Anche gli Stati Uniti confermano di considerare Khalifa Haftar come protagonista indispensabile del futuro della Libia. Un’apertura importante che dimostra come non ci siano solo Francia, Russia, Egitto ed Emirati Arabi Uniti a sostenere l’uomo forte della Cirenaica. Non si può considerare una vera e propria rivoluzione nei rapporti fra Washington e Haftar, visto che sono noti i legami fra gli Stati Uniti e il maresciallo sin dai tempi della sua opposizione a Muhammar Gheddafi.

Ma quella che si legge tra le colonne del Wall Street Journal è una vera e propria benedizione nei confronti del generale libico da parte dell’amministrazione americana, visto che una fonte citata dal quotidiano afferma: “Certamente vedremmo un ruolo per il generale Haftar in qualsiasi futuro della Libia”.

Parole importanti che dimostrano come da parte degli Stati Uniti, e quindi dell’Occidente, ci sia stato un cambiamento nello schema seguito fino ad ora sulla Libia. Fino a qualche mese fa, la comunità internazionale e in particolare quella occidentale riconoscevano esclusivamente a Tripoli e a Fayez al-Sarraj un ruolo di primo piano nella guida del Paese. È lui il leader riconosciuto come figura istituzionale dalle Nazioni Unite. E gli stessi Stati Uniti non hanno mai negato il pieno riconoscimento della sua figura.

Ma adesso qualcosa è cambiato. E l’ha confermato anche la conferenza di Palermo, dove il generale Haftar è stato accolto con tutti gli onori dal governo italiano e da tutti gli Stati invitati al vertice siciliano. Il maresciallo della Cirenaica ha avuto a Palermo la sua “incoronazione” come leader sostanziale della transizione libica. E, a prescindere dal ruolo formale che potrà avere nel futuro assetto del Paese, è del tutto evidente che la Libia non potrà fare a meno della sua figura come garante della riunificazione a guerra conclusa.

Un ruolo che sembra ormai essere riconosciuto anche dall’Italia, che ha cambiato radicalmente la propria strategia in Libia con l’avvento del nuovo governo di Giuseppe Conte. Fino a qualche mese fa, e tendenzialmente prima di marzo, Roma aveva riconosciuto soltanto un interlocutore: Sarraj. Era lui il nostro uomo in Libia. Ed era a Tripoli che l’Italia metteva in atto i suoi piano per il Paese nordafricano.

Una scelta dettata sicuramente dai nostri interessi economici, visto che la maggior parte dei giacimenti in cui è coinvolta Eni si trovano nell’ovest del Paese, ma che ha costretto poi l’Italia a trovarsi in una posizione di difficoltà nel momento in cui le violenze in Libia hanno dimostrato che Sarraj non potesse essere considerato il leader di una Libia riunificata.

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Non è detto che quella italiana fosse una scelta completamente sbagliata. Perché effettivamente fino a pochissimo tempo fa, Tripoli rappresentava la nostra unica centrale d’interesse e la comunità internazionale era sostanzialmente concorde nel ritenerlo l’unico interlocutore libico. Ma il nuovo governo ha compreso immediatamente i rischi di aver fatto una scommessa molto aleatoria e pericolosa. E per questo, da Roma è arrivato l’ordine di muovere le pedine per ricucire i rapporti con Haftar prima che questi diventasse l’ariete di sfondamento della Francia nella strategia italiana per il Nordafrica.

Per compiere questo difficile mutamento dei rapporti con le fazioni libiche, il governo italiano ha potuto contare su diverse armi. La prima è sicuramente la nostra presenza diplomatica e di intelligence, visto che in Libia i contatti con la Cirenaica non si sono mai interrotti. Poi ha potuto contare su Eni, che è un colosso energetico impossibile da escludere in Libia e che ha rapporti solidissimo con la National Oil Corporation, l’unica istituzione economica che riunifica il Paese. Ma è soprattutto attraverso le relazioni dell’attuale governo italiano con Russia e Stati Uniti che è stato possibile avvicinare di nuovo il generale Haftar.

Non è un mistero che questo esecutivo abbia dimostrato molta più apertura nei confronti di Mosca rispetto a chi lo ha preceduto. Come non è un mistero che i rapporti fra Conte e Donald Trump siano estremamente positivi. I due leader hanno cercato di sostenere la nostra posizione in Libia partendo da interessi contrapposti. Ma l’unica certezza è che entrambi vogliono che Haftar sia riconosciuto come uomo imprescindibile nel futuro scacchiere libico. E grazie a questa convergenza sul generale, l’Italia ha potuto contare su entrambe le superpotenze per riallacciare i rapporti con il maresciallo. Francia permettendo.