Per comprendere il bombardamento di Israele del 2007 contro il reattore nucleare siriano bisogna avere bene in mente due concetti, che sono perfettamente sintetizzati in quell’azione chirurgica nella piana di Deir Ezzor. Ma che rappresentano, in definitiva, tutta la strategia di deterrenza israeliana.

L’opzione Sansone

Il primo concetto porta il nome di una delle figure più note dell’Antico Testamento: Sansone. Il personaggio biblico, che appare nel libro dei Giudici, è una figura dalla forza prodigiosa, concessa da Dio per contrastare i nemici di Israele. Nessuno conosce il suo segreto, che è appunto nei capelli lunghi, finché non viene tradito. Ma dopo il tradimento, umiliato e rinchiuso in una casa con i suoi nemici, il giudice biblico invoca la divinità nel famoso motto “Morte a Sansone, e a tutti i filistei” e, muovendo le colonne della casa, uccide se stesso e tutti i suoi nemici.

La cosiddetta “opzione Sansone” è uno dei pilastri della dottrina difensiva israeliana. E, come ricorda il nome, consiste nell’uso delle armi nucleari come extrema ratio. Israele non ha mai ufficialmente detto di possedere testate nucleari, ma la sua capacità atomica è ormai un dato acquisito. La consapevolezza di questo arsenale da parte di tutti gli Stati, sia nemici che alleati, fa sì che Israele abbia un vantaggio enorme nello scacchiere mediorientale. In caso di attacco su larga scala da parte dei suoi nemici, la “opzione Sansone” si tradurrebbe nel lancio delle testate per distruggere il nemico. Come Sansone, se Israele sarà costretto a morire, l’obiettivo è fare morire tutti con lui. 

La dottrina Begin

Affinché l’opzione Sansone abbia efficacia, c’è però una condizione ineluttabile: nessuno deve possedere l’atomica. Ed ecco che si inserisce, in questo ambito, un secondo pilastro della strategia israeliana: la dottrina Begin. Questa dottrina, che prende il nome dall’ex premier israeliano, Menachem Begin, consiste nel rendere sicuro il monopolio nucleare israeliano anche attraverso prove di forza e attacchi in territorio nemico. La ratio di questa dottrina è che sia legittimo ogni intervento di Israele volto a prevenire la corsa al nucleare dei Paesi che considera nemici.

È la strategia usata nel 1981 per bombardare un impianto nucleare in Iraq che si riteneva fosse pronto a fornire l’atomica al governo di Baghdad. Ed è la stessa strategia utilizzata dal governo israeliano nel 2007 con il bombardamento in Siria. Un attacco chirurgico, violento e possibilmente (ma non necessariamente) anonimo, per fermare qualsiasi tipo di programma nucleare dei vicini.

Netanyahu e l’attacco in Siria

Il primo ministro Benjamin Netanyahu non ha alcun dubbio: l’azione dell’aeronautica israeliana contro il reattore siriano del 2007 fu sacrosanta. E sono proprio questi due pilastri della strategia israeliana a far comprendere i motivo di questo pensiero. Il premier israeliano ha elogiato pubblicamente quel bombardamento, reso noto ieri dopo più di 10 anni, proprio perché la strategia sull’atomica in Medio Oriente, per Tel Aviv, può essere solo una: fare in modo che nessuno, tranne Israele, abbia la bomba nucleare.

Con il bombardamento al  reattore in quel preciso momento storico, “il governo israeliano, l’esercito israeliano e il Mossad hanno impedito alla Siria di sviluppare capacità nucleari”, ha detto Netanyahu. “La politica di Israele era ed è rimasta coerente, impedendo ai nostri nemici di ottenere armi nucleari”.

Sulla stessa linea, ovviamente, il ministro dell’Intelligence, Yisrael Katz, che ha commentato il rilascio dei dettagli sull’attacco dicendo: “Israele non permetterà mai l’ottenimento di armi nucleari da parte di coloro che minacciano la sua esistenza, la Siria e adesso l’Iran“. E il messaggio adesso è chiarissimo. Se l’Iran vuole l’atomica, Israele lo impedirà con ogni mezzo. Un monito che fa comprendere molto chiaramente fino a che punto a Tel Aviv siano disposti ad arrivare pur di ottenere il loro obiettivo.