Hezbollah continua ad essere considerata una minaccia per la sicurezza d’Israele. Questo è quanto si evince dall’editoriale del Wall Street Journal a firma di Ron Prosor, già rappresentante di Israele alle Nazioni Unite e ambasciatore nel Regno Unito. Secondo quanto espresso dall’ex diplomatico, la forza paramilitare libanese si troverebbe in possesso di circa 150mila razzi, una potenza di fuoco che renderebbe l’arsenale di Hezbollah addirittura più pericoloso di quello posseduto congiuntamente dalle forze di molti Paesi della NATO. Secondo la ricostruzione di Prosor, la soluzione sarebbe dunque quella di fare in modo che gli Stati Uniti facciano pressioni sulle Nazioni Unite al fine di rendere effettiva la risoluzione 1701 con la quale il Consiglio di Sicurezza, al termine della guerra fra Libiano e Israele, chiedeva il disarmo di Hezbollah. Una risoluzione che, secondo Prosor, potrebbe anche arrivare a essere interpretato verso una situazione di una demilitarizzazione del Libano, se il governo di Beirut non fosse in grado di rendere efficace il dispositivo di scurezza che prevede il controllo su tutto il Paese di ogni tipo di arma.Le parole di Prosor hanno un valore importante, perché giungono a pochi giorni dal tour mediorientale del presidente Trump. Il presidente degli Stati Uniti non ha mai nascosto la sua vicinanza a Israele così come non ha mai fatto segreto del considerare le forze sciite del Medio Oriente quali pericoli reali per la salvaguardia della propria sfera d’influenza nel Vicino Oriente. Considerando l’Iran quale obiettivo a lungo termine della propria strategia mediorientale, Hezbollah rappresenta per Washington e Tel Aviv il primo grande problema subito dopo la Siria di Assad.     Ed è lo stesso Prosor a confermarlo nel suo editoriale, di fatto facendo comprendere a tutti come il problema non è Hezbollah, ma la sua alleanza con Teheran. Come si può leggere dal WSJ, “Hezbollah agisce avendo in mente gli interessi dell’Iran, non del Libano” ed ha poi affermato che un esempio di questo si dovrebbe evincere dal fatto che il sostegno del movimento di Nasrallah al governo di Assad ha permesso di “perpetrare un genocidio di arabi-sunniti”.Parole molto pesanti che fanno riflettere sulla percezione che c’è di Hezbollah e della Siria non soltanto a Washington ma anche a Tel Aviv. E che confermano i sospetti sulla volontà finale di Israele di sfruttare il conflitto in Siria per infliggere colpi alle milizie sciite libanesi, come dimostrato anche dai numerosi raid aerei sui convogli Hezbollah in Siria. Del resto, negli ultimi mesi, la prospettiva di una guerra fra Israele e Hezbollah è stata molto spesso paventata da parte israeliana come una possibilità molto concreta, anzi, quasi imminente. Il generale Nitzan Nuriel, ex capo dell’Ufficio dell’Antiterrorismo israeliano, aveva affermato a marzo che un conflitto fra Israele e forze sciite libanesi fosse ormai soltanto “una questione di tempo”. Una settimana dopo, il generale Gadi Eisenkot, Comandante in capo delle forze di difesa israeliane, aveva confermato questa possibilità dicendo che le forze d’intelligence avevano ormai accertato che Hezbollah stesse ricostruendo e modernizzando il proprio arsenale in Libano, e che queste azioni avrebbero condotto alla guerra tra Israele e Libano. I funzionari israeliani interrogati sulla questione libanese, hanno in particolare posto l’accento sul fatto che il rischio di un prossimo conflitto è che l’esercito libanese possa essere un alleato di Hezbollah, rendendo, di fatto, la guerra un conflitto fra due Stati sovrani e non più fra uno Stato e un apparato militare parastatale.A conferma di quanto detto, negli ultimi anni l’esercito israeliano ha continuato a compiere esercitazioni militari che prevedono l’evacuazione di centinaia di migliaia di civili che abitano nelle colonie, ed ha spesso attribuito questo impegno nelle manovre militari al voler tutelarsi da attacchi imminenti da parte di Hezbollah e di Hamas. Una preoccupazione crescente da parte israeliana che, a detta di molti analisti, potrebbe essere raffreddata e non deflagrare in un conflitto soltanto nel caso di un intervento da parte di Washington in ambito ONU. Una prospettiva tutt’altro che semplice in un momento così delicato per il Medio Oriente in cui ogni forza in campo rappresenta una pedina di una scacchiera ben più importante. Certamente, da parte americana, il supporto all’alleanza sunnita e a Israele non mancherà. Ma colpire un alleato dell’Iran e della Russia nella guerra contro lo Stato Islamico potrebbe essere un colpo le cui conseguenze sono, per ora, difficilmente valutabili. Resta comunque il fatto che il focolaio di tensione tra Israele e Libano potrebbe accendersi da un momento all’altro, tornando a minacciare la già quasi inesistente stabilità di tutto il Medio Oriente.