La geopolitica della corsa allo spazio
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Chissà se nel dicembre 2018, quando Benjamin Netanyahu e Avigdor Lieberman hanno rotto l’accordo che reggeva il governo israeliano, si immaginavano l’avvio di una delle fasi più tribolate per lo Stato ebraico. Da allora si sono susseguite quattro elezioni anticipate, a cui a breve si aggiungerà una quinta consultazione. La democrazia israeliana, con la caduta dell’esecutivo di Netanyahu del 2018, non ha più trovato pace ed è costantemente stata ben lontana da una certa stabilità. Le opposizioni all’ex premier, rimasto in carica tra un’elezione e un’altra poi fino al giugno 2021, per la verità hanno provato una via alternativa dando vita a un governo di coalizione guidato da Naftali Bennett. Ma alla fine sia lui che l’alleato Yair Lapid hanno dovuto gettare la spugna. Oggi i due hanno annunciato la fine dell’esecutivo, la prossima presentazione di una mozione per lo scioglimento della Knesset, il parlamento monocamerale israeliano, e quindi nuove elezioni entro autunno.

La fine del governo Bennett

Le due consultazioni dell’aprile e del settembre 2019 erano culminate con una sostanziale fumata nera. Da un lato c’era il premier uscente Benjamin Netanyahu, alla guida del Likud e di una coalizione di centro-destra, dall’altro l’ex capo di stato maggiore Benny Gantz, il quale invece era riuscito a dar vita a una coalizione centrista con la lista Blu&Bianco, assieme all’alleato Yair Lapid. Né Netanyahu e né Gantz però hanno avuto le condizioni per formare un governo. Si è così arrivati alle nuove elezioni (le terze in meno di un anno) del 2 marzo 2020. Anche in quel caso i due antagonisti si sono marcati a vicenda e non sono riusciti a superare lo stallo nella Knesset, spaccata e frammentata. Nel maggio successivo però un primo colpo di scena: Gantz ha rotto l’alleanza con Lapid, accordandosi con Netanyahu per un governo in grado di traghettare, si è detto all’epoca, il Paese verso la fine dell’emergenza coronavirus. Netanyahu ha così dato vita a un nuovo esecutivo, assicurandosi peraltro il record di longevità come guida del governo israeliano essendo in carica dal 2009.

Sembrava la fine dell’instabilità politica, ma così non è stato. Il nuovo progetto politico è durato meno di un anno. Già a dicembre l’inedita coalizione si è sciolta e sono state fissate così nuove consultazioni nel marzo 2021 (le quarte in meno di due anni). Dal voto è uscito nuovamente un parlamento frazionato. Nonostante la maggioranza relativa, con i suoi 30 seggi il Likud di Netanyahu non si è potuto garantire una nuova esperienza di governo. Le opposizioni hanno quindi deciso di coalizzarsi. Ne è nata una variegata compagine di maggioranza, capitanata da Bennett e Lapid. L’accordo, in particolare, ha previsto di affidare al primo la guida del governo per 18 mesi, per poi passare il testimone a Lapid per la parte finale della legislatura. La coalizione era formata dalla destra di Yamina, di cui Bennett è il leader, dai centristi di Lapid, dai Laburisti, dalla sinistra rappresentata da Meretz, dai nazionalisti di Yisrael Beiteinu e, infine, dal partito arabo-israeliano (primo caso nella storia dello Stato ebraico) Ra’am.

Una maggioranza potenzialmente instabile sia per la sua variegata composizione e sia per i numeri risicati alla Knesset: 61 seggi su 120, appena uno in più rispetto alla metà. Ad aprile già le prime avvisaglie di crisi: Idit Silman, parlamentare di Yamina, ha ritirato il sostegno al governo per via del mancato rispetto della kasherut pasquale ebraica negli ospedali pubblici. In questo modo la coalizione non ha più avuto una maggioranza assoluta. Oggi, dopo settimane di tira e molla, l’epilogo: Bennett e Lapid in un discorso alla nazione, hanno annunciato la fine del governo. La prossima settimana il voto formale alla Knesset per terminare la legislatura e fissare il voto entro tre mesi. Il Paese quindi è destinato a tornare al voto per la quinta volta dal 2019 nel prossimo autunno.

Gli scenari

La fase di transizione verso le nuove elezioni non sarà gestita dall’attuale premier. Infatti Bennett darà formali dimissioni, facendo entrare in carica per la gestione degli affari correnti Yair Lapid. Un modo per dare seguito al loro accordo del giugno scorso, il quale prevedeva per l’appunto una staffetta tra i due alla guida del governo. Lapid, da premier in carica, accoglierà a luglio il presidente Usa Joe Biden in visita a Gerusalemme. E inoltre gestirà il delicato dossier iraniano. L’esecutivo di transizione dovrà poi tenere conto dei rinnovati timori per la sicurezza. Da marzo in poi Israele è stato attraversato da un’ondata di violenza, culminata con quattro attentati terroristici nel giro di poco settimane, il più grave dei quali attuato a Tel Aviv il 7 aprile scorso. 

Una circostanza quest’ultima che potrebbe dare linfa nuovamente a Netanyahu. L’ex premier ha sempre scommesso sulla fragilità della coalizione che lo ha scalzato da un potere lungo 12 anni. Ora è pronto a riprendersi lo scettro. Il suo Likud, nonostante su di lui pendano accuse di corruzione molto pesanti, sarebbe primo nei sondaggi. L’impressione è che a ottobre il voto sarà nuovamente una sorta di referendum pro o contro Netanyahu, il quale nonostante l’anno passato all’opposizione è rimasto il vero ago della bilancia della politica israeliana.

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