“Fa male al cuore vedere civili e bambini che perdono la vita. Però dobbiamo giocare: il nostro dovere”. Così, lunedì scorso, il ct dell’Italia di calcio Gennaro Gattuso liquidava la questione di Israele-Italia, partita delle qualificazioni mondiali che si disputerà questa sera sul campo neutro di Debrecen, in Ungheria.
Il caso va avanti da almeno un mese, da quando il deputato del Partito Democratico Mauro Berruto ha chiesto espressamente l’esclusione di Israele dalle competizioni internazionali, aprendo il dibattito politico nel nostro paese. Rispetto a un anno fa, quando le due selezioni si erano già affrontate nella Nations League, il clima è però decisamente diverso. E le pressioni, in Italia, sono soprattutto sulla sfida di ritorno del 14 ottobre a Udine, che dopo 365 giorni ospiterà di nuovo Israele.
Un anno fa, il sindaco De Toni aveva inizialmente negato il patrocinio per la partita, salvo poi riassegnarlo a causa delle polemiche che ne erano seguite. Quest’anno, il primo cittadino udinese si è opposto fermamente a disputare ancora la partita nella città friulana, e successivamente ha chiesto (invano) di rinviare l’incontro. C’è poco che la politica locale possa fare, comunque: lo stadio in cui si giocherà è di proprietà privata, per cui il Comune ha scarsissimo margine di manovra.

Il calcio italiano e Israele
Così, le pressioni si sono spostate sulla squadra italiana. Nei giorni scorsi, altri giocatori azzurri si sono espressi sul tema, mantenendo però la stessa linea del loro allenatore. “Vivo tutto con tristezza, mi immedesimo in quei padri che prendono i loro figli in braccio. Ma, come ha detto il mister, dobbiamo fare quello che ci viene detto: se ci dicono di giocare, giochiamo. Non decidiamo noi” ha detto il difensore Gianluca Mancini. “Sono papà da poco, fa male vedere certe immagini e sentire certe notizie. Però è una situazione più grande di noi, e non voglio entrare nel merito” gli ha fatto eco il portiere Gianluigi Donnarumma.
Posizioni ben differenti rispetto a quelle espresse nei mesi precedenti da altri protagonisti del calcio italiano. Da febbraio, diverse tifoserie e club amatorali, anche nel nostro paese, hanno aderito alla campagna ‘Show Israel the Red Card’, per chiedere l’esclusione di Israele dal calcio internazionale. Ad agosto, anche l’AIAC, l’associazione degli allenatori del nostro paese, ha preso posizione in questo senso, invitando la FIFA e la UEFA ad agire. Tra i calciatori, però, il sostegno alla Palestina è rimasto un tema quasi inesistente.
Era però difficile attendersi qualcosa di diverso da Gattuso e dai suoi giocatori, visto il contesto nazionale. A inizio agosto, il ministro dello Sport Andrea Abodi era stato più che chiaro, sulla questione: Italia-Israele “si deve giocare, è in programma e si gioca come si è giocata già la partita dell’anno scorso”. Non dissimile parere dei giorni scorsi del presidente del CONI Luciano Buonfiglio: “UEFA e FIFA non hanno preso decisioni, se l’Italia non giocasse saremmo sanzionati e saremmo esclusi dalla partecipazione alle qualificazioni e non mi sembra giusto”.

Il caso Israele-Italia è dunque un gioco allo scaricabarile su scala internazionale. Il ct e i giocatori azzurri giocano, perché sono la UEFA e la FIFA a dover dire il contrario, ma nel frattempo il presidente della UEFA Čeferin dice a Politico che dovrebbero essere prima i politici ad agire, e non le istituzioni sportive. Dal canto loro, i politici non decidono nulla e tutto resta immutato. Anzi, il governo italiano è uno dei più graniticamente filo-israeliani al mondo, se non nelle parole, certamente nei fatti. Negli ultimi due giorni, il Fatto Quotidiano ha rivelato in un’inchiesta che il nostro paese ha ospitato in un resort di lusso dei soldati israeliani, in licenza dopo essere stati impiegati nella Striscia di Gaza, spacciandoli per turisti e facendoli proteggere dalla Digos.
Lo sport israeliano non è innocente
Una replica comune a tutte queste problematiche è che gli atleti non sono responsabili delle azioni dei propri governi, ma questo è vero solo in parte. Una netta separazione tra sport e politica è impossibile, per quanto ci si provi: lo dimostrano le recenti proteste alla Vuelta contro il team ciclistico Israel-Premier Tech, che è esplicitamente uno strumento diplomatico dello Stato di Israele, e non una semplice società sportiva.
In Israele esiste la leva militare obbligatoria, per cui anche gli atleti hanno servito nell’esercito, contribuendo in una qualche misura alle politiche del loro governo nei confronti della popolazione palestinese. Specialmente in alcune discipline meno popolari, arruolarsi come volontari nelle forze armate è necessario per poter continuare a praticare il proprio sport, e questo fa sì che spesso gli atleti e le atlete israeliani siano a tutti gli effetti personale militare.
Nel calcio è raro che si verifichino simili situazioni, sebbene tutti i giocatori della Nazionale israeliana abbiano regolarmente prestato il servizio militare. Ma alcuni di essi hanno anche preso esplicitamente posizione in favore degli attacchi dell’IDF nella Striscia di Gaza. Manor Solomon ha pubblicato delle storie Instagram in questo senso nell’autunno del 2023, mentre Shon Weissman è arrivato a invocare sui social la distruzione di Gaza. Il primo scenderà probabilmente in campo questa sera contro l’Italia.

Contemporaneamente, i profili social delle istituzioni del calcio israeliano, dalla federcalcio IFA all’associazione degli arbitri, pubblicano post per commemorare alcuni soldati morti in combattimento a Gaza. Nell’agosto del 2024, il presidente della Federcalcio e del Comitato olimpico palestinesi, Jibril Rajoub, è stato fermato e detenuto per ore dalle autorità israeliane, prima che potesse rientrare in Cisgiordania dopo essere stato a Parigi per i Giochi Olimpici.
Sarebbero oltre 744 gli atleti e osservatori sportivi palestinesi uccisi negli ultimi due anni dai bombardamenti israeliani, tra cui si contano almeno 355 figure del mondo del calcio, tra giocatori, allenatori, dirigenti e arbitri. La quasi totalità delle strutture sportive della Striscia di Gaza sono state o completamente rase al suolo o seriamente danneggiate. Lo sport non può pensarsi come estraneo a questa situazione.
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