Il 13 agosto del 2020 è una data che passerà alla storia: Israele ed Emirati Arabi Uniti hanno raggiunto un accordo, mediato dagli Stati Uniti, che porterà alla piena normalizzazione dei rapporti tra i due Paesi e che farà da apripista ad altre nazioni arabe sulla stessa via. Sappiamo infatti, come riportato da al-Quds, che anche Bahrein e Oman intendono seguire la strada di Abu Dahbi e aprire la porta a Tel Aviv.

La bozza dell’accordo spazia in ogni campo. Come si legge nel comunicato ufficiale le delegazioni di Eau e Israele si incontreranno nei prossimi giorni per stabilire un piano d’azione volto a stringere legami commerciali, turistici, di sicurezza, nel campo della tecnologia e delle telecomunicazioni, dell’energia, della sanità, della cultura, dell’ambiente, per sviluppare piani di investimento comune e, ovviamente, per l’apertura ufficiale di sedi diplomatiche.

Questa svolta epocale è stata possibile in quanto Tel Aviv ha rinunciato al suo progetto di annessione della West Bank e alla dichiarazione di “sovranità” sulla Cisgiordania, come previsto dal piano di pace presentato dall’amministrazione Usa lo scorso gennaio (rigettato dall’autorità palestinese), garantendo nel contempo un maggiore accesso per i musulmani ai luoghi sacri della moschea di al-Aqsa nella Città Vecchia di Gerusalemme.

L’intesa raggiunta tra il premier israeliano Netanyahu e il principe Mohammed bin Zayed, capo di fatto degli Emirati, rappresenta forse il capolavoro diplomatico dell’amministrazione Trump. Gli Stati Uniti, infatti, hanno fatto una vera e propria inversione di rotta col mondo musulmano sunnita sin quasi dai primi mesi dell’insediamento del nuovo inquilino della Casa Bianca: rispetto al suo predecessore, Trump ha scelto la linea dura con l’Iran stracciando gli accordi sul nucleare, che sono sempre stati fortemente osteggiati dalle petromonarchie del Golfo, con in testa l’Arabia Saudita che proprio a seguito della firma del Jcpoa ha cominciato a guardare con maggiore interesse alla possibilità di inaugurare un proprio programma atomico, guardando, però, alla Cina. Una scelta insostenibile per Washington. Diversamente da Riad, in questo ambito, Abu Dhabi ha scelto come partner per la costruzione della sua prima centrale nucleare la Corea del Sud, con il placet degli Stati Uniti: una mossa sicuramente vincente, col senno del poi, quella americana.

L’avvicinamento tra Israele e gli Eau era cominciato in sordina: negli ultimi tempi abbiamo assistito all’inaugurazione dei voli settimanali fra Tel Aviv e Dubai, l’invito ad Israele a partecipare all’Expo del 2021 che si terrà negli Emirati, l’apertura di una sinagoga in Bahrein e la visita di Netanyahu in Oman, ma nulla lasciava presagire che si arrivasse così subitaneamente ad un accordo di questo tipo.

L’obiettivo di questa strategia è chiaro: emarginare l’Iran ed i suoi alleati. L’unione del fronte anti-iraniano nell’area mediorientale, già in embrione per via delle “intese” tra Riad e Tel Aviv, con l’istituzione di un vero e proprio piano d’azione onnicomprensivo rappresenta un duro colpo per Teheran che prima poteva contare sulla divisione ideologica ed economica dei suoi acerrimi nemici.

Un lavoro svolto in sordina, come dicevamo, svolto da personaggi rimasti dietro le quinte: come riportato da Repubblica, insieme a bin Zayed, si sono mossi il segretario di Stato americano Mike Pompeo, che rappresenta Trump e Kushner, e Yossi Cohen, direttore del Mossad, il servizio segreto israeliano, al quale il primo ministro Netanyahu ha delegato completamente il negoziato.

Nella propaganda dei tre governi artefici di questa svolta, l’accordo rappresenta un enorme passo avanti per la stabilità e la sicurezza del Medio Oriente, in quanto mettendo all’angolo Teheran si riduce la sua capacità di attrarre simpatie oltre che la possibilità di vedere realizzato il progetto di una “Mezzaluna Sciita” che va dalla Persia al Mar Mediterraneo.

C’è un fondo di verità in questo: l’assassinio di Soleimani, leader delle Guardie della Rivoluzione e carismatico stratega in grado di mettere d’accordo tutte le fazioni sciite presenti tra Iraq, Siria e Libano, ha fortemente compromesso la capacità degli Ayatollah di perseguire in questo scopo, ma forse è più vero che l’accordo siglato ieri è diretta funzione di quell’evento, che è stato il vero e proprio punto di svolta nel contrasto all’Iran e ai suoi proxy.

L’eventualità, però, che l’intesa raggiunta tra Israele e Eau venga seguita anche dal resto dei Paesi arabi sunniti dell’area, emarginando quindi non solo l’Iran ma anche la Siria e il Qatar, potrebbe spingere questi ultimi ad una ulteriore radicalizzazione dei contrasti e costringerli a guardare alle potenze che in questo momento storico sono ostili all’Occidente: la Russia ma ancora più la Cina. Quest’ultima, del resto, ha già grandissimi interessi in Iran e potrebbe cogliere l’occasione per penetrare ancora più in profondità in Persia, per avere un maggiore controllo sulle vie di comunicazione marittime che passano per lo Stretto di Hormuz e assicurarsi una buona fetta del controllo degli idrocarburi iraniani.

Parallelamente potrebbe anche avvicinare Teheran ad Abu Mazen: il leader palestinese ha infatti ricusato il piano di pace americano e interrotto ogni contatto con Israele ed ora potrebbe leggere in questo accordo un “tradimento” da parte del mondo arabo.

Quelli che sono stati definiti gli “Accordi di Abramo”, potrebbero quindi portare, sul lungo periodo, maggiore instabilità, anche al netto delle sanzioni occidentali che stanno strangolando l’economia iraniana e siriana.

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