Forse inizia tutto da lì, da quei bombardamenti sulla Libia così improvvisi e così repentini, quando ancora nessuno ha certezza che le fosse comuni mostrate da Al Jazeera siano reali e quando non si conosce al meglio la situazione nel paese. L’allora presidente Sarkozy, coadiuvato dal premier inglese Cameron, si avventura in Libia accusando Gheddafi di massacrare la popolazione durante le proteste divampate in quei mesi. Una storia che, come un disco incantato, si ripete: guerra umanitaria, protezione di civili, imposizione di una no fly zone, tutte queste sono argomentazioni che Parigi soprattutto usa per giustificare la rimozione dal potere del colonnello. L’Italia si accoda, teme che con una missione a guida unicamente francese gli aerei centrino, magari anche “per sbaglio” i terminal dell’Eni. 

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Oggi, a distanza di otto anni da quella scellerata avventura promossa dalla Francia, da Parigi e da Roma ci si stuzzica a vicenda. Accuse di neo colonialismo, gilet gialli di mezzo, ritiro dell’ambasciatore dall’Italia da parte di Macron. Tutto questo in apparenza sembra non c’entri nulla con la Libia e con quanto accaduto nel 2011. Ed invece, tra dispetti, reazioni istintive ed isterie politiche, per l’appunto tutto forse inizia da lì. La Francia toglie di mezzo un alleato dell’Italia in un’ex colonia italiana. È l’inizio di un “derby”, giocato però più sul piano retorico che pratico. 

Italia e Francia in Libia collaborano 

C’è poco da fare, il vero nodo è quello libico. Sì, negli anni nel frattempo si accavallano dossier importanti, quali i cantieri navali di Saint Nazaire che dovrebbero andare a Fincantieri ma che Macron vuole nazionalizzare, oppure la questione migratoria e l’allineamento di Parigi a Berlino sull’austerity. Ma tutto parte dalla Libia, solo che in Italia non lo si può ammettere. Chi pensa ad una riedizione del terzo millennio dello schiaffo di Tunisi, rischia di passare a sua volta per neo colonialista o per nostalgico della politica precedente alla seconda guerra mondiale. Chi, più pragmaticamente, pensa al disastro in termini economici e sul fronte dell’immigrazione per via della perdita della Libia, rischia di passare per difensore di un dittatore. Insomma, la sberla all’Italia è stata data ma non lo si può ammettere ad alta voce. Ed allora ecco che a provare a ricucire la matassa è il lavoro silente della diplomazia, che interviene lì dove sia la politica francese che italiana falliscono.

La prima è responsabile, come detto, del disastro causato da Sarkozy ed amplificato da Hollande, prima dell’emersione dei tentativi velleitari di Macron di risolvere da solo il problema convocando a Parigi, senza dir nulla a Roma, i principali attori libici. La seconda invece, quella italiana, è semplicemente inconsistente ed incapace di mettere le mani anche su dossier poco più che ordinari. Ecco quindi, per l’appunto, che il lavoro spetta alle due diplomazie. Anche qui, seguendo gli indirizzi politici dei due rispettivi governi, non mancano divergenze tra Francia ed Italia. Ma, al contempo, non sembra mancare nemmeno il rispetto. Parigi opera lì dove ha i suoi maggiori interessi, nella Cirenaica di Haftar, Roma fa altrettanto in Tripolitania. Ed a ben guardare, nella lista di rappresentanti politici al vertice per la Libia di Palermo voluto dall’Italia, è la Francia il paese europeo ad inviare l’esponente di maggior peso portando in Sicilia il ministro degli esteri Jean-Yves Le Drian. Segno che, tutto sommato, lo scontro è più sul piano politico che pratico. 

Del resto Italia e Francia in Libia hanno interessi in comune: Eni e Total, i due colossi dell’energia, devono tornare ad operare con relativa tranquillità specie adesso che dal paese africano si estrae petrolio in quantità molto simili a quelle precedenti al 2011. In altri settori, diverse aziende italiane e francesi aspettano di riscuotere crediti decennali o di riprendere lavori interrotti per via del conflitto. In generale, la Libia è un paese che a nessuno conviene lasciare nell’attuale stato e che non può continuare ad essere un vero e proprio buco nero nel Mediterraneo. Ecco perchè, al netto di prospettive e visioni diverse, Italia e Francia anche sul dossier libico oramai collaborano. La politica ha i suoi tempi e le sue peculiarità, con calcoli spesso più fatti sotto il profilo della retorica e della convenienza elettorale che su quello dell’interesse nazionale. Ma, al riparo dalle urla della politica, la diplomazia e gli apparati statali hanno invece i propri percorsi. Quelli di Italia e Francia, in Libia, da qualche tempo a questa parte non possono essere più divergenti. 

Le possibili conseguenze dell’attuale crisi in Libia

Chiaro che adesso il problema è capire se le diatribe politiche sorte tra Parigi e Roma, possano o meno avere conseguenze sul piano pratico e diplomatico e, in particolare, sul dossier libico. Il ritiro dell’ambasciatore dall’Italia, è un gesto forte ma sempre meramente simbolico. Quanto accaduto nel pomeriggio di giovedì in poche parole, pur se grave, difficilmente può scalfire equilibri consolidati da mesi sul campo. Allo stato attuale, le evoluzioni del quadro libico non sembrano destinate a risentire delle urla che, sul piano politico, vengono lanciate tra i due versanti delle Alpi. Al massimo, nel Mediterraneo potrebbero ricadere soltanto gli echi delle ultime polemiche e della bagarre ingaggiata dai due governi. 

In poche parole, ad una politica che si muove con i ritmi frenetici dettati dalle scadenze elettorali, fa da contraltare una diplomazia che ovviamente (e per fortuna) traccia linee più statiche che si muovono secondo le reali esigenze sul campo. Finché si riscontrano gli interessi comuni sopra richiamati, è probabile che Italia e Francia in Libia continuino anche in futuro la loro collaborazione in sordina ed a prescindere dagli isterismi che appaiono sulla superficie politica. Ed il paradosso, a ben vedere, sta proprio qui: tutto inizia in Libia e poi il “derby” coinvolge a 360 gradi molti aspetti del rapporto politico tra i due paesi, fino ad arrivare alle evoluzioni delle ultime ore. Ma lì proprio dove tutto è iniziato, su un campo libico divenuto ben presto disastrato, oggi appare tutto congelato. 

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