Quando un anno fa Benjamin Netanyahu e Benny Gantz hanno trovato un accordo per la formazione del nuovo governo, in Israele in molti hanno ipotizzato l’uscita da quel tunnel politico che nel giro di 12 mesi ha portato il Paese per ben tre volte alle urne. Speranza però resa vana da un’ennesima crisi politica. E così lo Stato ebraico ha dovuto affrontare un’altra campagna elettorale. Il tutto mentre, dopo più di 800mila casi accertati e 6.092 vittime contate, Israele a fatica è uscito dall’emergenza coronavirus. A conti fatti comunque, anche questa tornata elettorale dovrebbe certificare l’assoluta centralità di Netanyahu nel contesto politico israeliano.

La fine della pandemia

L’elemento principale in grado di orientare l’andamento dell’ultima campagna elettorale, è stato senza dubbio rappresentato dall’emergenza coronavirus. Il Covid nella scorsa primavera ha picchiato duro anche in Israele, con le autorità costrette a dichiarare rigidi lockdown. Complessivamente la gestione dell’epidemia non è risultata molto agevole: dopo una piccola tregua estiva, a settembre il Paese è tornato a subire severe misure di distanziamento. La situazione è cambiata a partire da dicembre, quando Israele ha avviato la campagna di vaccinazioni. Da allora anche la percezione dell’emergenza da parte dell’elettorato ha iniziato ad essere differente. Le autorità sanitarie israeliane hanno proceduto celermente a iniettare le dosi di vaccino alla popolazione. Ad oggi, oltre il 60% dei cittadini ha ricevuto almeno una dose, oltre il 50% ne ha avute due. I risultati sono stati ben evidenti: a inizio marzo il governo ha potuto allentare le misure restrittive.

Lo stesso premier uscente Netanyahu ha dichiarato che il Paese è oramai fuori dall’emergenza. Le immagini di strade e locali nuovamente affollati e di una normalità ritrovata hanno fatto il giro del mondo. Per Israele un’importante prova di forza mediatica a livello internazionale, per Netanyahu uno spot senza eguali sul fronte interno. Non c’è dubbio che la campagna vaccinale è il vero elemento in grado di incidere sull’esito finale del voto del 23 marzo. Anche perché la sensazione arrivata dallo Stato ebraico è quella di un Paese realmente vittorioso contro l’epidemia, visto che negli ultimi giorni il numero delle persone contagiate è ulteriormente calato.

Likud verso la maggioranza relativa

Netanyahu potrebbe capitalizzare molto dal successo delle vaccinazioni. Il suo partito, il Likud, è accreditato di almeno 30 seggi ed è di gran lunga il favorito nei sondaggi. Il problema per lui, così come nelle tre ravvicinate consultazioni elettorali, è rappresentato dal sistema di voto. Un proporzionale semplice su base nazionale e con uno sbarramento fissato al 3.25%. Avere 30 seggi non è certo garanzia di governabilità, visto che la Knesset, il parlamento israeliano, è composto da 120 deputati. Tuttavia, a prescindere dai risultati che arriveranno, è Netanyahu l’unico ago della bilancia.

Questo però non deve trarre in inganno. Il Likud non dovrebbe avere problemi nell’essere il partito di maggioranza relativa, ma la popolarità del premier uscente è piuttosto bassa rispetto al passato. Se da un lato molti elettori hanno riconosciuto il merito a Netanyahu di aver avuto un approccio pragmatico sui vaccini, dall’altro sull’attuale capo dell’esecutivo pendono i processi per corruzione avviati contro di lui nei mesi scorsi. Il 20 marzo in diverse piazze delle principali città israeliane sono state organizzate manifestazioni contro il primo ministro uscente, nei cortei sono apparsi anche slogan in cui sono state chieste le sue dimissioni.

Difficile trovare stabilità

Numeri dei sondaggi alla mano, forse anche gli stessi manifestanti dei giorni scorsi credono poco alla possibilità di una svolta nella politica israeliana. Soprattutto perché non sembrano essere emerse vere alternative a Netanyahu. Come detto, il Likud dovrebbe partire da una base di 30 deputati. A questi vanno aggiunti i voti dei partiti religiosi, ossia Shas e Giudaismo Unito nella Torah e il cosiddetto fronte del Sionismo Religioso. In totale una cinquantina di seggi. Pochi per arrivare alla cifra di 61, la minima per una vera maggioranza. E allora ecco che il premier uscente ha così la necessità di raschiare voti da altre parti. In tal senso, la vera incognita è rappresentata dalla destra religiosa di Yamina, formazione guidata da Naftali Bennet, a cui dovrebbero andare 9 seggi. Ma attualmente quest’ultimo non ha espresso un chiaro appoggio a un governo a guida Likud. Diversi gli screzi tra lui e il premier uscente negli ultimi mesi. Le trattative, in caso di contatti tra i due, non sarebbero delle più semplici e forse Bennet ha fiutato il ruolo di vero “king maker” della consultazione.

Un aiuto a Netanyahu potrebbe clamorosamente arrivare da una formazione arabo – israeliana. Si tratta del partito Raam, distaccatosi dalla Lista Unita Araba e guidato da Mansour Abbas, il quale ha strizzato in più occasioni l’occhio al premier. La partita è però tutta in salita. Anche perché, sempre nel centro – destra, sono almeno due gli altri attori al momento distanti da Netanyahu. A partire da Gideon Saar, fuoriuscito da Likud e fondatore di Nuova Speranza, accreditato di 9 seggi. C’è inoltre la destra nazionalista di Yisrael Beiteinu, il partito della destra laica sostenuto dalla popolazione russofona e trainato da Avigdor Lieberman, a cui dovrebbero andare 6 deputati.

Ma non va meglio nel centro – sinistra. Yesh Atid, partito capitanato da Yair Lapid, è accreditato di 19 seggi. Si tratta della formazione che con Benny Gantz ha formato la lista Blu&Bianco nelle ultime tornate elettorali. Gantz, dal canto suo, dopo essere stato rivale di Netanyahu ha stretto l’accordo che nel marzo 2020 ha dato vita all’attuale governo ed è di fatto uscito dai giochi: il suo partito non dovrebbe andare oltre i 4 seggi. I laburisti e Meretz sono accreditati di 4/5 seggi a testa, sullo stesso fronte gli altri partiti arabi dovrebbero raccogliere circa 8 parlamentari. Il quadro è quindi molto frammentato. Lo spettro di un nuovo voto non è poi così remoto. L’unica certezza per l’appunto è rappresentata dalla presenza centrale, comunque vada, di Netanyahu.

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