Dimenticare cosa si è e quali sono le potenzialità che possono esse sprigionate è un errore che porta molto spesso alla rovina. L’errore, prettamente piscologico, diventa strategico quando a farlo è uno Stato: perché è anche grazie a questo errore che i suoi rivale si avvantaggiano conducendolo lentamente in una posizione di secondo piano.

In questi ultimi anni l’Italia ha perso sicuramente tante delle sue vocazioni. Per motivi internazionali contingenti, scarsa abilità di alcuni interpreti delle politiche del Paese ma soprattutto per una forte miopia interna, l’Italia non sa più esattamente cosa è, perdendo di vista quello che è il teatro dove deve focalizzare il suo impegno: il Mediterraneo. Specchio d’acqua confusionario, combattivo, i incontro e di scontro, corridoio di grandi linee di comunicazione e palcoscenico della nuova corsa al dominio regionale e globale, oggi il Mediterraneo rischia di avere nell’Italia un grande assente. Una colpa ancora più grande se si pensa che nella cessione del (fu) Mare Nostrum si nasconde l’anticamera della completa perdita di opportunità in quello che è ormai definito il “Blue century”, il “secolo blu”.

È il mare la vera autostrada dei traffici commerciali e della grandi rotte del gas e dei dati internet: è quindi il mare il vero terreno di scontro tra potenze e su cui si basa il nuovo assetto del potere. E il Mediterraneo, che ha perso il valore economico ma non il valore strategico, è oggi il mare più conteso del mondo, perché luogo in cui si affacciano potenze medie, Stati che vogliono assumere sempre più influenza nell’area e dove le superpotenze hanno deciso di darsi battaglia per evitare che l’avversario prenda il sopravvento.

I dati sono estremamente chiari. A ottobre, Repubblica segnalava che per il Settimo Rapporto Annuale “Italian Maritime Economy” di Srm, centro collegato a Gruppo Intesa San Paolo il 27% delle navi container mondiali passano per il Mediterraneo. Più di un terzo dell’interscambio commerciale italiano avviene attraverso le rotte marine e i porti muovono merci per un valore di centinaia di miliardi di euro. Anche nel momento più buio della pandemia, quindi con un mercato che si è paralizzato, il settore navale è riuscito a evitare il tracollo. L’Italia è ancora un Paese leader in Europa sia per quanto riguarda la cantieristica sia per ciò che concerne la flotta da pesca. E nonostante la sfida dei porti del Northern Range sia estremamente ardua per le capacità infrastrutturali e logistiche dei Paesi del Nord Europa rispetto a quelle italiane, il Paese riesce in ogni caso a vantare un’eccellente capacità di attrazione e a movimentare più di 450 milioni di tonnellate di merci ogni anno.

In questo regno delle grandi opportunità e del caos, l’Italia arriva con molte incertezze. La vocazione marittima del Paese è quasi taciuta da grande parte dei decisori politici, nonostante la posizione geografica e le evidenze dei dati dimostrino che invece servirebbe una forte propulsione verso il mare. Eppure sembra sempre più difficile che gli esecutivi pongano seriamente sul tavolo delle decisioni quello di investire sul mare, un “luogo” che è fonte di ricchezza ma in cui l’Italia sembra più avere voglia di disperdere energie.

Incanalarle non è comunque semplice. L’Italia, da quando ha chiuso il ministero della Marina mercantile, ha perso quel patrimonio di competenze centralizzate in un singolo referente per il governo. Dal 1993 quel potere e quell’insieme di “know-how” si è poi trasfuso in una serie di altri ministeri facendo però venire meno la logica di avere un centro specifico per quello che è a tutti gli effetti un settore unico, che può tutt’al più essere monitorato da diverse entità statali e autorità. Non va dimenticato, come sottolineato da Alessandro Marino su Limes, che in quegli stessi anni, mentre l’Italia aboliva il ministero, la Francia istituiva il Secrétariat général de la mer (Sg Mer) che coordinasse le varie decisioni dell’amministrazione francese concernenti il mare. In Italia ci sono state diverse iniziative in tal senso, ma l’idea di una sorta di Segretariato generale come quello francese non è mai stata presa in considerazione. Ed è un problema che non va sottovalutato dal momento che le competenze per una strategia marittima con un unico centro decisionale e di coordinamento sono particolarmente importanti in ottica europea, non solo a livello commerciale, ma anche infrastrutturale, di sfruttamento delle risorse e infine militare.

Qualcuno ha parlato più volte della possibilità dell’istituzione di un ministero del Mare, sul modello appunto della Francia, che proprio dal 2020 ne ha uno apposito. Anche in questo, l’idea che uno dei nostri maggiori partner e rivali nel Mediterraneo abbia una direzione unica che si occupi del mare (nel loro caso Mediterraneo e Atlantico) è un elemento che può far comprendere chi parla di una necessaria razionalizzazione del potere, delle competenze e della burocrazia. Come ricordato anche da Giancarlo Poddighe del Centro Studi di Geopolitica e Strategia Marittima (CeSMar) “il tema era stato comunque trattato negli Stati generali dell’economia, quando con forza era stata richiesta la creazione di un’Agenzia del mare, qualcosa di diverso e di più di quello che si ventila da anni come modello, una sorta ‘Enac del mare'”. Per ora però tutto tace. L’Italia sembra proiettarsi a nord, verso il centro dell’Europa, con la speranza che sia a Bruxelles (o Berlino o forse Parigi) la vera salvezza dopo il quasi fallimento del sistema-Paese. E guarda a sud con preoccupazione, in quella faglia del caos dove Turchia, Russia, Algeria, Egitto, Paesi arabi e superpotenze si sfidano per la supremazia dell’altra costa del Mediterraneo, quella nordafricana. Nel mezzo un mare che andrebbe controllato e guidato. Ma nessuno ha il coraggio (o la volontà) di volerlo davvero fare.