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Quest’anno ricorrono i trent’anni dell’arrivo sulle coste brindisine e baresi dei primi profughi in fuga dall’Albania postcomunista e dell’inizio della celebre Operazione Pellicano, una mastodontica missione umanitaria portata avanti dalle forze armate italiane per permettere alla nazione delle Aquile di superare la tremenda crisi civile a mezzo dell’invio di tonnellate di viveri, farmaci e altri beni di prima necessità.

Rama a Bari

Nella giornata del 5 marzo il primo ministro albanese, Edi Rama, si è recato a Bari per partecipare ad una commemorazione sentita e vissuta parimenti in Italia e dall’altra parte dell’Adriatico: il trentennale dell’esodo biblico del popolo albanese verso il Bel Paese.

L’epopea ebbe inizio alle ore 10 del 7 marzo 1991 con lo sbarco a Brindisi – che all’epoca aveva circa 95mila abitanti – della Lirja, una nave con a bordo 5mila profughi. Nelle ore successive, complici altri arrivi, quel numero avrebbe superato quota 27mila. Una crisi umanitaria di proporzioni diluviane che il governo italiano, colto impreparato, avrebbe affrontato egregiamente grazie al supporto fondamentale delle migliori risorse a propria disposizione: popolo, esercito e Chiesa cattolica.

Rama, ricevuto dal titolare dalla Farnesina, Luigi di Maio, e dal presidente della regione Puglia, Michele Emiliano, è venuto in Italia “per ricordare quei momenti” e per essere ringraziato nuovamente di aver reciprocato l’aiuto, a trent’anni di distanza, inviando personale medico volontario nelle strutture sanitarie nostrane durante la prima fase dell’emergenza pandemica. Di Maio, commentando il gesto umanitario di Tirana, ha dichiarato che “non ce lo dimenticheremo” perché si è trattato di “una solidarietà non scontata e per questo motivo non smetterò mai di dire grazie all’amico Edi Rama”.

1991, l’anno dell’umanità

L’Albania era uscita letteralmente distrutta da cinquant’anni di comunismo – ha vantato il titolo di Paese più povero d’Europa a partire dalla seconda metà della guerra fredda –, e l’Italia, oltre ad essere la nazione sviluppata più vicina geograficamente, era anche l’unica capace e volente di offrire aiuto per un insieme di ragioni culturali, storiche e geopolitiche.

Il 7 marzo 1991, a quattro mesi dalla fine definitiva, ufficiale e conclamata della dittatura comunista, i porti di Valona e Durazzo furono presi d’assalto da migliaia di persone alla ricerca di una nuova casa in cui ricostruire la propria vita, di un tetto sotto il quale dormire e di un tavolo sul quale mangiare. Quella casa, per i motivi già elencati, non avrebbe potuto essere che l’Italia, già patria da tempi immemori degli arbëreshë – molti dei quali trovarono riparo nella penisola in seguito all’invasione ottomana dell’Albania.

L’intera nazione si sarebbe mobilitata en masse, genuinamente e spassionatamente, per soccorrere i profughi albanesi ed aiutarli a ricominciare una nuova vita il prima possibile. Viveri e vestiti furono raccolti e messi a disposizione dei profughi da forze armate, Chiesa cattolica e organizzazioni caritatevoli, ma anche e soprattutto dai cittadini, ossia la gente comune, che furono i veri protagonisti della campagna di solidarietà. Come ricordano i media nostrani, “molti cittadini di Brindisi scesero in campo per fornire aiuti alimentari, vestiario e medicinali” e “scuole, parrocchie, centri sociali diventarono punti d’accoglienza”, sullo sfondo dell’apertura delle case degli italiani ai minorenni, una componente significativa degli arrivi.

Marzo, ad ogni modo, fu soltanto il preludio, o meglio un assaggio, di quello che sarebbe accaduto nei mesi successivi, ovverosia un aumento significativo degli sbarchi sulle coste italiane  emblematizzato dall’arrivo a Bari della Vlora, la nave-simbolo dell’esodo migratorio – provocato dall’accentuarsi della crisi civile a Tirana. Il sistema d’accoglienza italico, oramai superata la soglia della criticità, aveva bisogno di tempo per riorganizzarsi: nasceva l’operazione Pellicano.

L’Operazione Pellicano

L’operazione Pellicano inizia il 16 settembre 1991 su iniziativa dell’allora governo Andreotti VII. La missione umanitaria, gestita interamente dalle forze armate italiane, nasce con l’obiettivo di soddisfare simultaneamente una commistione di interessi, visioni e influenze esterne:

  • Realpolitik. V’era la necessità impellente di impedire lo “svuotamento” dell’Albania, che avrebbe comportato il collasso catastrofico del sistema d’accoglienza italiano e vanificato gli sforzi dei mesi precedenti.
  • Solidarismo. L’Italia aveva l’imperativo di aiutare una nazione in grave difficoltà e con la quale era legata, oltre che della geografia, dalla storia, dalla cultura e (in parte) dalla religione.
  • Il fattore Vaticano. La Chiesa cattolica aveva giocato un ruolo-chiave nella campagna di solidarietà sin dai primordi, mettendo a disposizione delle autorità civili sia personale volontario – dirottato dalle proprie organizzazioni caritatevoli, come la Caritas, e dagli istituti religiosi, come le congregazioni di suore – sia strutture, dalle parrocchie agli immobili di vario tipo. Logica umanitaria a parte, l’obiettivo ultimo della Santa Sede era di approfittare della caduta del comunismo per riportare a nuova vita il cattolicesimo albanese. In questo contesto si inquadra il viaggio apostolico a Tirana dell’allora pontefice Giovanni Paolo II, avvenuto nell’aprile 1993, ovverosia all’apice della crisi umanitaria. 

Pellicano, quindi, viene partorita in un quadro particolarmente complesso e sensibile, che non ammette errori, perciò viene divisa in due fasi. La prima, che si protrae sino a marzo 1992, vede il personale militare nostrano impegnato nel trasporto e nella distribuzione in Albania di 90.659 tonnellate di beni di vario genere, in particolare viveri, vestiti e farmaci, raccolti e inviati dall’Italia per mitigare le ricadute sociali e sanitarie della tremenda crisi economica.

La seconda e ultima fase, stesa da marzo 1992 al 3 dicembre 1993, vede l’ingresso in scena della Comunità economica europea a lato dell’Italia. Anche in questo caso, sarebbero stati i soldati dell’esercito italiano, sostanzialmente appartenenti ai battaglioni logistici “Carso” e “Acqui”, a traghettare nei porti di Durazzo e Valona gli aiuti provenienti dalla Cee e ad occuparsi della loro distribuzione in loco. Quando la missione termina, l’Albania è stata salvata (temporaneamente) dal baratro grazie ad uno sforzo immane e senza precedenti che ha reso possibile la fornitura di 750mila tonnellate di viveri e medicinali.

Sullo sfondo delle spedizioni di beni di prima necessità, durante l’intero periodo di attività dell’operazione Pellicano i medici delle forze armate italiane avrebbero erogato servizi di assistenza sanitaria generica alla popolazione albanese e i carabinieri del gruppo Tuscania avrebbero svolto mansioni di vigilanza militare.

Tonnellate di beni umanitari a parte, la storicità della missione può essere compresa anche dando uno sguardo ai numeri complessivi riguardanti personale, costi e attività svolte: un avvicendamento complessivo di oltre 5mila soldati, per una presenza media fissa sul territorio di 1.200, circa 200mila interventi sanitari eseguiti, 7.800 ore di volo tra aerei ed elicotteri, una spesa mensile per l’Italia di 20 miliardi di lire.

L’eredità di Pellicano

Pellicano è stata la più grande operazione di potere morbido che l’Italia abbia mai effettuato nel proprio estero vicino e, a distanza di trent’anni, i benefici continuano ad essere tali che si può affermare l’esistenza di una rendita di posizione. Infatti, sebbene l’influenza di Roma su Tirana sia stata compromessa inevitabilmente dal dinamismo aggressivo di altre potenze, in primis Turchia e Germania, restiamo il primo mercato di riferimento della nazione delle Aquile in termini di import-export, nonché il quarto investitore straniero, e il gemellaggio culturale sta resistendo all’erosione del tempo.

L’Albania, inoltre, durante la pandemia ha onorato la memoria di Pellicano inviando trenta medici volontari ad assistere il personale italiano, “uno per ogni anno passato da quando ce ne siamo andati”; un numero, quindi, per nulla lasciato a caso ma, al contrario, rispecchiante un elevato senso dell’onorevolezza e permeato di simbolica profondità. Perché Italia e Albania, nel 2021 come nel 1991, restano fraternamente unite o, per dirla con le parole rivolte dal ministro Di Maio a Rama, “mbetemi të bashkuar“.