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“L’unico modo con il quale Israele sopravviverà… ecco il punto, devono anche… sfruttare l’opportunità di assicurare pace e sicurezza sia agli israeliani che ai palestinesi”. Così Joe Biden intervenendo al Late Night with Seth Meyers della NBC (Timesofisrael). Insomma, nella sua senilità, il presidente americano ha uno sprazzo di lucidità.

Certo, persevera nella sua linea di affidarsi alla sola moral suasion per convincere Israele a più miti consigli, continuando a fornire all’alleato mediorientale armi, soldi e fermo sostegno diplomatico, una linea che, oltre ai tragici danni che sta procurando in Medioriente, ha trascinato anche gli Stati Uniti nell’abisso del discredito globale, come hanno allarmato anche ambiti non certo pacifisti degli States (Politico). Ma la voce dal sen fuggita di Biden nello show americano resta comunque significativa.

Israele e il Santo Graal della “vittoria totale” su Hamas

Biden, infatti, ha cercato di far capire al suo alleato che urge fermare le operazioni di Gaza, se non per ragioni umanitarie, per motivi politici; ne va dell’esistenza stessa di Israele, messa a repentaglio dalle decisioni della sua leadership.

Già perché quanto sta avvenendo a Gaza e in Cisgiordania non sta solo causando sofferenze immani ai palestinesi e affliggendo in vario modo – e in misura molto minore – gli israeliani, ma sta distruggendo, forse in maniera irrevocabile, l’immagine di Israele nel mondo, rendendola una sorta di “Corea del Nord del Medio oriente”, come scriveva Uri Misgav su Haartez il 22 febbraio.

La politica israeliana, scrive infatti, B. Michael su Haaretz del 28 febbraio, è viziata da un tragico errore iniziale, fatto quando ha annunciato che avrebbe ottenuto la “vittoria totale” su Hamas, qualcosa di simile “al Santo Graal di Re Artù. Il premio, sacro e magico, con l’asserito potere di garantire a chi lo detiene forza, ricchezza, onore e status”.

Un premio che sembrava facile da conseguire, “a portata di mano”, ma che è svaporato l’8 ottobre, cioè il giorno dopo il massacro subito, “quando Israele è entrato in guerra, non solo contro i terroristi di Hamas, ma in una guerra totale”, senza un briciolo “di preparazione e strategia”, senza aver elaborato una “exit strategy”. Una guerra “dettata dalla bile, dalle manie di grandezza, dall’ego ferito”.

“[…] Il giorno successivo, il 9 ottobre, il ministro della Difesa Yoav Gallant ha annunciato il ‘blocco totale’ di Gaza: senza acqua, senza cibo, senza elettricità, senza medicine. Questo è stato il momento in cui ci siamo privati per sempre della ‘vittoria totale‘”, chiosa Michael.

Il marchio di Caino

Se Israele avesse agito con lucidità e usato moderazione, nonostante la ferita subita – come ebbe a fare Golda Meir dopo il massacro di Monaco per esempio – continua Michael, il mondo sarebbe stato con Israele (o almeno una parte di esso, si può precisare). Infatti,  aggiunge, “se avessimo agito in maniera giusta, Israele si sarebbe ritrovato nella sua posizione preferita: la vittima, il perseguitato, il sofferente, il derelitto”.

Invece, è stato guidato dal suo “istinto”, continua il cronista israeliano: “Era più importante rafforzare il proprio ego, distrarre tutti dal disastro [del 7 ottobre ndr], deliziare le masse con una massiccia dose di vendetta. Non è così che si ottiene la ‘vittoria totale’, così si ottiene il marchio di Caino”.

“E mentre la montagna di cadaveri palestinesi e di case in rovina s’ingrandisce sempre più, s’ingrandisce anche il marchio di Caino sulla fronte di Israele. E quando abbiamo raggiunto decine di migliaia di vittime, più della metà delle quali donne e bambini, Israele è entrato nel club dei paesi ostracizzati, marchiati e lebbrosi, fatto segno di indignazione” globale.

Ciò ha reso impossibile una “vittoria totale”, anzi “qualsiasi vittoria” che possa discendere da tutto questo “male”, conclude Michael. “E l’apice del grottesco è che lo ‘Stato ebraico, che per anni ha criticato aspramente il crudele silenzio del mondo mentre si consumava l’Olocausto, ora chiede a gran voce che il mondo stia zitto e non interferisca nel nostro lavoro”.

Le trattative per gli ostaggi e la confusione di Netanyahu

Non si tratta di fare un parallelo con l’Olocausto, ché Israele non ha edificato camere a gas a Gaza, ma ciò non esclude la possibilità che nella Striscia si stia consumando un genocidio, sul quale la Corte di giustizia dell’Aia è chiamata a pronunciarsi.

La privazione dei beni essenziali, che ha ridotto allo stremo i palestinesi, può rievocare altro, il genocidio armeno, consumato portando allo sfinimento e alla morte i malcapitati. Non ci sostituiamo ai giudici dell’Aia, ma registriamo quanto accade e quanto scriveva Amira Haas in un dolente articolo pubblicato ieri su Haaretz, cioè che i palestinesi, molti dei quali bambini, sono “affamati”, stipati in “50mila per chilometro quadrato”, bevono “acqua contaminata”, mutilati, bombardati senza soluzione di continuità… 

Per la cronaca, è in corso un altro round di trattative sulla cessazione delle ostilità, parziale o totale che sia, in cambio della liberazione degli ostaggi. Biden si è detto ottimista, Israele e Hamas, chiamati a decidere, meno. Se non è un altro attacco di senilità del presidente americano, è un modo per far pressione su Netanyahu perché sia meno rigido sulle sue posizioni, sulle quali ha espresso critiche, anche dure.

Il problema è che l’Imperatore è debole e il suo interlocutore mediorientale forte. Ciò, però, solo in apparenza. Infatti, secondo un’analisi del Jerusalem Post, se Netanyahu era tale prima della guerra, ora “è evidente che è terribilmente confuso, sia emotivamente che mentalmente e non sa come affrontare le cose […] È in una brutta situazione sia a livello emotivo che mentale”. Se vero, è ancora più terribile e rischioso.

Certo, l’analisi si basa sulla comparazione di foto pre e post guerra, qualcosa di apparentemente effimero, di lombrosiano. Ma il Jerusalem Post è il media dell’establishment israeliano, quello che ha tenuto in sella Netanyahu finora. Da cui l’importanza della nota.

Foto @Francesco Cito

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