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Israele fa sentire tutto il suo peso di potenza atomica e regionale in Medio Oriente, dando un chiaro segnale all’Iran. Lunedì scorso lo Stato ebraico è diventato il primo Paese, insieme agli Stati Uniti, a possedere i nuovi jet F35, frutto dell’attuale progetto sviluppato dalla Lockheed Martin’s, azienda americana attiva nei settori dell’ingegneria aerospaziale e nella difesa. Sono arrivati in serata i primi due jet che andranno a rinforzare l’apparato bellico israeliano. “Il nostro grande esercito sta ora diventando più numeroso e potente”, così si è espresso il numero uno israeliano, come riportato dalla Reuters.[Best_Wordpress_Gallery id=”370″ gal_title=”Esercitazioni militari israele”]I due jet rappresentano solo l’inizio, perché ne arriveranno altri 50 che andranno a formare due squadroni di F35. Ognuno di essi costa 100 milioni di dollari. La vendita risulta parte di un accordo più grande siglato tra Israele e Stati Uniti che coprirà i prossimi dieci anni di scambi nel settore militare, per un totale di 38 miliardi di dollari.L’accordo è in realtà un colpo di coda della presidenza Obama, in quanto il nuovo Presidente americano eletto Donald Trump, con uno dei suoi tweet, aveva aspramente criticato il progetto della Lockheed Martin’s per la costruzione degli F35. Il tycoon ne contestava l’ingente costo, in linea con la sua politica isolazionista volta alla riduzione della spesa militare per missioni all’estero. Per Israele l’acquisto degli F35 e l’accordo decennale rappresentano invece un’immensa opportunità in uno scenario mediorientale sempre più instabile, in cui i nemici storici di Tel Aviv, Iran e Siria in testa, continuano a resistere. Sempre l’agenzia Reuters sottolineava come questi nuovi F35 siano dotati di una precisione di colpo molto più sofisticata e possiedano inoltre una rafforzata capacità di colpire bersagli molto distanti, “incluso l’Iran”.La strategia israeliana in SiriaIn effetti l’ingente investimento del Governo israeliano sembra essere in linea con le ultime azioni militari portate avanti dal Governo Netanyahu in Siria. Come riportato dalla BBC lo scorso 7 dicembre i media di Stato siriani avevano denunciato un attacco missilistico di provenienza israeliana, che avrebbe colpito l’aeroporto militare di Mezzeh. L’offensiva non avrebbe causato morti, tuttavia il governo israeliano ha finora taciuto sull’argomento. L’aeroporto colpito si trova a pochissima distanza dal palazzo presidenziale di Bashar al Assad, il che, come riportato dal Financial Times, potrebbe essere considerato come un monito sia per il presidente siriano, che per un eventuale avvicinamento americano al regime di Damasco.Una settimana prima, invece, il 30 novembre, sempre l’aviazione israeliana avrebbe colpito due convogli che trasportavano armi sull’autostrada che collega Damasco a Beirut. Il ministro della Difesa israeliano, Avigdor Lieberman, si è così espresso sulla vicenda: “Vogliamo prevenire che armi sofisticate o di distruzione di massa arrivino a Hezbollah”, non negando dunque la responsabilità diretta israeliana nell’azione offensiva sul territorio siriano.D’altronde la posizione israeliana in merito alla guerra civile siriana non è mai stata chiarificata del tutto. Qual è il nemico principale per Israele, gli sciiti iraniani e libanesi o l’Isis? Considerando poi che la Repubblica islamica d’Iran insieme a Hezbollah stanno combattendo sul campo contro Daesh, Israele si trova ancor più in difficoltà nel scegliere il suo target principale. Eppure lo scorso luglio 2015 il Primo Ministro Netanyahu pareva avere le idee piuttosto chiare in merito. “Perché si dovrebbe pensare di dare allo Stato islamico dell’Iran – che è molto più potente dell’Isis e agisce con molta più forza dell’Isis – una maggiore possibilità di avere delle armi nucleari?”, così si era espresso Neanyahu durante una conferenza stampa insieme all’ex Ministro degli Esteri italiano Paolo Gentiloni.Il Primo Ministro aveva espresso così la sua preoccupazione circa lo storico accordo sul nucleare raggiunto tra gli Stati Uniti e la Repubblica islamica. La minaccia principale per Tel Aviv rimane dunque Teheran, senza dubbio. L’Isis è un problema secondario, che viene affrontato solo quando scombina gli equilibri sulle alture del Golan, a pochi passi dal territorio israeliano, come riportato dal Jerusalem Post lo scorso 28 novembre. “Israele non permetterà all’Isis di creare un fronte di terrore sul Golan”, così tuonava Netanyahu.Sul pericolo Isis al di fuori dell’altopiano del Golan il Primo Ministro israeliano non si è, invece, espresso. Il futuro di Israele e del Medioriente in generale potrebbe chiarirsi solo dopo il 20 gennaio, data d’insediamento di Donald Trump, visto che Netanyahu sembra impaziente di incontrare il nuovo Presidente eletto americano per ridiscutere l’accordo nucleare con l’Iran. La nuova strategia americana in Medio Oriente delineerà i futuri equilibri tra Israele e Iran.

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