Israele e la crisi in Qatar

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Mentre in Turchia il parlamento ha votato una proposta lampo per l’invio di 5mila soldati turchi in Qatar, anche gli altri attori in gioco in Medio Oriente hanno cominciato a schierarsi prendendo posizione sulla questione qatariota. La decisione del mondo sunnita di sacrificare il Qatar, accusandolo di essere il primo sponsor del terrorismo islamico, si presenta come una ghiotta occasione per Israele.Innanzitutto a Tel-Aviv possono ritenersi soddisfatti perché il governo è ora testimone di ciò che da tempo cercava di realizzare: l’allineamento della politica americana in Medio Oriente alla linea prediletta da Israele, che da sempre ha indicato l’Iran come un pericolo maggiore dello Stato Islamico. Basti ricordare con quanta veemenza Netanyahu si oppose al ‘Nuclear Deal’, considerato il fiore all’occhiello dell’amministrazione Obama. Israele ha sempre tentato di rimanere l’unica potenza nucleare nella regione e per mantenere la sua egemonia era ed è consapevole che, per i suoi obiettivi, Teheran rappresenta un nemico molto più insidioso rispetto agli jihadisti di Al-Baghdadi. In Terra Santa gli apparati di sicurezza vedono prendere forma ciò in cui speravano fortemente per portare avanti il processo di isolamento a danno di Teheran: il mondo sunnita, guidato dall’Arabia Saudita e di cui fanno parte Emirati Arabi, Bahrein, Egitto, Maldive e Libia, si è coalizzato contro il Qatar, legato – se pur ambiguamente – all’Iran sciita .Questo per Israele potrebbe comportare almeno tre vantaggi. Il primo, è che la volontà di Washington e Riyadh di indebolire l’Iran volge senza dubbio a suo favore, rientrando nel piano di accerchiamento a danno di Teheran. In secondo luogo, ormai da tempo Israele e Arabia Saudita cercano un pretesto per dare il via al processo di distensione ufficiale delle tensioni diplomatiche che da sempre caratterizzano i loro rapporti, tanto che recentemente si è cominciato a parlare anche dell’invio reciproco di ambasciatori nei rispettivi Paesi. Di fatto Tel-Aviv e Riyadh sono alleate ma l’odio atavico provato vicendevolmente – più tra la popolazione che negli ambienti diplomatici – ha impedito un’apertura ufficiale, come appunto l’inaugurazione delle rispettive ambasciate. Ora però, con il pretesto di combattere congiuntamente il terrorismo islamico, potrebbero scoprire le carte in tavola e, in realtà, lo hanno già fatto entrambe le due potenze. I funzionari sauditi, accusando il Qatar di foraggiare organizzazioni terroristiche come i Fratelli Musulmani e Hamas, che opera sulla striscia di Gaza, hanno di fatto confermato la loro alleanza con Israele. È probabile che faccia strano agli israeliani sapere che Riyadh condanni l’operato di Hamas.La conferma di quanto Tel-Aviv stia pensando di sfruttare questa occasione di grande tensione di cui è “vittima” Doha è arrivata dal ministro della Difesa israeliano Avigdor Liberman, che il 6 giugno durante una riunione alla Knesset ha detto: “Gli Stati arabi che hanno reciso i rapporti diplomatici con il Qatar non lo hanno fatto per la salvaguardia di Israele, né tanto meno per risolvere la questione palestinese. Lo hanno fatto perché sono preoccupati del terrorismo islamico. Non ci sono dubbi, quindi, che questa loro attitudine apra moltissime possibilità di cooperazione per combattere insieme l’estremismo. Lo Stato di Israele è più che aperto alla cooperazione con l’Arabia Saudita. Ora la scelta, se accettare o meno il nostro supporto, sta a loro”. Tel-Aviv vede quindi “moltissime possibilità” all’orizzonte per un futuro con il regno dei Saud sempre più vicino e amico. Recentemente Trump ha accusato Teheran di fomentare il terrorismo islamico e quindi c’è una buona probabilità che Israele cerchi di prendere parte all’iniziativa sunnita, spacciata come deterrente al fondamentalismo, in un’ottica anti-iraniana.Il terzo vantaggio, per Netanyahu, di un progressivo avvicinamento al mondo sunnita è rappresentato dall’aspetto della sicurezza interna. Stringere legami ufficiali con Stati nei cui confini si rifugiano i leader palestinesi e da cui spesso vengono organizzati gli attentati in Terra Santa, potrebbe rivelarsi un’ottimo metodo per aumentare le capacità di controllo delle cellule anti-israeliane.