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Mohammed bin Salman sembra stia sopravvivendo alla tempesta dovuta al brutale assassinio di Jamal Khashoggi. L’omicidio del giornalista saudita, ucciso e fatto a pezzi all’interno del consolato saudita di Istanbul, sembrava dover essere la fine del principe di Riad. E invece, almeno fino a questo momento, bin Salman non solo è rimasto saldamente (per quanto indebolito) nelle grazie del re, ma anche dei leader internazionali. Nessuno, al netto di prese di posizione di condanna sull’efferato delitto, si è posto dichiaratamente contro la monarchia wahabita. E Mbs, sicuramente meno coccolato dai media occidentali rispetto ai mesi in cui ha scalato la gerarchia araba, può dirsi quantomeno ancora al suo posto e pronto a succedere al re.

Russia e Stati Uniti sulla difensiva

Bin Salman non è saltato e non sembra destinato a saltare, almeno nell’immediato. E l’hanno dimostrato i calorosi saluti di Vladimir Putin durante il G-20 di Buenos Aires ma anche le prese di posizione assolutamente neutrali, se non proprio di sostegno, da parte di Donald Trump. I due leader delle maggiori superpotenze del mondo (escludendo la Cina che però ha ottimi contratti con i sauditi) hanno sostanzialmente autorizzato Mbs a rimanere al suo posto.

E sotto questo profilo, il placet di Mosca e Washington blinda la posizione del principe. Un personaggio scomodo ma utile, che non a caso serve gli interessi sia degli Stati Uniti che della Russia, ma anche di Israele.Ed è proprio da questa triangolazione che bisogna partire per capire il motivo per il quale bin Salman è ancora al suo posto. Perché l’erede al trono saudita è ancora utile a chi conta nel mondo.

A Putin può essere utile

Putin ha bisogno di Riad per avere un interlocutore fondamentale nel settore petrolifero, specialmente in un periodo di forte crisi del prezzo del barile. I sauditi controllano l’Opec. E dai loro tagli o aumenti della produzione si decide molto del destino del prezzo del petrolio e di conseguenza delle economie dei Paesi produttori. Putin ha trovato un valido sostegno nella corte saudita. E questo basta.

Inoltre, da Riad sembrano aver molto mitigato le mire sulla Siria, alleato della Russia in Medio Oriente e perno della strategia del Cremlino nella regione. Questo permette quindi a Mbs di respirare. Dal nord russo non arriveranno segnali di disapprovazione. E non sono arrivati neanche dopo l’omicidio Khashoggi, a dimostrazione che il Cremlino ha un piano per l’Arabia Saudita. E l’erede al trono è ancora utile.

Trump, Kushner e Israele

Ma è soprattutto dal triangolo Arabia Saudita-Israele-Stati Uniti che va capito il gioco che tiene ancora in vita la leadership del principe arabo. Dall’ascesa di Donald Trump è evidente che l’asse fra Washington e Riad si è fortemente consolidata. E merito di quest’alleanza è dovuto soprattutto all’investimento fatto dalla corte saudita su Jared Kushner, genero di Trump e amico di Benjamin Netanyahu, primo ministro di Israele. Secondo un’inchiesta del New York Times, è stata proprio di Kushner la mano che ha permesso a bin Salman di scalare il potere e di trovare alla Casa Bianca un amico. Così, mentre gli Usa investivano sul principe, i sauditi investivano sul marito di Ivanka.

Come riporta La Stampa, “l’inchiesta rivela che i sauditi cominciarono a ‘investire’ su Kushner prima ancora che il suocero s’insediasse alla Casa Bianca”. “I sauditi individuarono subito in Kushner l’uomo su cui puntare, e non furono delusi. Trump nominò il Primo Genero suo consigliere proprio sul Medio Oriente, malgrado la sua totale inesperienza”, riporta il quotidiano. E questo nonostante le critiche molto dure da parte del generale John Kelly, che riteneva assurdo assegnare le chiavi della strategia americana in Medio Oriente a un uomo senza alcuna esperienza e senza qualcuno del National Security Council da affiancargli. 

Nel tempo, Kushner e il principe saudita sono diventati praticamente amici, consolidando quindi un triangolo fra Stati Uniti e Arabia Saudita e che coinvolge in particolare Israele. E lo dimostrano l’assoluta convergenza delle agende politiche fra questi tre Stati così diversi ma uniti da una strategia praticamente identica su tutti i fronti, a partire proprio dal Medio Oriente. Oggi è impossibile scindere l’agenda mediorientale di Trump da quella di Netanyahu, almeno sulla questione palestinese e sui rapporti di forza in Siria.

Dall’altro lato, è evidente l’avvicinamento di israeliani e sauditi, dimostrato anche dalle sempre più frequenti interviste di generali delle Israel defense forces ai quotidiani arabi. Un avvicinamento che poteva essere suggellato dall’ormai fantomatico piano di Trump sulla Palestina. E infine, l’asse fra Riad e Washington si è manifestata soprattutto nei contratti miliardari sulle armi americane ai sauditi e nella politica anti-Iran. Altro obiettivo che unisce questi tre Stati.

Morale di questa politica? La sopravvivenza di Mohamed bin Salman all’orrore avvenuto nel consolato saudita e che ha avuto come vittima Jamal Khashoggi. E sembra che sia stato proprio Kushner a consigliare Mbs su come districarsi riguardo l’omicidio del giornalista, così come sembra essere stato sempre il genero di Trump a convincere il presidente americano ad archiviare il caso senza incidere sui rapporti bilaterali. 

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