Israele utilizzerà le tecnologie antiterrorismo per rintracciare i vettori del coronavirus. Lo ha dichiarato sabato scorso il primo ministro Benjamin Netanyahu mentre il governo ha varato nuove restrizioni tra cui la chiusura di tutti i ristoranti, caffè e teatri e ha chiesto che gli uffici facciano lavorare i dipendenti da casa. Sono circa 200 i casi in Israele ed il paese, in queste ore, sta transitando verso un parziale lockdown. Le nuove restrizioni saranno in vigore fino a dopo la Pasqua, a meno che la situazione non muti rapidamente.

Cyber tech e privacy

“Siamo di fronte a una guerra che richiede passaggi unici, passaggi non semplici e che richiede una certa violazione della privacy. Questa misura è stata messa alla prova a Wuhan e Israele è uno dei pochi paesi che hanno questa capacità e la useremo”. La dichiarazione di Netanyahu ha suscitato immediatamente numerose polemiche, in una fase non certo semplice della politica israeliana. Lo Shin Bet, il servizio di sicurezza interna, dal canto suo conferma di star esaminando l’uso delle proprie capacità tecnologiche per combattere il coronavirus, su richiesta di Netanyahu e del Ministero della Salute. Le misure proposte, infatti, generano una serie di problemi legati alla privacy e alla libertà personale.

Ma di cosa si tratta nello specifico? Netanyahu ha affermato di aver ricevuto il via libera dal ministero della Giustizia per utilizzare gli strumenti dell’intelligence per monitorare digitalmente i pazienti affetti da coronavirus anche senza il loro consenso. Una misura estrema che, secondo il leader israeliano, dovrebbe contribuire ad isolare l’agente patogeno e non l’intera nazione. Si tratta di veri e propri “pedinamenti digitali”, soprattutto ex post, che permetteranno di indagare sulle vite degli infettati, di vedere con chi erano, cosa è successo prima e dopo la venuta a contatto con il virus. Israele è uno dei pochi paesi al mondo a possedere questo tipo di infrastrutture digitali e di tecnologie per i suoi atavici problemi di sicurezza e terrorismo. Le misure potrebbero includere il monitoraggio in tempo reale dei telefoni cellulari delle persone infette per individuare violazioni della quarantena e tornare indietro, attraverso i metadati, per capire dove sono stati e chi hanno contattato. Dall’alto, però, è stato subito chiarito che questo affondo nelle vite private dei cittadini israeliani non si applicherà al monitoraggio del loro isolamento.

Se, nel frattempo, è stata disposta la chiusura di strutture ricreative, solo parzialmente di quelle scolastiche e tutto ciò che crei assembramenti di persone, la proposta del premier ha scatenato un vespaio di polemiche. Si scaglia contro le misure l’Istituto per la democrazia israeliana che invoca il rispetto della privacy dei cittadini messa a repentaglio da questa involuzione verso lo stato di polizia. L’attorney general, fa sapere il Jerusalem Post, prenderà a breve una decisione finale in merito a questo monitoraggio digitale, ma servirà l’approvazione del governo e della Knesset.

Gli esempi asiatici a cui si ispira Israele

Strumenti di monitoraggio come quelli menzionati da Netanyahu sono stati impiegati in paesi come Cina, Corea del Sud e Taiwan per aiutare a contenere il virus. La scorsa settimana, la Corea del Sud ha annunciato che intensificherà il suo monitoraggio con un sistema di smart city sviluppato dal governo che utilizzerà dati come filmati di telecamere di sorveglianza e transazioni con carta di credito per tracciare i movimenti dei pazienti. Taiwan sta monitorando le persone tramite sim card e attraverso le sue numerose misure di contenimento è riuscita a rallentare la diffusione in modo ammirevole, anche se i funzionari avvertono che il contagio di massa è solo questione di tempo.

Mentre numerosi paesi, tra cui l’Italia, combattono per contenere la diffusione del Covid-19, Taiwan sta dando l’esempio di come ridurre efficacemente la sua diffusione. Si prevedeva che Taiwan, un’isola di 23 milioni di persone, avesse il secondo rischio di importazione più elevato per via della sua prossimità con la Cina. Con oltre 850.000 dei suoi cittadini che risiedono e lavorano nella Cina continentale, gli esperti si aspettavano che Taiwan fosse pesantemente colpita, soprattutto dopo il contro esodo per il capodanno cinese. Tuttavia, Taiwan ha avuto solo 49 casi confermati e un decesso, un numero sorprendentemente basso.

Molte delle azioni del governo sono state rese possibili dall’integrazione tra big data e tecnologia. All’esplodere dell’emergenza, in un solo giorno, il governo di Taiwan è stato in grado di combinare i dati della National Health Insurance Administration e dell’Immigration Agency per identificare la storia di viaggio dei pazienti nei precedenti 14 giorni. Inoltre, con i dati provenienti dai sistemi di registrazione delle famiglie dei cittadini e dalle carte di accesso agli stranieri, le persone ad alto rischio sono state identificate, messe in quarantena e monitorate attraverso i loro telefoni cellulari. Il 18 febbraio, nel pieno del dramma cinese, il governo ha concesso a tutti gli ospedali, cliniche e farmacie l’accesso alle storie dei pazienti. Un’esperienza mutuata dalla vicenda SARS del 2003 che ha portato ad una profonda compenetrazione tra tecnologia e management della sanità pubblica.

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