diventa reporter con NOI ENTRA NELL'ACADEMY

In Italia c’è un problema: parlare della Difesa è difficile, specialmente se si tratta di spese. Per decenni, il nostro Paese ha voluto rimuovere l’idea che i governi dovessero in qualche modo far fronte alla sicurezza nazionale anche pagando (e molto) per gli apparati militari. Convinti che in fondo bastasse “demilitarizzare” l’opinione pubblica e che i nostri problemi sarebbero stati risolti da alleanze internazionali, gli esecutivi non hanno mai voluto approcciarsi alla spesa per la Difesa in maniera netta. Perché in fondo nessuno è in grado di  far accettare al proprio elettorato in fatto che si necessario spendere soldi pubblici per le forze armate. E questo incide, sia a livello ideologico che a livello puramente elettorale.

Il problema è che la Difesa esiste. E non parlarne, o farlo come se si stesse discutendo di un tabù, non aiuta a far capire realmente il problema. Gli apparati militari ci sono, operano e l’Italia non può farne a meno. A meno che non si decida di delegare il tutto a Nato e Unione europea: o se ne esca diventando una sorta di Paese senza capacità strategiche.

Questo discorso, adesso, coinvolge anche Lega e Movimento Cinque Stelle. Dal momento che il governo giallo-verde, che è composto da anime molto diverse fra di loro, deve necessariamente discutere di Difesa. E il rischio è che l’ideologia di fondo del M5S limiti una modernizzazione degli apparati di difesa del nostro Paese che appare sempre più imminente e necessaria. Con la lega che inizia invece a rappresentare l’ala del governo più interessata a far sì che la Difesa ottenga i fondi necessari.

In queste ultime settimane si è tornato a discutere del programma per la difesa missilistica, con il tema di fondo rappresentato dallo scontro riguardo il sistema che dovrà sostituire i missili Aspide, che dopo una onorata carriera di 40 anni, stanno definitamente terminando la loro durata operativa standard. Cosa che in realtà è avvenuta già parecchio tempo fa ma che adesso diventa fondamentale. Il termine è il 2020: ma dalla Difesa tutto tace. Anzi, il pericolo è che al ministero abbiano eseguito l’input del ministro Luigi Di Maio che, quale leader politico del Cinque Stelle, aveva già detto a settembre di bloccare in commissione il tentativo di finanziare il nuovo sistema missilistico Camm-Er, che dovrebbe sostituire proprio il sistema Aspide. Un problema che per l’Italia non riguarda solo al modernizzazione delle armi, ma anche il fatto che senza un sistema adeguato che rispetti i nuovi standard Nato, potremmo avere difficoltà anche problemi relativi alla mancata capacità di adeguarci a quanto richiesto dall’Alleanza e dall’Unione europea, così come delle regole sulla sicurezza dei cieli. E il fatto che Di Maio abbia escluso per adesso l’opzione Camm-Er di fatto implica che l’Italia abbia un problema con la sicurezza dei nostri cieli. Il vice premier pentastellato, come riportato da Formiche, puntava il dito soprattutto sui costi del programma: 545 milioni di  euro da spalmare in due tranche fino al 2031. Ma il rischio che l’Italia si trovi sguarnita nella difesa aerea, fuori dai giochi per quanto riguarda i grandi eventi, obsoleta rispetto alla Nato e all’Ue e con il Regno Unito (parte del programma) pronto a dar battaglia.

Ma la questione Camm-Er è solo l’ultima di una lunga serie di questioni ancora aperte. E che per l’Italia significano punti interrogativi fondamentali nell’ambito della Difesa. Prima del sistema missilistico che dovrebbe sostituire Aspide, c’è stato (e continua a esserci) il tema F-35. Il dossier divide ancora Lega e Movimento Cinque Stelle. E gli Stati Uniti premono affinché l’Italia rispetti i contratti già siglati. Specialmente perché Donald Trump non sembra essere un presidente eccessivamente accomodante nei confronti dei partner Nato. Ha chiesto che gli Stati aumentino le spese per la Difesa: e l’Italia non l’ha fatto. Ha chiesto che il governo italiano compri gli F-35 che aveva già preventivato, e Roma non ha risposto direttamente di sì. E ora rischiamo di avere un problema tecnico: cioè l’incapacità di sostituire il nostro parco aereo (visto che, in tutto questo, non si sta cercando un’alternativa) e quello, più politico, di andare contro gli Usa. Scelta assolutamente legittima: poi però è difficile andare a Washington a chiedere che la Casa Bianca ci sia una mano sulla Libia o con le agenzie di rating. Gli Stati Uniti non sono certamente intenzionati a fare sconti.