppo, è terribilmente semplice (l’Italia arretra ovunque in favore di altri soggetti, fra cui la Turchia), è sul secondo, sul costo strategico, che adesso si gioca la partita. È chiaro che Silvia Romano non può essere considerata una merce di scambio, perché Italia e Turchia hanno interesse strategici enormi e che sono ben più profondi e radicati rispetto a un episodio (pur importante) della diplomazia dei due Paesi. Ma è altrettanto evidente che Ankara ha voluto lanciare un segnale preciso nei confronti di Roma: ci siamo, siamo importanti e siamo anche disposti a darvi una mano. Ma adesso – e questo lo aggiungiamo noi – dovete mandare voi un segnale a noi.

Difficile dire come si concretizzerà questo riavvicinamento (quasi obbligato) tra Italia e Turchia. Ma intanto Roma sembra aver recepito il messaggio dalla Somalia con una mossa che conferma la linea molto meno dura del governo nei confronti di quello turco. Nei giorni scorsi i ministri degli Esteri di Cipro, Egitto, Emirati, Francia e Grecia hanno emanato un comunicato congiunto con cui condannavano la politica turca nel Mediterraneo orientale, in particolare nelle acque appartenenti alla Zona economica esclusiva di Cipro, e puntavano il dito anche contro le mosse di Ankara in Libia. Un comunicato che da un lato ha provocato l’ira dell’esecutivo turco ma che dall’altro ha anche mostrato un’Italia defilata, che ha preferito non prendere parte al blocco anti-turco. Come del resto già avvenuto a gennaio, quando lo stesso gruppo di Paesi puntò il dito contro la Turchia e anche in quell’occasione il governo evitò di firmare.

Una scelta che ha ragioni precise. L’Italia avrebbe ottimi motivi per condannare le mosse turche nel Mediterraneo, dalle sue esplorazioni a Cipro fino alle infiltrazioni in Libia, ma farlo potrebbe avere un prezzo strategico decisamente grave visto che a differenza degli altri Stati dell’asse anti-Erdogan non sosteniamo ufficialmente Khalifa Haftar (quindi conviviamo a Tripoli) e abbiamo anche una serie di dossier economici, di intelligence e politici in comune con la Mezzaluna che vanno dal Mediterraneo fino appunto al Corno d’Africa. Ed è altrettanto evidente che il giorno dopo la liberazione di Silvia Romano avvenuta con la regia di Italia, Qatar e Turchia, di certo nessuno a Roma si sarebbe sognato uno sgarbo così pubblico nei confronti di Erdogan.

Il problema è che mentre l’Italia tentenna e non riesce a imporre una sua agenda, è la Turchia a dettare le regole del gioco anche nei confronti della strategia italiana. E la politica di Erdogan fa sì che i suoi messaggi arrivino diretti al cuore dei territori su cui Roma vorrebbe (o dovrebbe) invece mantenere il punto. Il Sultano ha saputo infiltrarsi in Somalia trasformando la Turchia nella potenza estera protettrice di Mogadiscio. Ankara sostiene apertamente Fayez al Sarraj e si mostra come unica potenza a difendere Tripoli, mentre l’Italia è da anni sul campo sia dal punto di vista diplomatico che militare e di intelligence. E lo stesso Erdogan appare ben lieto di continuare a esplorare i fondali ciprioti mettendo a rischio le acquisizioni italiane in quei mari. Il tutto mentre l’Italia resta uno dei partner economici principali della Turchia.

Il gioco di Erdogan per adesso è vincente. La vera vittoria del leader turco è stata quella di rendere il suo Paese talmente necessario negli equilibri internazionali da permettersi lussi che molti partner Nato non potrebbero nemmeno pensare. Oggi tutti coloro che sono coinvolti in Medio Oriente devono per forza passare per la Sublime Porta, che si tratti di gas o di conflitti o di terrorismo. Ma questa partita così profonda di Ankara rischia di far cadere Roma in una trappola in cui l’amicizia di Erdogan può trasformarsi presto in un soffocante abbraccio da cui non poter più districarsi. L’impressione è che la Turchia abbia tutto l’interesse a sostituire l’Italia in Libia e Corno d’Africa: ma il problema è che lo fa non da avversario, ma da partner, interpretando un ruolo complesso e camaleontico quanto la diplomazia mediterranea.

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