Israele, i sionisti liberali troppo timidi con gli estremisti

SOGNI DI FARE IL FOTOREPORTER? FALLO CON NOI

Mentre la Striscia di Gaza è stretta nella morsa dell’invasione israeliana e della fame, gli ebrei estremisti diventano sempre più forti. Il 2024 non è il Medioevo, eppure questa destra religiosa e messianica crede fermamente in un Dio della guerra santa. È quanto analizza Michael Manekin, in una lucida disamina su Haaretz.

L’estremismo teologico ebraico non è di certo una novità, tuttavia, negli anni passati veniva spesso considerato come “un’erbaccia selvatica”, per dirla con le parole del giornalista. Negli anni però, ed oggi più che mai, quelle erbacce “si sono trasformate in una foresta”. La linfa vitale per questa proliferazione è stata “il movimento della destra religiosa che si è accaparrato posizioni di potere nel governo israeliano, nell’esercito e persino nel sistema giudiziario”.

C’è voluto del tempo, poi però, i tragici fatti del 7 ottobre hanno spinto forte sull’acceleratore della teologia politica radicale di Israele. La stessa che giustifica la morte, la fame e la miseria dei palestinesi. Ed è proprio con questa visione del mondo, moralmente fallimentare, che gli ebrei di Israele, e di tutto il mondo, devono confrontarsi. Per Manekin si tratterebbe di una vera e propria profanazione della tradizione ebraica, che si sta affermando prepotentemente anche nelle comunità lontane da Tel Aviv.

Una preghiera per i coloni che bloccano gli aiuti

Il movimento estremista ebraico prima aleggiava, ora si impone fermamente, rivendicando le sue posizioni e radici in nome della religione. E in questo quadro non fa specie, o forse sì, che Eliyahu, rabbino capo di Zfat, abbia persino scritto una preghiera speciale, dedicata ai coloni israeliani che bloccano gli aiuti umanitari. Sulla stessa linea, il rabbino Dov Lior, importante figura ortodossa della destra religiosa, aveva già sostenuto che si potesse violare il Sabato – ricorrenza sacra agli ebrei da dedicare interamente al Signore – per bloccare gli aiuti a Gaza. “Una guerra che ha luogo durante il Sabato – ha decretato il rabbino – rende lecito violare il Sabato”.

Inoltre, va precisato che gli aiuti umanitari che Lior invoglia a bloccare “sono autorizzati dall’esercito israeliano”. Nonostante questo, come si può constatare dai video che hanno fatto il giro del web, sono stati numerosi i coloni che hanno seguito la sua direttiva, bloccando le strade su cui viaggiano i convogli verso Rafah. E difatti, Manekin sostiene che “l’idea di violare il Sabato per affamare i palestinesi, come mezzo di punizione e coercizione, in Israele è una posizione etica sempre più diffusa”.

Oltre alla storia, anche la memoria aiuta a comprendere meglio la situazione. Era il 1938 quando Moshe Avigdor Amiel, un sionista religioso e rabbino capo di Tel Aviv, allora Palestina mandataria, si oppose alla cosiddetta havlaga, ovvero la moderazione di fronte agli attacchi palestinesi invocata dai sionisti laici. Amiel rincarò la dose, dichiarando: “Mi oppongo al concetto di havlaga, secondo il quale il divieto di spargere il sangue degli arabi si basa sulla necessità di ‘trattenersi’, mentre ciò è vietato a causa del divieto lo tirtzach” (Non uccidere). Le parole del rabbino capo di allora, dunque, pare proprio che non siano tenute in considerazione dalla destra ebraica attuale, che ha dirazzato completamente gli imperativi morali da cui origina.

La necessità di un contro-modello alla destra ebraica

Se mezzo secolo fa le posizioni estremiste ebraiche erano in netta minoranza, ad oggi non può dirsi lo stesso. “Di questi tempi – prosegue l’articolo di Haaretz – si esige l’espulsione o la totale sottomissione dei palestinesi, ignorandone la sofferenza”. Questa visione del mondo, che non è marginale, anzi, è “ciò che blocca un accordo sugli ostaggi e prolunga la guerra, ha due dei sostenitori nel governo: Itamar Ben-Gvir e Bezalel Smotrich” – rispettivamente ministro della Sicurezza nazionale e ministro delle Finanze.

E in questo contesto, dove la moderazione rischia di coincidere con il solo ateismo, manca all’appello una posizione chiara e netta da parte dei sionisti liberali. Per Manekin, infatti, “non hanno offerto una risposta seria alla teologia della destra, hanno scelto invece di moderarla”. Chi si è opposto al pensiero di Ben-Gvir, ad esempio, lo ha fatto spesso con un compromesso, ovvero sostenendo che “Israele è ebraico, ma anche democratico”. Per il giornalista, questa formula potrebbe rivelarsi un passo falso, in quanto “gli ebrei liberali si presentano come custodi della democrazia di Israele, mentre cedono il loro ebraismo alla destra religiosa”. E senza un’alternativa alla teologia estremista si rischia di consegnare la tradizione nazionale ebraica nelle mani di chi inneggia alla vendetta, alla miseria e ad “una guerra santa” senza fine.

Mala tempora currunt, tutto sembra essere cambiato dal secolo scorso, persino le domande essenziali. I giudei si chiedevano “Chi è ebreo?”, mentre ad oggi, chiosa Michael Manekin, dovrebbero chiedersi “chi è un ebreo morale?”.