L’Italia batte un colpo in Libia. Anzi, è la Libia che batte un colpo in Italia, con il blitz romano del ministro della Difesa del Governo di accordo nazionale libico (Gna), Salah Eddine al Namrush. Il più filo-turco dei ministri del debole premier libico Fayez al Sarraj si è recato venerdì 4 aprile in “visita-lampo” in Italia con un obiettivo preciso: stringere un patto di cooperazione militare con il nostro Paese. Insieme all’omologo Lorenzo Guerini, infatti, Namrush ha presieduto la prima seduta della Commissione congiunta italo-libica e ha firmato un accordo congiunto di cooperazione tecnico-militare nei settori della formazione e addestramento militare; scambio di esperienze; sviluppo e supporto; manutenzione e consultazioni; cooperazione nel campo della lotta alla migrazione illegale; sicurezza delle frontiere terrestri e marittime; smaltimento di munizioni e mine; operazioni di soccorso in caso di disastri naturali ed emergenze sanitarie. L’accordo menziona peraltro la partecipazione ad esercitazioni e manovre militari, nonché la strutturazione e l’organizzazione di istituzioni militari e di sicurezza, la cooperazione al livello medico-sanitario, a partire dalle attività di formazione e training di medici e infermieri, lo scambio  informazioni ed esperienze nel campo della ricerca scientifica e tecnica e della sicurezza militare. Fonti libiche hanno riferito all’Agenzia Nova che questo passo è stato “voluto con forza dal premier Sarraj per non legare il suo governo unicamente alla Turchia nella cooperazione nel campo della difesa”.

Non c’è solo Turchia

Vale la pena ricordare che la Libia ha chiesto più volte l’intervento dell’Italia in Libia, ma il governo di Roma si è sempre rifiutato di diventare “parte attiva” nel conflitto. A rispondere alla chiamata dei libici ci ha invece pensato la Turchia, che ha inviato a sostegno del Governo di accordo nazionale ingenti quantità di armi, consulenti militari e mercenari in spregio all’embargo imposto dalle Nazioni Unite. L’azione muscolare del presidente-sultano Recep Tayyip Erdogan ha invertito le sorti della guerra, costringendo la coalizione del generale Khalifa Haftar (un insieme di milizie estremiste e mercenari) a rimuovere l’assedio attorno alla capitale Tripoli per poi battere in ritirata verso Sirte. Ankara ha ottenuto in cambio le basi militari di Al Watiya e il porto di Misurata, ma sul piano economico l’intervento è stato un buco nell’acqua. La stampa e i politici turchi cercano di “vendere” al loro pubblico il “salvataggio dei fratelli libici” come produttivo già adesso di grandi risultati economici, fondamentali in questa fase recessiva ad Ankara. La commissione economica mista libico-turca si è effettivamente già riunita diverse volte, ma senza arrivare a nulla, se non a una paginetta di “acqua fresca” puramente programmatica.

Cosa prevede l’accordo?

Servirà tempo per valutare l’impatto dell’accordo “tecnico” firmato oggi. Dalle informazioni disponibili emerge la volontà di aiutare i libici a contenere i flussi migratori illegali non solo via mare, ma anche e soprattutto via terra. Intervenendo alla Conferenza Rome Med – Mediterranean Dialogues, il ministro dell’Interno di Tripoli, Fathi Bashagha (importante politico di Misurata, gradito ai turchi e in odore di premiership nel futuro governo unitario libico) ha esplicitamente chiesto all’Europa di fornire attrezzature, know-how e supporto logistico per controllare i porosi confini desertici del Sahara. Un’area che, vale la pena ricordare, è sotto forte influenza della Francia. L’accordo italo-libico menzione vagamente la “sicurezza delle frontiere terrestri e marittime”, dunque la richiesta dei libici in tal senso dovrebbe essere esaudita. Interessante, anche la parte che parla di partecipazione ad esercitazioni e manovre militari, ma anche della “cooperazione nel campo della medicina militare”. Da anni, infatti, i militari dell’Italia sono presenti in Libia “sotto in capello” dell’ospedale da campo di Misurata. Le autorità di Tripoli hanno invitato l’Italia ad allestire un ospedale da campo nella zona di Al-Sbea’a, dove vi è già una struttura sanitaria, non lontano dall’aeroporto internazionale di Tripoli . Si tratta a bene vedere di una infrastruttura strategica, già teatro nel luglio del 2014 della guerra fratricida fra Misurata e Zintan, le due città-Stato rivali protagoniste della prima guerra civile post-rivoluzione del 2011. La battaglia aveva infine visto vittoriose Misurata e le milizie islamiste alleate di Tripoli, al prezzo però della devastazione dell’intero aeroporto. La ricostruzione è stata affidata quattro anni dopo al consorzio italiano Aeneas. L’Italia potrebbe ora replicare a Tripoli l’esperienza dell’ospedale a Misurata, ma l’aeroporto internazionale è ancora fuori uso e ci vorranno diversi mesi prima che torni operativo. Non cogliere questa opportunità potrebbe rivelarsi un grave errore strategico.