Israele, Netanyahu userà una guerra per rimanere al potere? L’allarme di Foreign Policy

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A circa di due mesi dalle elezioni in Israele del 27 ottobre, la posizione del premier Benjamin Netanyahu appare in bilico, come non accadeva da anni. I sondaggi raccontano di un Likud che potrebbe perdere circa un terzo dei seggi (scendendo a 20-23) e che, pur restando il primo partito, avrebbe bisogno degli alleati di estrema destra per governare. Sionismo Religioso di Smotrich è in calo e, con il sostegno di Netanyahu, si è fuso con Zehut di Feiglin; l’altro elemento radicale-religioso della coalizione, Ben-Gvir, invece rifiuta di unire Potere Ebraico a Sionismo Religioso, complicando notevolmente i piani del premier in carica. In tutto ciò Bibi deve fare i conti con l’ascesa di Gadi Eisenkot, ex capo di stato maggiore dell’esercito israeliano, che nei sondaggi eguaglia e a volte supera persino il Likud.

È in questo contesto difficile che, secondo un’analisi pubblicata da Foreign Policy a firma di David E. Rosenberg – editorialista economico dell’edizione inglese di Haaretz – si fa strada un’ipotesi piuttosto cupa e inquietante: Netanyahu potrebbe essere tentato di innescare una nuova crisi di sicurezza per rimanere in sella. Improbabile? Certo che no.

Il timore di una campagna “armata”

Secondo la ricostruzione di Rosenberg, alcuni osservatori israeliani non escludono che il premier possa ricorrere a tattiche di disturbo del voto: dall’incoraggiare (se non orchestrare) episodi di violenza, all’uso della polizia contro l’opposizione, fino a delegittimare la Commissione elettorale centrale o, in caso estremo, sollevare accuse di “elezioni rubate” sul modello trumpiano una volta chiusi i seggi. Nessuno di questi scenari si è ancora concretizzato ma la campagna elettorale è partita in queste ore, con il deposito delle le liste definitive.

C’è però un’opzione che, secondo l’analisi, Netanyahu avrebbe già iniziato a mettere in moto: provocare una o più crisi di sicurezza per rilanciare la propria immagine di “Mr. Sicurezza”, ormai appannata, e far vacillare gli elettori moderati che negli ultimi anni hanno abbandonato il Likud, spaventandoli all’idea di affidare il Paese al suo principale sfidante, Gadi Eisenkot. Non servirebbe necessariamente una guerra su vasta scala: basterebbe innescare uno scontro militare e lasciarlo degenerare fino al punto in cui apparire costretto, agli occhi dell’opinione pubblica, a intervenire. Certo le ultime rivelazioni di Haaretz sul 7 ottobre rischiano di complicare notevolmente i piani di Netanyahu, vista l’eco che sta avendo la notizia su tutti i media internazionali.

Il raid in Siria e il fronte turco

Un possibile antipasto di questa strategia sarebbe già avvenuto il 18 agosto, quando caccia israeliani hanno colpito la base aerea di Abu al-Duhur, in Siria. Netanyahu e il ministro della Difesa Israel Katz hanno giustificato l’attacco come un avvertimento ad Ankara, dopo la visita di una delegazione militare turca sulla base, riportata come funzionale al dispiegamento di droni e sistemi di difesa aerea. Se le preoccupazioni israeliane sulle ambizioni turche in Siria e nella regione possono risultare legittime e financo comprensibili, diversi osservatori – incluso Tom Barrack, inviato statunitense per Turchia e Siria – avrebbero espresso dubbi sulla reale motivazione di sicurezza dietro il raid.

Sul fronte iraniano, quello che più angoscia l’opinione pubblica israeliana, il margine di manovra di Netanyahu resterebbe invece limitato dalla Casa Bianca, che avrebbe fatto capire di non voler riaccendere il conflitto almeno fino alle elezioni di metà mandato americane di novembre. Anche a Gaza e in Libano, dove Washington ha imposto i cessate il fuoco, lo spazio di manovra del premier sarebbe piuttosto ristretto. Decisamente rischiosa, invece, un’escalation con la Turchia, vista la volontà statunitense di sostenere la stabilizzazione della Siria di Ahmed al-Sharaa — un processo in cui Ankara gioca un ruolo che Washington considera utile. Senza contare il fatto, non marginale, che la Turchia rappresenta il secondo esercito della Nato.

Cisgiordania, il vero terreno a rischio

Il fronte più esplosivo individuato dall’analisi di Foreign Policy resta però la Cisgiordania, dove la violenza dei coloni estremisti — cresciuta e diventata più sfacciata nelle ultime settimane, e rivolta ormai anche contro i militari israeliani che tentano di intervenire — avrebbe spinto il capo di stato maggiore Eyal Zamir ad ammettere che la situazione è «fuori controllo», rafforzando la presenza di truppe nell’area. Netanyahu e il governo, secondo la ricostruzione, avrebbero scelto di non intervenire, mentre la destra religiosa vedrebbe in questo clima un’ultima occasione per consolidare colonie ed espansione territoriale.

L’amministrazione Trump, si legge nell’analisi, si sarebbe finora mostrata meno critica verso le provocazioni in Cisgiordania rispetto ad altri fronti: l’ambasciatore USA in Israele Mike Huckabee ha infatti condannato la violenza, ma lo stesso Trump non si ancora espresso pubblicamente. Uno scenario che, secondo l’articolo, renderebbe questo il terreno meno rischioso per Netanyahu in termini di rapporti con Washington.

Elezioni a rischio rinvio?

L’analisi non esclude nemmeno l’ipotesi più estrema: se la situazione dovesse precipitare, Netanyahu potrebbe tentare di usare l’emergenza per rinviare il voto, sfruttando una clausola della legge elettorale israeliana che consente alla Knesset di agire in tal senso — anche se solo con una maggioranza qualificata difficile da raggiungere. Uno scenario giudicato improbabile, ma che i critici più duri del premier non escluderebbero del tutto. Dopotutto, con Bibi, tutto è possibile.

Fonti:

David E. Rosenberg, “Would Another War Help Israel’s Netanyahu Win Reelection?,” Foreign Policy, 3 settembre 2026, https://foreignpolicy.com/2026/09/03/israel-war-netanyahu-turkey-gaza-west-bank-election/.

Maayan Lubell, “Netanyahu Races to Unify Israel’s Right Wing in Bid to Avert Election Defeat,” Reuters, 8 settembre 2026, https://www.reuters.com/world/middle-east/netanyahu-races-unify-israels-right-wing-bid-avert-election-defeat-2026-09-08/.

Haaretz: 7 ottobre, Netanyahu sapeva tutto e non ha fatto nulla,” InsideOver, 8 settembre 2026, https://it.insideover.com/guerra/haaretz-7-ottobre-netanyahu-sapeva-tutto-e-non-ha-fatto-nulla.html.