In Israele il vero problema è rappresentato dall’inesistenza di una maggioranza politica. Una questione che va oltre la semplice discussione sui meccanismi di voto e sul sistema elettorale. Mettere assieme tutte le varie anime del Paese è alquanto difficile, trovare una coalizione orientate verso un preciso obiettivo politico appare da anni mera utopia. Chiunque arrivi al potere deve aspirare a mettere assieme una mera maggioranza numerica, la quale però non garantisce una stabilità al governo. Benjamin Netanyahu, pur se al potere per 12 anni consecutivi dal 2009, ha dovuto subire la scure di ben cinque consultazioni anticipate. La coalizione sorta per spodestarlo dalla poltrona di premier è nata sotto la stessa stella: si tratta di una maggioranza numerica, ma non politica. Completare la legislatura anche per il nuovo governo appare opera ardua, se non impossibile.

Cosa prevede il patto della nuova coalizione

La Knesset, ossia il parlamento israeliano, è formato da 120 membri. Non esistono premi di maggioranza e né vincoli di alcun genere. Chi vuole governare, deve avere almeno 61 parlamentari dalla propria parte. Il problema è che il primo partito delle elezioni dello scorso 23 marzo, ossia il Likud del premier uscente Netanyahu, si è fermato a 30 deputati. Questo fa ben capire come nessuna formazione sia in grado di avvicinarsi ad una maggioranza assoluta. Da qui la lunga serie di contrattazioni terminate, forse, nei giorni scorsi. Unendo le proprie forze, i partiti anti Netanyahu hanno visto la possibilità di arrivare a quota 62 parlamentari. Un’occasione unica, in poche parole, per togliere lo scettro di capo del governo al leader del Likud. A capeggiare la nuova coalizione è Yair Lapid, ex giornalista numero uno di Yesh Atid, forte di 17 deputati e del secondo posto alle spalle del partito di Netanyahu nelle ultime consultazioni. Ai suoi parlamentari, Lapid ha potuto subito aggiungere gli 8 di Blu&Bianco, la lista di Benny Gantz. Quest’ultimo, da alleato di Lapid, nel 2020 è diventato fautore di un accordo con Netanyahu in grado di dar vita al governo uscente. Per lui si tratta quindi di un ritorno a casa.

Nel pallottoliere Yair Lapid ha aggiunto quindi i voti dei due principali partiti del centrosinistra: il Partito Laburista, forte di 7 seggi, e la lista Meretz, presente nella Knesset con 6 deputati. Con queste quattro formazioni si è quindi raggiunta quota 38. Per arrivare a 61 è sorta la necessità quindi guardare anche a destra. E qui il primo partito a dare il proprio assenso per l’ingresso in maggioranza è stato quello di Avigdor Lieberman, Yisrael Beiteinu. La formazione, punto di riferimento soprattutto per gli elettori di origine russofona, può contare di 7 deputati, uno in più di un altro partito di destra, ossia Nuova Speranza. Quest’ultimo è nato dalla scissione con il Likud creata dall’ex ministro Gideon Saar. Sempre a destra, l’invito di Yair Lapid è stato colto anche da Yamina. Il suo leader, Naftali Bennett, già alla vigilia del voto si era autocandidato quale vero “king maker“. Ha infatti dichiarato l’intenzione, pur essendo a destra, di non avviare ulteriori consultazioni con Netanyahu. I suoi 7 deputati si sono rivelati essenziali per la formazione della nuova maggioranza e infatti l’accordo di governo prevede che sia proprio Bennett a reggere per i primi due anni di legislatura il governo, prima di lasciare il timone nel 2023 a Lapid. L’intesa è stata siglata anche da un partito arabo: Mansour Abbas, leader di Raam, ha portato in dote i 4 deputati della sua lista per raggiungere quota 62.

Cosa accomuna i partiti della nuova maggioranza

La maggioranza, a livello numerico, ha preso forma. Adesso però arriva il difficile, ossia governare. In Israele, così come all’estero, molti analisti hanno sottolineato in questi giorni che la nuova coalizione ha come unico comune denominatore la volontà di spodestare Netanyahu. Ma anche questa osservazione è vera solo in parte. Non tutti i partiti all’interno della nuova maggioranza hanno impostato una campagna elettorale contro il premier uscente. Abbas ad esempio ha chiesto il voto degli arabi-israeliani proprio per portare il suo partito al governo assieme al Likud. Il vero collante della nuova compagina è dato da un altro elemento, ossia l’esclusione dalla coalizione dei partiti religiosi. Oltre ai due storici Shas e Giudaismo Unito nella Torah, alla Knesset a marzo ne è entrato un altro, quello cioè del cosiddetto Sionismo Religioso. Su di loro Netanyahu contava per formare una maggioranza di centrodestra. Ma molti esponenti della destra nazionale negli ultimi anni hanno iniziato a temere una deriva della coalizione verso la destra religiosa. Lieberman, da ministro della Difesa, nel 2019 ha ad esempio avviato la crisi di governo per il rifiuto di mantenere l’eccezione alla leva obbligatoria per gli ebrei ultraortodossi.

Il partito del Sionismo Religioso è nato da una scissione con Yamina, con quest’ultima formazione che ha dunque intrapreso una linea maggiormente “laica”, basata più su contenuti nazionalisti che religiosi. I 62 deputati pronti a spodestare Netanyahu sono uniti quindi nel sostenere una posizione contraria all’avanzata dei partiti religiosi. Indubbiamente non è da trascurare l’avversione politica al premier uscente. Ad ogni modo, entrambi questi elementi da soli non bastano a dare garanzie di solidità nella maggioranza. L’aspetto del nuovo governo è quello di un esecutivo di unità nazionale dai numeri però molto risicati. Per Lapid e per i partiti centristi, tenere assieme le posizioni di laburisti e nazionalisti non sarà affatto semplice. I primi dagli accordi di Oslo del 1993 premono per una soluzione del problema palestinese con la formazione di due Stati, i secondi invece non hanno mai visto di buon occhio questa prospettiva. A livello social, il centrosinistra vorrebbe l’approvazione di una legge a tutela dei diritti Lgbt, avversa alla destra. Si preannuncia difficile la convivenza tra gli arabi di Raam e Yamina, con quest’ultima formazione forte soprattutto tra i coloni della Cisgiordania. Il primo banco di prova sarà rappresentato dal voto di fiducia alla Knesset. Tra i 62 deputati chiamati alla nascita del governo Bennet, non è detto che emergano posizioni contrarie alle linee dei rispettivi partiti.

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