“O noi o loro”. Sembra essere questo il gioco a cui è costretta l’Italia nella difficile partita sul gas. O noi o loro che si traduce inevitabilmente in “o la Russia o gli Stati Uniti (e i loro alleati)”. La questione dell’energia è particolarmente importante per il presente ma soprattutto per il futuro del Paese. Roma è al centro di una sfida complessa e particolarmente impegnativa.

Gli Stati Uniti di Donald Trump, fino a questo momento, stanno avendo la meglio. L’asse fra Roma e Washington si è consolidato dall’inizio del governo Lega-Cinque Stelle. Ma attenzione a sottovalutare il potenziale di Mosca. Vladimir Putin ha ottimi legami con il governo di Giuseppe Conte. E il Cremlino, nella partita del gas, ha un’arma a dir poco fondamentale: quantità e prezzo. Che giocano a suo favore rispetto a Washington. Anche se da parte dell’amministrazione americana non sembra esserci voglia di cedere. E le ultime mosse della Casa Bianca, politiche e strategiche, vanno proprio in questa direzione.

Ma nel frattempo, Mosca non è rimasta a guardare. Lo ha confermato a La Stampa anche Alexander Novak, ministro dell’Energia russo e consigliere d’amministrazione di Gazprom.  I piani del Cremlino sono stati esposti con estrema chiarezza: “La Russia è la potenza globale dell’energia, la prima esportatrice di petrolio e gas, contribuendo per il 20% a questo mercato internazionale. Intendiamo mantenere il primato, per questo stiamo lavorando sul progresso tecnologico di produzione e di infrastrutture verso est e ovest per arrivare al 25% del mercato“. Una missione che Putin ha deciso di intraprendere mettendo in campo tutte le sue forze a disposizione.

E in questa missione, entra di diritto anche l’Italia, strappata (in parte) al gas russo dalla fine del sogno South Stream. L’idea della Russia è semplice. L’Italia, come tutto il continente europeo, aumenterà nel tempo la sua importazione di gas. La produzione interna cala in tutto il Vecchio Continente, mentre i consumi aumentano. Questa combinazione rende impossibile agli Stati europei sganciarsi dai grandi produttori di gas. E la Russia è fra questi.

Secondo Novak, “il gas russo è il più puro e pensiamo possa essere preferito” a quello proveniente da altre fonti. Ma alla preferibilità del gas russo si contrappongono scelte politiche divergenti dai piani del Cremlino. Un esempio perfetto è l’investimento nel gasdotto Tap, dove è palese lo scontro fra l’interesse russo e quello del blocco di alleanze di Washington. Gli Stati Uniti hanno già chiesto al governo italiano di dare certezze sul gasdotto trans-adriatico. I russi, dall’altro lato, guardano con estremo sfavore a un’infrastruttura che il chiaro scopo di evitare che l’Italia e l’Europa dipendano dall’energia di Mosca.

North Stream 2 e Tap (con tutte le differenze del caso) rappresentano plasticamente lo scontro fra le due potenze sul gas europeo. L’obiettivo della Russia è completare il gasdotto nel Baltico entro il 2019 per raddoppiare l’esportazione di gas in Germania. Il Tap, che parte dai giacimenti dell’Azerbaijan, ha lo scopo di rendere invece sempre meno dipendente l’Europa dalla Russia grazie ai giacimenti dell’alleato caucasico dell’Occidente. In riferimento al Tap, Novak ha detto, in maniera molto diplomatica, che “le infrastrutture vanno sempre sviluppate”. Ma è evidente che dietro queste dichiarazioni, c’è il gelo del governo di Mosca.

L’Italia si trova fra due fuochi. E, come in altri ambiti, la partita è difficile ma può dare risultati molto interessanti: sempre se ci sarà permesso poter essere utili a entrambi i poli del mondo. Trump ha scelto l’Italia come partner fondamentale all’interno dell’Unione europea. E con questa premessa, è chiaro che non potremo svincolarci dagli idrocarburi americani. Prova ne è l’aumento dell’importazione di petrolio dagli Stati Uniti in questi ultimi mesi. Ma anche la conferma di Conte sul Tap, che ha convocato i parlamentari M5S della Puglia per fare il punto della situazione.

D’altra parte l’Italia non può neanche svincolarsi del tutto dalla Russia: perché non ci conviene. A prescindere da motivazioni ideologiche o politiche riguardo all’influenza russa o di Putin, bisogna guardare soprattutto ai nostri interessi. Il gas russo ha un costo minore, è più sicuro e arriva in maniera molto più rapida in territorio italiano o, in generale, europeo. In caso di emergenza, la Russia può garantire, come fa da decenni, il rifornimento di gas naturale. 

Questo vantaggio geografico di Mosca è un’arma formidabile. Ed è evidente che gli Stati Uniti non potranno mai colmare questo gap fisico. Possono però investire su una rete di gasdotti nella parte meridionale d’Europa e sanzionare gli investimenti nelle pipelines che partono dalla Russia. Ed è quello che sta facendo non solo questa amministrazione, ma anche quelle precedenti. Sia con il sostegno a progetto di gasdotti che partono dal Mediterraneo orientale (progetto East-Med e Tap), sia bloccando South Stream, North Stream e Turkish Stream.

L’Italia è al centro. E dopo l’incontro della Casa Bianca fra Conte e Trump che ha confermato l’investimento nel Tap, ora bisognerà attendere il vertice di Mosca fra il premier italiano e Putin che si terrà la prossima settimana. Il gas sarà sicuramente sul tavolo delle trattative. E bisognerà capire quanto il governo italiano sia in grado di divincolarsi dalla logica dell'”o noi o loro” per assumere una posizione intermedia. 

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