Israele, le famiglie degli ostaggi: “È Netanyahu che non li vuole a casa”

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Se Hamas liberasse gli ostaggi, il cessate il fuoco a Gaza ci sarebbe “domani stesso”. E’ quanto ha dichiarato il presidente degli Stati Uniti, Joe Biden, a margine di un evento di raccolta fondi a Seattle. Una frase che non sbroglia la matassa dei negoziati tra Israele e Hamas, che al momento sono congelati. Quindi, se da una parte Washington ha promesso di bloccare l’invio di armi a Israele, in vista del tanto minacciato attacco a Rafah nel Sud della Striscia, dall’altra continua a sostenere Benjamin Netanyahu e la sua versione dei fatti. “Israele ha detto che spetta ad Hamas; se volessero farlo, potremmo finirla domani”. Così, per Biden, la pace a Gaza, dove nel frattempo le vittime sono salite a 35mila, sarebbe tutta nelle mani di Ismail Haniyeh e del suo movimento islamista sunnita. Dal canto suo, Hamas, ha sempre preteso la stessa cosa, ma con un ordine di causa-effetto invertito, e cioè: un cessate il fuoco prolungato in cambio del rilascio degli ostaggi. Un macabro tiro alla fune, dove a cadere sono le vite dei palestinesi e quelle degli ostaggi.

La risposta di Hamas non si è fatta attendere e, tramite un comunicato ufficiale, ha commentato la posizione del presidente americano come “una retromarcia rispetto ai risultati dell’ultimo round di colloqui tenutosi al Cairo”. Negoziati che nel frattempo sono naufragati, dopo gli attacchi a Rafah da parte dell’esercito israeliano, avvenuti proprio dopo la notizia dell’accettazione della tregua da parte di Ismail Haniyeh. “Il presidente Joe Biden – si legge ancora nel comunicato – continua il suo sostegno militare alla guerra di sterminio contro il popolo palestinese”.

Le famiglie degli ostaggi contro Netanyahu

Se Benjamin Netanyahu continua a sostenere di “andare avanti per liberare gli ostaggi e distruggere Hamas”, le famiglie delle persone rapite il 7 ottobre scorso non la pensano esattamente allo stesso modo, anzi. Manifestazioni, fiaccolate, sit-in sotto la residenza di “Bibi”, interruzioni e blitz alle sedute della Knesset (il parlamento israeliano). Da sei mesi a questa parte, le proteste contro il Governo non si sono mai placate. Anche la giornata di ieri, lo Yom HaZikaron in cui Israele ricorda i suoi caduti in combattimento o in atti di terrorismo, non ha fatto eccezione. Le famiglie degli ostaggi hanno organizzato parate e contestazioni per far sentire la loro voce, ma soprattutto quella dei 133 prigionieri – non tutti vivi – che Hamas tiene in pugno da 221 giorni.

E, come riporta Haaretz, quando il ministro della Difesa, Yoav Gallant, ha iniziato il suo discorso al cimitero militare di Tel Aviv, tra la folla sono stati sventolati dei cartelli di protesta che recitavano “Il loro sangue è sulle vostre mani”. Stesso destino per Ben-Gvir, ministro della Sicurezza, che alla cerimonia del cimitero militare di Ashdod è stato pesantemente contestato. Il suprematista ebraico è stato etichettato da alcuni manifestanti come “criminale” e “spazzatura” ed è stato più volte “invitato” a lasciare il palco. Secondo i familiari degli ostaggi, infatti, il governo israeliano non solo non sta facendo abbastanza per riportare gli ostaggi a casa, ma addirittura, e “senza alcun dubbio, sta impendendo che ciò avvenga”, come affermato da Haim Rubinstein, ex portavoce del Forum delle Famiglie, che in un’intervista al The Time of Israel ha rilasciato dichiarazioni forti, che suonano come una sentenza per Netanyahu.

Netanyahu impedisce un accordo sugli ostaggi”

Rubinstein, nell’accorato racconto, ha ripercorso tutte le tappe vissute dalle famiglie degli ostaggi, fin da quel fatidico 7 ottobre, quando tutto ebbe inizio. “Nei primi giorni i familiari dei rapiti non sapevano a chi rivolgersi. L’IDF [Israel Defense Forces] era impreparato e queste persone non hanno ricevuto informazioni per due settimane”. Ecco perché lo stesso Rubinstein ha deciso di fondare l’organizzazione del Forum, per cercare di aiutare, con ogni forma di supporto possibile, le famiglie che erano in cerca di una qualsiasi risposta. Poco dopo, il primo ministro ha nominato Gal Hirsch come coordinatore tra le famiglie e il governo, per uno scopo ben preciso: “Netanyahu – ha affermato Rubinstein – ha creato la squadra di Hirsch perché non voleva che ci fosse un organismo esterno che lo criticasse per la sua condotta nei confronti degli ostaggi”.

Il 26 ottobre, poi, ci fu il primo incontro ufficiale tra Netanyahu e le famiglie, che però non andò come previsto. “Abbiamo abbandonato i colloqui perché molto delusi. Si parlava esclusivamente dello smantellamento di Hamas come obiettivo della guerra. Netanyahu ha semplicemente detto che un’operazione militare a Gaza era necessaria come leva per il rilascio degli ostaggi”.

Haim Rubinstein ha scoperto dopo che “Hamas si era offerto il 9 o 10 ottobre di rilasciare tutti gli ostaggi civili a patto che l’IDF non entrasse nella Striscia”. Tuttavia, com’è noto, il Governo ha rifiutato l’offerta e gli ostaggi che ancora oggi mancano all’appello, vivi o morti che siano, sono 133. Il mancato sforzo per riportarli a casa sarebbe da ricollegare ad un conflitto di interessi. “Netanyahu – continua l’ex portavoce delle famiglie – sa che nel momento in cui gli ostaggi verranno rilasciati, Bezalel Smotrich e Itamar Ben-Gvir lasceranno il Governo perché penseranno che il prezzo da pagare sia troppo alto [ovvero il cessate il fuoco]”. E a “Bibi”, e alla sua coalizione di governo, servono entrambi, sia il ministro delle Finanze che quello della Sicurezza, gli stessi che continuano a spingere per un’intensa operazione militare a Rafah.

Claudia Carpinella