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Appena 24 ore prima dell’inizio della guerra con l’Iran, il governo di Benjamin Netanyahu ha rischiato seriamente di cadere. La mozione presentata dalle opposizioni sullo scioglimento della Knesset, il parlamento israeliano, è stata respinta ma soltanto per pochi voti di scarto: in 61 hanno votato contro, ma ben 54 deputati hanno espresso il proprio parere favorevole alla fine anticipata della legislatura. Il conflitto con Teheran per quasi due settimane ha congelato tutto: lavori parlamentari, passaggi in commissione, dibattiti in aula. Ora però, senza più sirene di allarme su Gerusalemme e Tel Aviv, non sono soltanto i cittadini a essere tornati alla normalità. La Knesset ha ripreso le sue attività e Netanyahu deve fare i conti, pallottoliere alla mano, con una maggioranza alquanto risicata.

Le pressioni che arrivano da destra

Prima del conflitto, a mettere in discussione l’esecutivo sono stati soprattutto gli ultra ortodossi di Giudaismo Unito nella Torah (Utj). Questi ultimi rappresentano uno dei riferimento politici più importanti per le comunità ultra religiose aschenazite, quelle cioè provenienti dall’Europa orientale. Una parte del partito, attualmente al governo, ha minacciato di uscire dalla maggioranza se Netanyahu non avesse presentato un disegno di legge volto a ripristinare l’esenzione alla leva obbligatoria per gli ultra ortodossi. Lo Shas, altro partito ultra religioso, ha deciso all’ultimo momento di non votare assieme all’Utj e Netanyahu l’ha fatta franca poche ore prima di mandare i suoi caccia su Teheran.

Ma la coalizione oggi rimane comunque pesantemente esposta alle intemperie perenni e costanti del parlamento israeliano. Un’altra tempesta ha rischiato di aprirsi nelle ultime ore dopo le minacce arrivate stavolta dalla parte ultra nazionalista della maggioranza, quella capitanata da Sionismo Religioso. Quest’ultimo è il partito del ministro delle Finanze, Bezalel Smotrich, il quale ha parlato della volontà di lasciare il governo se Netanyahu non avesse risolto il problema degli aiuti umanitari inviati a Gaza e rimasti, a suo dire, sotto il controllo di Hamas. Netanyahu ha preferito evitare guai, sospendendo però di fatto gli aiuti verso la Striscia in attesa di un ipotetico piano dell’Idf per garantire sicurezza nella distribuzione dei viveri.

Likud in risalita nei sondaggi dopo l’attacco a Teheran

L’unico elemento che al momento sembra confortare Netanyahu è rappresentato dai sondaggi. Un paradosso considerando che il premier, nelle settimane precedenti, ha fatto di tutto per non far cadere il governo in quanto consapevole di non essere in testa nelle preferenze. Fino al 12 giugno, vigilia dell’attacco all’Iran, il Likud (il partito del premier) era dato a 19 seggi a fronte degli attuali 36. Un crollo netto, tutto a vantaggio del “Bennett Party“, la nuova lista presentata dall’ex premier Naftali Bennett. Dopo la guerra, la situazione è apparsa diversa: il Likud nei sondaggi è tornato a essere il primo partito, con 28 seggi accreditati nella prossima Knesset in caso di voto anticipato. Il Bennett Party invece, raggiungerebbe quota 24 seggi.

Il gioco delle coalizioni

In Israele valgono le regole più rigide di una repubblica parlamentare: si vota la lista, si distribuiscono i seggi su base proporzionale e con una soglia di sbarramento ferma al 3.25%, successivamente il governo si forma solo in caso di esito positivo delle trattative. Per cui, a prescindere dal risultato dei singoli partiti, è poi nel gioco delle coalizioni che si decidono i colori del futuro esecutivo. Al momento, stando alle intenzioni di voto, il Likud assieme ai partiti dell’attuale coalizione di governo si fermerebbe a quota 51 seggi. Sotto quindi la soglia minima di 61 per formare una maggioranza. A pesare è l’indietreggiamento del partito di Smotrich, il quale rischia di non arrivare alla soglia di sbarramento, nonché la mancata crescita di Potere Ebraico e dei due partiti ultra religiosi dello Shas e di Utj.

Dall’altra parte della barricata, il “king maker” potrebbe essere proprio Bennett: forte del paventato successo della sua nuova lista, l’ex premier porterebbe trascinare verso il governo una vasta coalizione eterogenea unita dalla comune volontà di rovesciare Netanyahu. Bennett, per tornare a essere primo ministro, potrebbe contare in primis su Yisrael Beiteinu. Si tratta del partito di destra riferimento della comunità russofona guidato da Avigdor Lieberman. Al tempo stesso però, troverebbe alleati anche a sinistra con il neonato Partito Democratico di Yair Golani pronto a portare in dote almeno 9 o 10 deputati. I centristi Lapid e Gantz andrebbero poi a contribuire con circa 7 seggi a testa. E potrebbero essere della partita anche le liste arabe, accreditate di un discreto successo. L’impressione è che, se Netanyahu non dovesse riuscire a mantenere unita l’attuale maggioranza, le prossime elezioni potrebbero sparigliare molte carte.

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