Israele inizia a considerare Trump come un alleato scomodo

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La minaccia della Russia di porre il veto alla risoluzione dell’Onu con cui si rinnova il mandato della missione Unifil, è un campanello d’allarme nei rapporti buoni, ma oggi non troppo sereni, fra Tel Aviv e Mosca. La delegazione russa alle Nazioni Unite è stata chiara: se Hezbollah sarà espressamente citato come gruppo terrorista all’interno della risoluzione, sarà costretta a porre il veto facendo naufragare il progetto di Stati Uniti e Israele per modificare il mandato dei caschi blu in Libano. L’apertura di questo fronte diplomatico fra Israele e Russia rende evidente quello che già da tempo iniziava a rendersi sempre chiaro, e cioè che le politiche russe e quelle israeliane, per ciò che riguarda il Medio Oriente, sono divergenti. Una divergenza che è nata in particolare con la guerra in Siria e che non sembra destinata a ricucirsi nel breve termine, soprattutto dopo il consolidamento delle de-escalation zones.

Il ministro degli Esteri russo, Sergej Lavrov, a seguito delle proteste del governo di Netanyahu, aveva subito dichiarato di rifiutare quest’interpretazione negativa, ricordando agli israeliani che “se hanno qualche preoccupazione per la loro sicurezza, non c’è motivo di preoccuparsi, perché siamo impegnati a garantire che questo non accada in alcun modo”. L’affermazione di Lavrov non aveva però dato rassicurato completamente il governo israeliano, tanto che poche settimane dopo, Netanyahu era volato a Sochi per incontrare Putin, sollecitandolo a spezzare i legami con gli iraniani e con Hezbollah. In quell’occasione, il presidente russo aveva di nuovo rassicurato il governo di Tel Aviv che non ci sarebbe stato alcun rischio per la sicurezza dello Stato di Israele, ma non ha placato i timori israeliani.



Le milizie di Hezbollah e la presenza iraniana in Siria sono il pallino della politica israeliana. Tuttavia, Israele sa perfettamente che la politica russa per la Siria passa necessariamente attraverso il ruolo di Iran e di Hezbollah, che rappresentano partner imprescindibili nella guerra allo Stato islamico e nel consolidamento del potere di Assad. Mosca non può fare a meno né di Teheran, né delle milizie del Partito di Dio per l’efficacia degli accordi di Astana,  tanto che si può affermare tranquillamente che il rispetto del mandato Unifil è un tema assolutamente marginale per Mosca, così come la tutela di Hezbollah contro Israele. Non è un mistero che Mosca abbia acconsentito ai raid di Israele contro i convogli di Hezbollah dalla Siria al Libano durante tutto il conflitto siriano, alzando la voce soltanto quando diventavano eccessivi o mettevano a rischio le forze armate russe e siriane.

Evidentemente, il problema allora è più ampio. In primis, c’è chiaramente la volontà russa di non “abbandonare” chi tanto l’ha aiutata in Siria a sostegno dell’alleato di Damasco. Ma a questo, si aggiunge soprattutto la crisi diplomatica fra Stati Uniti e Russia. Lo iato fra la politica del Cremlino e della Casa Bianca è talmente largo, che il rischio è che la Russia cerchi di frenare qualsiasi iniziativa proposta da Washington – come la modifica del mandato Unifil. Non c’è chiaramente alcuna garanzia sul fatto che la Russia avrebbe accettato di buon grado la risoluzione qualora le relazioni di Putin con il presidente Usa fossero idilliache, ma, in queste circostanze, l’occasione per la Russia era decisamente ghiotta.

Ed è questo scontro diplomatico, e non la definizione di Hezbollah, la vera minaccia per gli interessi di Israele. La politica muscolare di Trump, e la guerra fredda tra Mosca e Washington – e anche con Pechino – fanno sì che, mentre in passato Israele faceva affidamento sui presidenti americani per mobilitare la comunità internazionale per prevenire minacce strategiche per Israele, come avvenuto per il programma nucleare iraniano, oggi non può più farlo. L’azione degli Stati Uniti, infatti, ha reso Trump un partner quasi scomodo per Israele, nonostante i legami politici fra l’entourage di Trump e di Netanyahu. La Russia e la Cina lo considerano un avversario, mentre gli altri Stati occidentali, pur formalmente alleati, non sembrano rispondere positivamente alle iniziative statunitensi. E questo avviene anche quando si tratta degli interessi di Israele.

Per la prima volta, un presidente americano, nonostante sia completamente filoisraeliano, ha messo Israele in una situazione tale per cui deve dividere la sua pianificazione strategica tra due o tre superpotenze rivali diventando anche terreno di scontro o oggetto di ripicche fra Russia e Stati Uniti. E questo intacca notevolmente gli interessi israeliani, sia in ambito politico – soprattutto nell’area mediorientale -, sia in ambito economico, specialmente per gli interessi cinesi nel Mediterraneo Orientale. Tel Aviv adesso si trova in una posizione talmente complicata per cui deve dialogare con superpotenze rivali e l’unica che la sostiene in maniera spregiudicata, cioè gli Usa, è sostanzialmente un problema per trattare con le altre. Un destino curioso per l’amministrazione Trump e il suo rapporto così forte con Israele.