Roma, 29 maggio 1935: una ripresa tratta dall’archivio dell’Istituto Luce mostra quella che è stata la prima occasione di un incontro diplomatico tra Italia e Arabia Saudita dopo il consolidamento del dominio dei sovrani di Riad sulla penisola araba tra gli Anni Venti e Trenta.

Le immagini mostrano Sa’ud, principe ereditario del fondatore del regno Abd al-Aziz, visitare il Foro Mussolini a Roma. Erano quelli gli anni in cui l’Italia cercava un’apertura diplomatica verso il contesto arabo e mediorientale e in cui il regime fascista tentava di giocare la carta di protettore della “spada dell’Islam” per orientare verso il costituendo asse Roma-Berlino le simpatie dei movimenti nazionalisti mediorientali in funzione antifrancese e, soprattutto, antibritannica. La rapsodica e intermittente avanzata dei propositi politici italiani in tal senso impedì una strutturata strategia politica, ma nonostante le velleità mussoliniane questa fase storica aprì a un’indubbia curiosità reciproca tra l’Italia e il mondo arabo che è rimasta fino ai giorni nostri.

Almeno fino al 1942, anno in cui la disfatta di El Alamein cancellò definitivamente la presenza italiana in Libia e ogni velleità di ambire a un ruolo egemonico in campo mediterraneo e mediorientale, il governo di Benito Mussolini tentò a più riprese la carta dell’avvicinamento diplomatico ai Saud, avviando la sua presenza con il riconoscimento del regno e la firma di un trattato bilaterale di amicizia a Gedda. Come nota Matteo Pizzagallo nel saggio La diplomazia dell’amicizia dedicato proprio al primo decennio di rapporti italo-sauditi, l’Arabia voleva in particolar modo ottenere dal rapporto con Roma un graduale affrancamento dalla dipendenza dalla Gran Bretagna per i materiali tecnici, le competenze funzionali allo sviluppo e il sostegno per la crescita delle capacità produttive e infrastrutturali del Paese in termini energetici. Prima dell’abbraccio con Washington nel secondo dopoguerra i Saud avviarono dunque una ricerca spasmodica dell’attenzione dell’Italia.

La relazione Roma-Riad è stata sempre dimidiata dall’asimmetria di fatto tra il peso effettivo dell’Italia negli scenari globali e le aspettative che l’Arabia Saudita riponeva in una nazione dal passato coloniale molto meno ingombrante per l’agone mediorientale rispetto alle controparti europee e dal sostanziale substrato economicistico che l’ha connotata. Enrico Mattei e la sua Eni non misero l’Arabia Saudita ai primi posti nelle nazioni con cui fare affari dopo la nascita del consorzio pubblico dell’energia, preferendo altri lidi (Iran, Iraq, Egitto), mentre per i fautori della diplomazia mediterranea della Prima Repubblica i Saud, eccessivamente schiacciati sull’opposizione a Israele e sullo sfruttamento politico della causa palestinese in senso aggregante apparivano troppo ondivaghi per sostenere una strategia di bilanciamento tra le varie componenti del Grande Medio Oriente.

Anche dopo l’avvicinamento di Riad alle potenze occidentali come gendarme statunitense nel Golfo la filigrana è stata chiara: una forte e crescente cooperazione economica non si è unita a grandi relazioni politico-strategiche e Roma ha preferito concentrarsi su altri attori come Emirati Arabi Uniti e Qatar. Certo, l’interscambio italo-saudita nel 2012 ha superato i 19 miliardi di euro, cifra mai registrata prima, ma si è trattato di un livello mai più toccato specie dopo il calo relativo del petrolio come componente del mix energetico nazionale. In periodo di Covid-19, sul fronte dei beni materiali Infomercatiesteri ricorda che nel 2020 il nostro export “si attesta a 3,217 miliardi di euro per il 2020 in sostanziale equilibrio rispetto al dato del 2019 di 3,276 miliardi (-1,8%), testimoniando la centralità dell’Arabia Saudita quale partner commerciale di riferimento nell’area del Golfo. Per contro le importazioni si attestano a 2,959 miliardi di euro in declino rispetto al dato del 2019 di 3,804 miliardi (-22%)”.

Il fatto che Roma e Riad siano poco avvezze al concreto dialogo politico è dato dall’ambivalenza con cui sono gestiti i dossier più caldi sul fronte strategico. Il recente caso, profondamente “emotivo”, dello stop alle forniture a Riad e agli Emirati Arabi Uniti sul fronte della difesa e aerospazio ha messo in imbarazzo un intero comparto senza poter come contropartita contribuire a risolvere le crisi in cui i due Paesi sono coinvolti nel Golfo, Yemen in testa. Il rischio, sul fronte dei rapporti con l’Arabia Saudita, è che l’Italia si trovi ad esser di fatto “trasparente” per una nazione che, indipendentemente dalle controversie che la riguardano, è membro del G20 e attore fondamentale per i legami tra Occidente e Medio Oriente. Il fatto che casi singoli di human diplomacy, come quello di Matteo Renzi, abbiano supplito all’ordinarietà e alla strategicità dei rapporti diplomatici, commerciali, geopolitici la dice lunga su quanto Roma debba ancora fare per costruire un’agenda araba in grado di consolidare i legami economici e creare sinergie sui temi di comune d’interesse politico. Stabilità dell’area Mena in primis.

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