All’interno dell’Unione Europea si è delineato un “asse” che unisce Parigi a Berlino che ha avuto la sua più importante certificazione negli accordi di Aquisgrana. Il 22 gennaio del 2019, Francia e Germania hanno aggiornato le loro relazioni bilaterali per spartirsi le rispettive sfere di influenza, costruire un’area franco-tedesca ed essere “il motore dell’integrazione europea”, come ebbe a dire il cancelliere tedesco Angela Merkel.

I due Paesi hanno quindi stretto ulteriormente i loro rapporti già stabiliti dal Trattato dell’Eliseo del 22 gennaio 1963, ma questa volta lo hanno fatto da membri dell’Ue, ed è proprio sull’Europa dei 27 – una volta che il Regno Unito ne è uscito – che si hanno le più importanti ricadute. Il passaggio chiave per capirle è stato messo nero su bianco proprio in quel documento del 2019: Parigi e Berlino, prima di ogni vertice europeo, terranno consultazioni “a tutti i livelli” per stabilire e consolidare le loro posizioni. Nonostante le aperture verso il multilateralismo, l’Eliseo e il Bundestag, sostanzialmente, si impongono come guida della politica europea, e questa alleanza non è affatto strana.

Potenza continentale e potenza marittima

Si è riproposto infatti, in chiave moderna, il vecchio binomio tra potenza continentale e potenza marittima, dove la Germania rappresenta la prima e la Francia la seconda. Un binomio che garantisce un certo livello di sicurezza in merito al non intralciarsi nel perseguimento delle rispettive agende di politica estera. Nella storia più o meno recente questo principio è sempre stato valido, e lo è stato anche per l’Italia.

La Triplice Alleanza era stata siglata dall’Italia, allora potenza marittima, per cercare di contrastare le altre due (Francia e Regno Unito) dopo la lunga parentesi del Risorgimento italiano che, per contingenze storiche, ci ha visti legati a Parigi e a Londra. Il cambio di fronte a Prima Guerra Mondiale già scoppiata rappresenta un’eccezione che però conferma la regola, in quanto la vicinanza tra Italia e Germania si è ripetuta nel primo dopoguerra e proprio per le medesime motivazioni, più che per quelle legate alle ideologie dominanti.

Gli ultimi colpi del colonialismo, infatti, avevano giocato un ruolo fondamentale: con la costante dissoluzione dell’Impero Ottomano e la spartizione del Nord Africa tra le potenze europee, la Francia ottenne la Tunisia (1881) che, con Biserta, ha sempre rappresentato una “pistola alla tempia” degli interessi italiani nel Mediterraneo. Parigi quindi non poteva che risultare, per l’Italia, un avversario, e la dottrina navale degli anni venti e trenta del secolo scorso, con le costruzioni navali annesse, è lì a dimostrarlo.

Non si deve pensare che sia una questione legata al passato, perché certi meccanismi della politica estera non hanno data di scadenza, pertanto la Francia può ancora essere considerata un avversario dell’Italia proprio in funzione della similitudine delle strategie italiane e francesi. Il Mediterraneo Allargato rappresenta – finalmente – il concetto chiave della nostra sicurezza, e la Francia, proprio nel Mediterraneo, ha avviato una serie di manovre volte a espandere la propria influenza che spesso collidono con i nostri interessi: il fronte libico ed il duro contrasto alla Turchia tenuto dall’Eliseo lo dimostrano. Altre posizioni francesi, invece, collimano con le nostre, come quelle nell’Africa subsahariana ed in particolare nel Sahel.

Se ribaltiamo il punto di vista, la Germania ha guardato alla Francia proprio perché la strategia tedesca – che è fondamentalmente basata sul commercio – può appoggiarsi alla rinnovata grandeur di Parigi in quei settori geografici senza entrarne in collisione. I tedeschi hanno saldamente in mano le redini dell’economia dell’Unione Europea, e, oltre a rappresentare il primo Paese nel Vecchio Continente per volume di traffici con l’Oriente, fungono da centro di gravità per distretti regionali industriali e manifatturieri situati nel loro immediato vicinato: uno di questi è proprio il Nord Italia, e questa considerazione dovrebbe essere pertanto una leva ulteriore che ci dovrebbe spingere a guardare a Berlino piuttosto che a Parigi.

Le mani della Francia sull’Ue

Una Francia che quindi, essendosi assicurata la principale potenza continentale, si candida a diventare la guida della politica della Difesa ed estera dell’Ue, dettandone l’agenda e i tempi. A settembre del 2017 Parigi ha pubblicato un documento dove viene affermato che “in materia di Difesa, l’Europa deve dotarsi di una forza comune di intervento, di un budget condiviso per la Difesa e di una dottrina d’azione condivisa” e sempre nel testo si legge che “solo l’Europa può assicurare una sovranità reale, ovverosia la nostra capacità di esistere nel mondo attuale al fine di difendervi i nostri valori e i nostri interessi”. Un tema, quello della sovranità europea, che ricorre spesso nelle parole delle massime autorità politiche francesi – anche molto di recente – ma non bisogna commettere l’errore di pensare che l’Eliseo, nonostante l’apparente postura multilaterale, permetterà ad altri di effettuare correzioni alla rotta che stabiliranno per questa “autonomia strategica” europea, che intende appoggiarsi anche ad una Nato che dovrà essere, possibilmente, più “eurocentrica” rispetto al passato nelle sue linee d’azione.

A questo proposito il presidente Emmanuel Macron durante il forum online del Consiglio Atlantico dello scorso febbraio ha affermato che “dobbiamo essere molto più responsabili verso il nostro vicinato” esortando le altre nazioni europee ad aumentare le spese per la Difesa come chiara dimostrazione del loro impegno a condividere gli oneri con gli Stati Uniti sulla sicurezza, e ha aggiunto che “il Medio Oriente e l’Africa sono il nostro vicinato, non quello degli Stati Uniti”. Un’assunzione di responsabilità che non può prescindere dal raggiungimento dell’autonomia decisionale.

Bisogna capire che se Parigi, oggi, può parlare in questi termini e addirittura guardare all’Estremo Oriente con un occhio più spavaldo allineandosi alla strategia di Washington (ma non per cieco filoamericanismo), è perché ha, alle sue spalle, proprio la Germania che regola le dinamiche continentali (vedere questione sul Nord Stream) e la politica economica dell’Unione Europea.

Il Sahel test per la guida francese delle operazioni Ue

Se gli interessi francesi nel Mediterraneo possono essere in aperto contrasto coi nostri, non lo sono nell’Africa subsahariana. Il Sahel rappresenta una regione geografica da cui proviene la maggior parte dell’immigrazione clandestina nel nostro Paese, oltre a essere una fonte di instabilità internazionale per via della presenza di gruppi terroristi di stampo jihadista.

L’Italia ha dato una svolta al suo impegno per contrastare queste minacce alla sicurezza che si ripercuotono anche sul “fronte sud” dell’Europa. Durante la recente visita del ministro della Difesa Lorenzo Guerini in Mali e Niger, è stato affermato dallo stesso Guerini che “l’Italia intende rafforzare la sua presenza in Sahel […] La sua stabilità è quindi determinante non solo per la sicurezza della regione, ma per gli immediati riverberi sulla sicurezza della stessa Europa. Un’azione sinergica della coalizione per il Sahel, dell’Ue e dei Paesi, europei e non, impegnati in questa regione è quanto mai indispensabile per raggiungere quegli obiettivi di sicurezza necessari alla tutela dei nostri comuni interessi” sottolineando anche come “l’Unione Europea è uno dei principali promotori della stabilità e della sicurezza dell’intero Sahel, ma il suo impegno può e deve fare un salto di qualità, integrando lo sforzo nel settore della sicurezza con le proprie capacità di supporto economico, sociale e di cooperazione allo sviluppo. Un approccio integrato è fondamentale”. Sostanzialmente la stessa linea della Francia.

Parigi con l’Operazione Barkhane sta cercando di stabilizzare la regione, e grazie all’istituzione della task force Takuba ha dato il via a una “europeizzazione” dell’impegno militare in Mali. L’Italia, da quest’anno, è uno dei Paesi europei che partecipa attivamente a questa nuova missione con l’invio di un importante contingente di Forze Speciali che va ad unirsi a militari di Belgio, Olanda, Estonia, Portogallo e Svezia.

Da questo punto di vista, e a conferma di quanto detto sopra, è da notare che la Germania, sebbene sostenga politicamente la nuova operazione militare, non ha inviato le sue truppe nonostante la richiesta esplicita della Francia.

A quasi otto anni dall’inizio delle operazioni, però, non si intravede alcuna luce al fondo del tunnel saheliano, e l’esercito francese perde progressivamente il capitale di legittimità accumulato nella fase iniziale delle operazioni. Già nel 2020 i decisori francesi ventilavano l’ipotesi di una riduzione delle truppe impegnate nell’Operazione Barkhane, ma un ritiro completo è inimmaginabile per Parigi ed è proprio per questo che la Francia, oggi, si ritrova nelle sedi internazionali a chiedere una qualche forma di “suddivisione dei costi” nel segno della cooperazione multilaterale europea. Un primo chiaro esempio di come l’Eliseo, in forza di questo asse con Berlino, intenda indirizzare la politica estera dell’Unione Europea secondo i propri fini.

La Libia

Se l’Italia ha “perso” la Libia – nel senso di aver perso legami instaurati nel corso dei decenni fino all’ultimo governo Berlusconi – è in larga parte dovuto anche alle mosse francesi. Fu l’allora presidente Nicolas Sarkozy a spingere per l’intervento in Libia. E mentre la Francia colpiva Tripoli insieme a Stati Uniti e Regno Unito (e con l’appoggio italiano), la Germania rifiutava di approvare la risoluzione Onu 1973 con cui autorizzava l’istituzione di una no-fly zone sulla Libia e l’utilizzo di “qualsiasi mezzo” necessario per proteggere i civili. La scelta tedesca di non sostenere l’intervento militare in Libia – scelta condivisa da Cina, India, Russia e Brasile – fu uno dei segnali più importanti sul fatto che l’agenda di Berlino fosse meno sfavorevole all’Italia rispetto a quella di Parigi. E fu una scelta che sicuramente aiutò la Germania a porsi come potenza mediatrice in un’area che non ha mai visto un interessamento capillare e profondo della politica estera tedesca.

Nel corso degli anni, la visione tedesca è cambiata. Dalle Primavere arabe, e in concomitanza con la affermazione della Germania quale potenza leader dell’Unione europea, la Merkel ha scelto di uscire dal suo guscio economico per provare a imporsi anche come potenza diplomatica. E in questa nuova rotta intrapresa da Berlino, la Libia è un caso di scuola molto interessante. Non solo perché la Germania si è contraddistinta per una politica meno dura e assertiva di quella francese, ma anche perché nel corso degli anni la politica francese in Libia si è rivelata molto più caotica e fallimentare, tanto che Parigi si è ritrovata fondamentalmente priva di una capacità di leadership nel Paese nordafricano. A partire dal fallito sostegno a Khalifa Haftar. Cosa che la contraddistingue proprio dalla Germania, che invece, nonostante la posizione molto più defilata, ha saputo incunearsi nelle trame libiche riuscendo addirittura a ergersi a capitale della transizione e spodestando proprio l’Italia, che a Palermo aveva provato a costruire il futuro della Libia intestandosi la prima conferenza per la pace.

La scelta di spostare a Berlino il centro della diplomazia sulla Libia è un segnale duplice. Da una parte fa capire che l’Italia, prima detronizzata  strategicamente dalla Libia, ora lo è anche a livello diplomatico. Il ruolo di primo piano per il futuro di Tripoli l’Italia non l’avrà più. E questo è un tema su cui da tempo i governi italiani provano a fare qualcosa sperando nell’aiuto statunitense. Dall’altra parte è importante ricordare che la Germania ha assunto un carattere meno anti-italiano in Libia e Africa rispetto alla Francia. E la vicinanza tra Italia e Germania anche nei rapporti con la Turchia può aiutare Roma a non essere completamente estromessa dalla transizione libica, puntando anche sulle difficoltà incontrate dai francesi e nel continuo scontro con turchi e qatarioti.

L’esperienza del Sahel, in questo senso, potrebbe anche far propendere gli Stati Uniti verso un minore sostegno alle iniziative dell’Eliseo. Mentre la Germania, che sta assumendo un ruolo di primo piano nell’area, potrebbe mostrare una visione più ampia e meno assertiva, forte anche dei rapporti con la Russia, la Turchia, la Cina e i partner Ue presenti nell’area.

Mediterraneo orientale

Sul fronte del Mediterraneo orientale, l’Italia si è spesso trovata in una situazione complicata per i rapporti con i Paesi rivieraschi e per quelli che, pur estranei all’area da un punto di vista geografico, ne sono coinvolti da un punto di vista di interessi strategici. Francia e Germania fanno parte di questo secondo gruppo e l’Italia si trova spesso in un difficile e complesso dialogo con entrambe.

La questione verte soprattutto sul gas. È quello il vero Eldorado della regione, con i fondali del Levante che rappresentano non solo territorio di estrazione ma anche di transito per i gasdotti. Un crocevia di interessi energetici che si unisce a un quadro diplomatico molto complicato. La Francia – che agisce con il doppio binario delle azioni della diplomazia militare e di quella energetica – non ha mai negato di avere forti interessi nell’area. Ed Emmanuel Macron si è mantenuto saldamente su questa linea. Lo ha dimostrato con l’intervento a Beirut dopo l’esplosione che ha distrutto la capitale libanese, l’accordo per una base a Cipro, con l’intervento a sostegno della Grecia contro le mire turche nell’Egeo, ma anche con la conferma dell’impegno militare in Siria, che si riflette anche nei rapporti diplomatici di altri attori coinvolti nell’area.

In tutto questo, c’è poi l’Egitto, Paese con cui la Francia intrattiene enormi rapporti di natura politica, culturale, economica e commerciale, ma che ha “tradito” Parigi su due fronti: il gas e il mercato delle armi. Sul fronte energetico, la scoperta da parte di Eni del giacimento Zohr ha cambiato sensibilmente gli equilibri diplomatici; mentre sul fronte bellico, la vendita delle due fregate Fremm al Cairo da parte dell’Italia – navi preferite alle “sorelle” francesi – ha inferto un duro colpo all’export di Parigi. Un problema che si intreccia in maniera quasi indissolubile con il caso libico e quello del Sahel, visto che i blocchi che si fronteggiano in questi due aree sono gli stessi che si confrontano anche nel Mediterraneo orientale.

Da parte tedesca, l’attenzione verso il Mediterraneo è improntata sulla diplomazia. Nel confronto tra Grecia e Turchia, la Germania ha optato per una mediazione serrata tra i due Paesi dimostrando una linea diplomatica molto più affine a quella italiana. Per quanto riguarda il gas, la partita tedesca in questo momento è soprattutto rivolta al Nord Stream 2, senza avere particolari pretese sul Levante. Mentre per il tema delle armi e della vendita di mezzi bellici, la questione diventa più complessa, con la Germania che però in questo momento sembra molto più avanti nella vendita di sottomarini che non in quella di mezzi di superficie.

L’Italia, anche per questi motivi, potrebbe tentare la via dell’equilibrismo cercando di rompere l’asse franco-tedesco. Se la Francia, infatti, ha molto spesso avuto una posizione di competitor contro l’Italia, è altrettanto vero che lasciare troppo spazio alla Germania potrebbe far sostituire proprio Roma dalla potenza tedesca in un’area in cui, sin dai tempi della missione in Libano, ha un forte ascendente. Un’opera di mediazione e di equilibrio potrebbe quindi fare comodo a Roma per sfruttare l’assertività francese ma a vantaggio della diplomazia italiana. Con il supporto appunto proprio della Germania che, va detto, non ha però alcun interesse a sostenere apertamente progetti di diversificazione delle fonti del gas quando vuole essere l’hub europeo del gas russo.

Il mercato della Difesa

Come già accennato prima, anche per ciò che riguarda il cosiddetto “mercato delle armi” esistono problemi di diversa natura. Italia e Francia mantengono da sempre rapporti molto importanti su progetti come le FremmHorizon ed esistono ampi margini di manovra per altri settori come quello del cyberspazio e missilistico. Con la Germania, almeno sul fronte marittimo, c’è in ballo soprattutto il piano per i sottomarini U212 Nfs, con cui l’Italia sta modernizzando anche la sua componente subacquea.

L’asse franco-tedesco è invece un problema per l’Italia. Ed è anche per questo che a Roma molti sperano nella possibilità di rafforzare i legami bilaterali per evitare che Parigi e Berlino blindino accordi che facciano fuori l’Italia. L’esempio più chiaro in questo senso è lo Scaf, il progetto che vede unite Francia, Germania e Spagna e che si pone come rivale del caccia Tempest su progetto italiano, britannico e svedese. Molti sperano che i due progetti, a lungo andare, si fondano. Ma questa possibilità non sembra affatto concreta, almeno nell’immediato. Mentre la rivalità tra i due caccia indica anche un diverso approccio alla stessa Difesa Ue, con l’Italia che di fatto partecipa a un progetto esterno all’Unione.

Sulla questione dell’industria della difesa esiste poi tutto un problema legato ai campioni industriali franco-tedeschi nel settore tecnologico e che ovviamente si ripercuote sulla produzione italiana. La possibilità che Francia e Germania, anche per via del trattato di Aquisgrana, adottino azioni per unire comparti strategici dell’industria nazionale a scapito di altri accordi bilaterali, pone un problema strategico per l’Italia, che invece confida negli accordi in separata sede. Questione apparsa evidente anche con l’affaire Fincantieri-Stx.

A questi problemi, si aggiunge poi il nodo della competizione globale per la vendita dei sistemi d’arma. L’Italia, soprattutto con Leonardo e Fincantieri, ha mostrato un’ottima capacità di espansione della propria industria andando a colpire in mercati dove la Francia, in particolare, si sentiva protetta. In Medio ed Estremo Oriente, i recenti accordi siglati nel settore navale hanno reso evidente la forza italiana nell’inserirsi in questi mercati. E, come detto in precedenza, la vendita delle Fremm all’Egitto – così come l’export in Qatar – ha fatto intendere a Parigi di dover temere la concorrenza italiana. Cosa che è possibile che accada anche per le nuove vendite alla Grecia. Una sfida che dimostra quindi come il rapporto tra Italia, Francia e Germania sia molto complesso. E che scalzare l’asse aiuterebbe Roma a evitare una pericolosa esclusione da certi settori-chiave.

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