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Il conflitto arabo-israeliano viene spesso identificato come una disputa, per ragioni politiche e geografiche, tra palestinesi ed ebrei. In realtà la situazione, già di per sé complessa, è ancora più delicata. Al momento della nascita di Israele e dopo la guerra del 1948-49, lo Stato ebraico ha annesso diverse località a maggioranza araba. La popolazione di queste città è in seguito rimasta all’interno del nuovo territorio israeliano, assumendone la cittadinanza. Israele dunque ha un’importante componente araba, la quale storicamente si è sempre aggirata intorno al 20%. In un momento come quello attuale, contrassegnato dagli spettri di una nuova Intifada, il comportamento degli arabi israeliani appare vitale per la stabilità del Paese.

Chi sono gli arabo-israeliani

Negli anni passati i sondaggi condotti sui cittadini arabi residenti in Israele sono apparsi piuttosto contraddittori. Uno, in particolare, effettuato dall’Università di Tel Aviv ha mostrato come soltanto il 15% di loro si considera a tutti gli effetti un arabo-israeliano. Circa il 44% invece preferisce considerarsi un arabo-palestinese, al pari dunque degli arabi residenti in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza. Al tempo stesso, sempre nel 2008 uno studio pubblicato sul Jerusalem Post ha rivelato che gran parte dei cittadini arabi residenti in Israele non si sarebbero trasferiti in un eventuale Stato palestinese. In poche parole, la comunità araba non si considera di nazionalità israeliana, ma non rifiuta la cittadinanza dello Stato ebraico.

Un dualismo con non pochi risvolti sociali e politici. Sulla carta, gli arabi residenti in Israele sono cittadini a tutti gli effetti del Paese. Hanno quindi diritto di voto e diritto di candidarsi alla Knesset, non a caso sono almeno tre le liste arabe entrate in parlamento nelle ultime elezioni. Gli arabo-israeliani sono in possesso anche di documenti e carte di identità israeliane. Sono diverse inoltre le città a maggioranza araba. Su tutte, c’è Nazareth: nella località famosa in tutto il mondo per la basilica dell’Annunciazione, il 68% dei cittadini è arabo. C’è poi il popoloso quartiere di Giaffa, nella municipalità di Tel Aviv. In poche parole, gli arabo-israeliani sono parte integrante dello Stato ebraico. Ma negli ultimi anni stanno sorgendo non pochi problemi, soprattutto di convivenza.

L’esempio della città di Lod

L’allarme per il governo israeliano è scattato lunedì 10 maggio. Questa volta non erano i missili lanciati dalla Striscia di Gaza da parte di Hamas ad aver messo in allerta le autorità. A Lod, cittadina non lontana dall’aeroporto internazionale Ben Gurion di Tel Aviv, sono scoppiati violenti scontri tra cittadini della comunità araba e di quelli della comunità ebraica. Tumulti in pratica tra cittadini aventi la stessa cittadinanza, ossia quella israeliana. Una materializzazione quindi di uno degli incubi più ricorrenti tra i dirigenti dello Stato ebraico: una guerra civile latente tra persone aventi stessa cittadinanza. Lod è solo un esempio, forse quello più tragico. Secondo il presidente della Repubblica, Reuven Rivlin, qui è stato attuato un vero e proprio “pogrom” contro i cittadini ebrei. Sinagoghe date alle fiamme, famiglie messe in fuga, negozi distrutti, lo scenario è di quelli gravi. Anche perché non sono mancate purtroppo le vendette: proprio a Lod un uomo ha aperto il fuoco contro un gruppo di arabi, uccidendo almeno una persona.

Netanyahu, arrivato in città giovedì mattina, ha dichiarato lo stato di emergenza. Ma non solo. Il premier israeliano ha promesso dure azioni di repressione se le violenze non dovessero arrestarsi: “Non c’è minaccia peggiore di questi pogrom e non abbiamo altra scelta che ristabilire l’ordine pubblico con l’uso determinato della forza”, ha dichiarato ai giornalisti presenti a Lod. Non è escluso, tra le forme di deterrenza, anche l’applicazione della cosiddetta detenzione amministrativa, misura solitamente applicata in Cisgiordania. I lanci dei razzi sparati da Gaza paradossalmente fanno meno paura: ogni sirena di allarme risuonante nelle località sotto attacco fortifica la comunità contro il pericolo, a Lod invece è il concetto stesso di comunità a rischiare di essere irrimediabilmente disgregato. I disordini hanno riguardato più zone con una significativa presenza araba: da Accri alla stessa Giaffa, passando per alcuni villaggi della parte centrale e settentrionale del Paese. Il timore di scivolare in una spirale di violenza interna al territorio israeliano è più forte degli attacchi provenienti dai territori occupati.

Il precedente della seconda Intifada

Il nuovo capitolo della tensione israelo-palestinese si è aperto agli inizi di maggio, con le proteste esplose nella Spianata delle Moschee e i successivi scontri tra manifestanti e poliziotti israeliani. Da lì poi un tragico percorso in crescendo delle violenze, culminate poi con il lancio di razzi da Gaza verso Israele e i raid effettuati dallo Stato ebraico nella Striscia. Ma la vera attenzione è sui comportamenti della comunità arabo-israeliana. Nel 2000 sono state le proteste degli arabi cittadini israeliani a far partire la seconda Intifada. In quell’occasione l’uccisione di 18 arabo-israeliani ha fatto uscire le proteste divampate il 28 settembre dai confini di Gerusalemme Est. Sulla base di questo tragico precedente, il governo di Netanyahu vorrebbe evitare un ulteriore diffondersi di episodi come quelli di Lod. Diversamente parlare di terza Intifada non sarebbe così lontano dalla realtà.