Nelle ultime settimane si è ulteriormente divaricato lo iato tra l’atteggiamento che gli Stati Uniti tengono nei confronti dei due loro più importanti alleati oggi coinvolti in conflitti, l’Ucraina e Israele. L’amministrazione di Donald Trump sta, alla prova dei fatti, mantenendo una sostanziale copertura alle mosse in Medio Oriente del Governo di Benjamin Netanyahu mentre, al contempo, sull’Ucraina e Volodymyr Zelensky ad oggi la spinta a un negoziato di pace sembra sostanzialmente essersi esaurita e mancano esplicite volontà di capire se interesse americano sia la fine della guerra o qualcosa di diverso.
E non parliamo solo della predisposizione personale del presidente: su questo campo, potremmo registrare che i rapporti Trump-Netanyahu hanno conosciuto dei veri e propri chiari di luna per temi che esulano dalla guerra di Gaza, come l’atteggiamento da tenere verso l’Iran, mentre quelli con Volodymyr Zelensky stanno sicuramente risalendo rispetto all’inizio del secondo mandato di The Donald.
No, parliamo di un atteggiamento sistemico a livello di amministrazione e apparati: il Dipartimento di Stato che spinge per le sanzioni alla Corte Penale Internazionale e non alla Russia di Vladimir Putin; i distinguo rispetto agli alleati europei sul sostegno all’Ucraina, addirittura il rifiuto del capo del Pentagono Pete Hegseth di partecipare alla riunione della coalizione formato Ramstein nella settimana appena conclusa per decidere il prossimo appoggio militare a Kiev; il veto di Washington alla risoluzione del Consiglio di Sicurezza Onu sul cessate il fuoco a Gaza. Tutto ciò concorre a delineare una presa di posizione chiara a cui anche il Congresso sembra essersi conformato.
La perenne mediazione interna
Perché? C’è una strategia in materia oltre alla personale inclinazione di Trump? La percezione che sembra emergere è quella di una contrapposizione politica interna alla maggioranza presidenziale legata al Partito Repubblicano, in cui gli elementi “sovranisti” del movimento Maga si scontrano con i falchi e gli interventisti di stampo neoconservatore.
La politica dell’amministrazione, in questo Trump 2.0 che è dirompente anche per il suo essere una presidenza di perenne mediazione tra sistemi interni, diventa un equilibrio dinamico in cui, in sostanza, sembra che la Casa Bianca abbia piena contezza del dossier ucraino, meno di quello mediorientale su cui pesano altre pressioni trasversali.
Una su tutte: l’attenzione data al dossier dai gruppi filo-israeliani che da qui all’autunno 2026 si organizzeranno per gestire la corsa alle elezioni di medio-termine e da cui nessun partito americano può esimersi. Inoltre, sul fronte ucraino si scontra l’oggettiva imprevedibilità del conflitto e la costante ridefinizione dei rapporti con gli alleati europei, ancora in equilibrio dinamico. Il dato di fatto, in definitiva, è che la conosciuta sostanziale continuità degli Usa su Israele è l’usato sicuro a cui Trump non può rinunciare per equilibri di partito, mentre ancora non è chiaro come si strutturerà il futuro posizionamento su una guerra in Ucraina ove Washington ha più fretta di chiudere il conflitto dei due belligeranti. E giocoforza questo alimenta un drenaggio di risorse e attenzione verso Tel Aviv in una fase, peraltro, in cui mai quanto oggi servirebbe invece una pressione decisa americana verso la pace a Gaza.

