Il 7 ottobre 2023 ha aperto una nuova era per ciò che riguarda gli equilibri geopolitici del Medio Oriente. L’attacco di Hamas ha avuto come conseguenza quella di liberare Israele dalle briglie della comunità internazionale, permettendogli di agire liberamente, o quasi, in varie direzioni. Parallelamente altri attori regionali come Turchia, Arabia Saudita, Egitto, Emirati Arabi Uniti e ovviamente Iran si sono riposizionati per affrontare lo scenario emergente. Al contempo il ruolo di garante della sicurezza regionale degli Stati Uniti è stato decisamente indebolito. Come tutti questi elementi evolveranno in futuro e quindi come andranno a impattare la stabilità della regione è al momento impossibile indicarlo, tuttavia è doveroso prendere atto di queste dinamiche e analizzare più nello specifico il ruolo di Tel Aviv.
Dal citato attacco di Hamas ,Israele è chiaramente emerso come la potenza espansionista nella regione, la potenza militare più avanzata (sebbene con limiti evidenti) e un possibile egemone regionale. Se idealmente questi aspetti potrebbero apparire positivi soprattutto per le frange filo israeliane, in realtà sono elementi estremamente pericolosi e forieri di una possibile forte instabilità futura. Fino al 7 ottobre Israele, pur con variazioni e cambiamenti, basava la propria sicurezza su almeno tre presupposti principali: guerre brevi; guerre condotte sul territorio nemico; principio della deterrenza. È chiaro che nell’attuale situazione tutti questi tre elementi sono venuti meno.
La deterrenza non ha evidentemente funzionato per l’attacco di Hamas, per Hezbollah e per l’Iran che in modi e tempi diversi hanno sempre colpito il territorio israeliano (e gli ultimi due possono continuare a farlo). Questo aspetto inoltre indebolisce anche il secondo punto, perché la guerra fin dall’inizio si è sempre combattuta anche sul territorio nazionale di Tel Aviv, seppur con modalità e criticità diverse rispetto agli altri teatri. Infine, le operazioni militari che Israele sta conducendo dall’autunno 2023 hanno ormai raggiunto un’estensione territoriale e temporale del tutto nuova. Dal punto di vista temporale siamo di fronte a un conflitto che, seppur con varie forme, intensità e fronti coinvolti, perdura da quasi tre anni, una situazione mai vista nella breve storia di Israele e che ha e avrà ripercussioni profonde sulla sua società, per via dei feriti (l’incidenza dei suicidi tra gli ex militari è particolarmente allarmante), dei morti e del coinvolgimento dei riservisti, e sulla sua economia. Dal punto di vista territoriale siamo, invece, al cospetto di una guerra regionale molto ampia, articolata e di cui non si vede una conclusione. Al momento Israele, infatti, ha ben sette fronti aperti: Gaza, l’invasione del Libano, raid in Yemen, Iran e a Beirut; operazioni nella West Bank; invasione della Siria.
Qui serve fare però fare almeno tre riflessioni più accurate. Primo, Hamas benché non del tutto smantellato è un gruppo che al momento è solo il fantasma di sé stesso. I suoi vertici sono stati tutti eliminati così come molti dei nuovi capi, visto che a maggio le forze israeliane hanno assassinato Izz al-Din al-Haddad, il capo dell’ala militare di Hamas e pochi giorni dopo il suo successore, Mohammed Odeh, entrambi insieme alle famiglie. Questo indica due elementi: da un lato Israele colpisce la miliazia impedendo la creazione di una struttura in grado di riorganizzarsi; dall’altro è venuto meno il cordone di sicurezza intorno ai leader, che possono essere colpiti praticamente a casa loro. Sicuramente esiste ancora la struttura sotterranea dei tunnel ma è stata pesantemente degradata e il gruppo ha perso le capacità di costruire i razzi per colpire Israele. Infine anche il supporto esterno iraniano è venuto meno per Hamas che quindi si trova assediato nella Striscia e isolato dal punto di vista internazionale. Israele però ha tutto da guadagnarci nel mantenere viva una narrativa su Hamas (che comunque è ancora presente, dispone ancora di armi leggere ed è la milizia più temibile nella Striscia, sebbene non sia l’unica) in modo da giustificare la creazione di 40 avamposti militari nella Striscia che indicano la chiara volontà di non ritirarsi dai territori occupati negli ultimi anni.
La seconda riflessione da fare, su cui si parla molto poco, riguarda la Siria. Con la caduta del regime di Assad, Israele ha invaso il territorio siriano dove ha costruito basi militari, utilizza agenti chimici per deforestare le zone antistanti e quindi impedire che la vegetazione copra eventuali nemici in avvicinamento e conduce raid nei villaggi vicini. Per esempio il 27 giugno le forze israeliane hanno ucciso due siriani durante un attacco preventivo. La questione siriana è particolarmente rilevante per due ragioni. Primo, il nuovo presidente Ahmed al-Sharaa è un uomo molto vicino alla Turchia che non solo ha importanti interessi geopolitici nel Paese ma mira anche a stabilire basi militari. La presenza di Israele con le sue capacità militari, che sono nettamente superiori a quelle degradate siriane, pone i due Paesi in rotta di collisione. Secondo, l’espansionismo israeliano e le capacità militari mostrate in questi anni hanno sicuramente messo in allarme varie capitali regionali (Riad, Ankara e Il Cairo su tutte), il che compromette proprio il ruolo egemonico che Tel Aviv sembra stia cercando di conquistarsi e difendere. Inoltre non va dimenticato che la creazione della base segreta in Iraq piuttosto che l’invio di Forze Speciali in Azerbaigian sono altri segnali di una rete militare e di una indifferenza verso le basilari regole internazionali che non possono far altro che aumentare l’allarme nei Paesi limitrofi.