Israele scopre il genocidio degli armeni ma solo per colpire la Turchia

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Il riconoscimento del genocidio armeno da parte di Israele non arriva nel vuoto della storia, ma nel pieno di una crisi politica, militare e diplomatica con la Turchia. Il ministro degli Esteri Gideon Saar ha annunciato l’intenzione di portare in governo una risoluzione che, se approvata, finirà poi davanti al Parlamento israeliano. La motivazione ufficiale è alta, quasi solenne: riconoscere lo sterminio degli armeni come dovere morale e storico.

Il problema è che, in politica internazionale, anche i doveri morali hanno spesso un calendario. E questo calendario coincide con il crollo dei rapporti tra Gerusalemme e Ankara. Per decenni Israele ha evitato di riconoscere formalmente il genocidio armeno, non perché mancassero documenti, testimonianze o consapevolezza storica, ma perché la Turchia era un interlocutore troppo importante: ponte verso il mondo musulmano, attore della Nato, partner militare, snodo energetico, potenza regionale capace di pesare sul Mediterraneo orientale, sul Caucaso e sul Medio Oriente.

Oggi quel quadro è saltato. Erdogan ha trasformato la guerra di Gaza in un terreno di scontro diretto con Netanyahu, accusando Israele di genocidio e paragonando il premier israeliano a Hitler. Israele risponde colpendo uno dei nervi più sensibili dell’identità nazionale turca: il 1915, le deportazioni, le marce della morte, lo sterminio degli armeni dell’Impero ottomano.

Il passato che torna nel presente

Il genocidio armeno cominciò nell’aprile 1915 e proseguì fino ai primi anni Venti. Circa un milione e mezzo di armeni furono uccisi o lasciati morire attraverso deportazioni, massacri, fame, malattie, persecuzioni sistematiche e conversioni forzate. La Turchia continua a negare la definizione di genocidio, sostenendo che si trattò di una tragedia legata alla guerra e non di un piano di sterminio.

Ma la questione non è solo storica. È politica. Ogni riconoscimento internazionale viene percepito da Ankara come un attacco alla legittimità della Repubblica turca e alla continuità narrativa con il passato ottomano. Per questo la proposta israeliana ha un valore che va molto oltre l’Armenia. È un messaggio alla Turchia: se Ankara usa Gaza per delegittimare Israele, Israele può usare la memoria armena per delegittimare Ankara. È diplomazia, ma è anche rappresaglia simbolica.

La contraddizione del Caucaso

C’è però un punto che rende la mossa israeliana molto meno limpida di quanto appaia. Israele è stato ed è uno dei principali fornitori di armi dell’Azerbaigian, il Paese che ha combattuto contro l’Armenia per il Nagorno-Karabakh. Nel 2020 Baku ha riconquistato ampie parti del territorio conteso; nel 2023 l’offensiva azera ha portato all’esodo di circa centomila armeni dal Karabakh.

Qui la retorica morale si scontra con la realtà strategica. Israele riconosce il dolore storico armeno, ma ha armato uno dei principali avversari geopolitici dell’Armenia contemporanea. Non è un dettaglio. È il cuore della contraddizione. Gerusalemme non sta rivedendo davvero la propria politica caucasica. Sta usando la questione armena come leva contro la Turchia, senza mettere in discussione i rapporti con Baku. Il motivo è semplice: l’Azerbaigian è utile. È vicino all’Iran, vende energia, compra armi, offre profondità strategica in una regione decisiva. Per Israele, Baku resta un alleato prezioso nella pressione su Teheran e nella competizione per il controllo degli equilibri caucasici.

Il calcolo militare

Dal punto di vista militare, la crisi tra Israele e Turchia va letta su tre fronti. Il primo è Gaza, dove Ankara si propone come protettrice politica della causa palestinese e tenta di contendere ad altri attori regionali il ruolo di riferimento del mondo sunnita. Il secondo è la Siria post-Assad, dove Turchia e Israele hanno interessi divergenti: Ankara vuole profondità strategica, influenza sulle milizie e controllo del confine; Israele vuole impedire che la Siria diventi una piattaforma ostile collegata a Iran, Hezbollah o gruppi islamisti. Il terzo è il Mediterraneo orientale, dove gas, basi navali, rotte commerciali e alleanze marittime rendono ogni tensione politica un possibile moltiplicatore militare.

La proposta sul genocidio armeno non cambia da sola gli equilibri militari, ma segnala un deterioramento profondo. Israele e Turchia non sono semplici rivali verbali. Sono due potenze armate, tecnologicamente avanzate, inserite in reti di alleanze complesse e capaci di influenzare teatri che vanno dal Levante al Caucaso.

Lo scenario economico

Sul piano economico, il peggioramento dei rapporti pesa su commercio, energia e industria della difesa. La Turchia è una piattaforma naturale tra Europa, Asia e Medio Oriente. Israele guarda al Mediterraneo orientale come a uno spazio energetico e tecnologico da controllare insieme a Grecia, Cipro e altri partner. Ankara, invece, vuole impedire di essere aggirata nelle rotte del gas e nelle architetture regionali.

In questo senso, il riconoscimento del genocidio armeno diventa anche uno strumento geoeconomico. Non produce sanzioni, non blocca porti, non chiude corridoi energetici. Ma aumenta il costo politico della cooperazione, irrigidisce le opinioni pubbliche, complica i margini diplomatici e rafforza l’idea che Israele e Turchia siano ormai in campi contrapposti.

Le conseguenze potrebbero vedersi nei contratti militari, nella cooperazione tecnologica indiretta, nei rapporti commerciali e nella competizione per le infrastrutture del Mediterraneo orientale. Non siamo ancora davanti a una rottura irreversibile, ma a una frattura che può diventare strutturale.

Geopolitica della memoria

La memoria, quando entra nella politica di potenza, smette di essere solo memoria. Diventa pressione, arma, messaggio, ricatto diplomatico. Israele ha sempre saputo che il genocidio armeno era una questione storicamente fondata. Ha scelto di non riconoscerlo finché la Turchia era utile. Ora che la Turchia è diventata un avversario politico, quella memoria torna improvvisamente necessaria. Questo non cancella la verità storica dello sterminio armeno. Al contrario, la conferma. Ma mostra quanto la politica internazionale sappia usare anche le tragedie più immense secondo convenienza.

Per l’Armenia, il riconoscimento israeliano sarebbe un successo simbolico importante. Per la Turchia, una provocazione intollerabile. Per Israele, uno strumento di pressione contro Erdogan. Per l’Azerbaigian, probabilmente un fastidio controllabile, finché Gerusalemme non toccherà davvero la cooperazione militare con Baku. Ed è proprio qui che si misura la sincerità della svolta israeliana. Riconoscere il genocidio armeno contro la Turchia è facile. Rivedere i rapporti strategici con chi oggi stringe l’Armenia ai margini del Caucaso sarebbe un’altra cosa. Molto più costosa. Molto più vera.