Il Sudan avrebbe iniziato un processo di normalizzazione dei rapporti con Israele. Lunedì scorso (3 febbraio), il primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu, e il capo del Consiglio sovrano del Sudan, Abdel Fattah Al Burhan, si sono incontrati a Entebbe, in occasione della visita di stato del premier israeliano in Uganda.

Un bilaterale avvenuto in gran segreto, stando a quanto riferito dal ministro della Cultura e dell’Informazione e portavoce del governo sudanese, Faisal Mohamed Saleh. Il Consiglio sovrano del Sudan – formato lo scorso agosto con il compito di guidare la transizione democratica del Paese nei prossimi tre anni – sarebbe stato informato dell’incontro soltanto “a cose fatte” – sempre secondo le dichiarazioni di Saleh -.

Sarebbe stato Israele a rendere pubblica la notizia del meeting, mentre Al Burhan avrebbe rilasciato una dichiarazione sull’accaduto soltanto qualche giorno più tardi. Al termine di un incontro chiarificatore con i membri del Consiglio sovrano (5 febbraio), il leader sudanese ha spiegato i motivi che lo avrebbero spinto a compiere questo passo, ovvero “proteggere la sicurezza del Sudan, nell’interesse del suo popolo”.

Se Israele ha subito parlato di “normalizzazione dei rapporti”, la reazione del governo sudanese è stata più cauta. Il portavoce del governo, infatti, ha definito il bilaterale “un’iniziativa personale di Al Burhan”, che non avrebbe fatto alcuna promessa in merito al futuro delle relazioni diplomatiche con lo Stato ebraico.

Fin dalla sua indipendenza (1956), Khartum non ha mai intrattenuto relazioni diplomatiche ufficiali con Israele, anche se è probabile che tra le due parti vi siano stati contatti non ufficiali. Dunque, il meeting tra Netanyahu e Al Burhan rappresenta un cambiamento importante nella politica estera del Sudan, suscitando anche numerose reazioni di protesta sia a livello nazionale che internazionale.

A opporsi alla normalizzazione dei rapporti tra Israele e Sudan è stata soprattutto la leadership palestinese, che ha definito l’incontro una “pugnalata alle spalle”. Dichiarazioni forti, che hanno richiesto l’intervento di Al Burhan: il leader sudanese ha confermato la posizione pro palestinese del suo Paese, a prescindere dall’evolversi dei rapporti con Israele.

La politica israeliana in Africa

L’apertura dimostrata dal Sudan nei confronti di Israele rappresenta una vittoria per Netanyahu, che sarebbe riuscito a ottenere anche un “principio di accordo” sull’utilizzo dello spazio aereo sudanese per i voli commerciali provenienti dall’America Latina. Tra gli obiettivi del premier israeliano vi sarebbe anche il rimpatrio degli 8 mila richiedenti asilo sudanesi che si trovano in Israele.

Da tempo, Netanyahu mira a stabilire rapporti con il Sudan, considerando il ruolo chiave svolto da Khartum nella regione e la sua collocazione strategica nel continente. Stato dell’Africa orientale, il Sudan è membro della Lega Araba e intrattiene profonde relazioni con il mondo arabo musulmano.

L’attenzione di Netanyahu nei confronti di questo Paese, inoltre, sarebbe parte di una più ampia strategia, mirata ad ampliare e consolidare la presenza israeliana nel continente africano. Oltre al rafforzamento della partnership economica e nel settore della difesa, il premier israeliano mira a disarticolare quella “maggioranza automatica” dei Paesi africani contro lo Stato ebraico in seno alle Nazioni Unite. Con l’obiettivo ultimo di “cambiare il loro schema di voto” su questioni che riguardano Israele o il conflitto israelo-palestinese.

Gli interessi del Sudan

A spingere il Sudan verso Israele sarebbe, invece, il desiderio di sviluppare le proprie relazioni internazionali dopo anni di isolamento. Non solo: Khartum mira a rimuovere il suo nome dalla lista Usa dei Paesi sponsor del terrorismo, nella quale è stato iscritto nel 1993 per aver fornito supporto materiale ad Al Qaeda.

Questa “etichetta” e le sanzioni internazionali a essa correlate impedirebbero al Paese di accedere agli aiuti esteri e di far fronte alle difficoltà economiche nazionali. Un grande ostacolo per il Sudan, per il quale, oggi più che mai, la ripresa economica rappresenta un elemento fondamentale del suo processo di transizione democratica.

Nell’ottica sudanese, dunque, la normalizzazione dei rapporti con Israele darebbe prova dell’impegno di Khartum nel compiere i passi “nella giusta direzione”, ottenendo così il consenso degli Stati Uniti e, quindi, la rimozione del suo nome dalla lista. Un segno di conferma da parte di Washington sarebbe già arrivato: a poche ore dalla conclusione del bilaterale tra Sudan e Israele, il segretario di Stato americano, Mike Pompeo, avrebbe telefonato ad Al Burhan, ringraziandolo per “aver guidato il Paese verso la normalizzazione dei rapporti con Israele” e invitandolo a recarsi in visita negli Stati Uniti nei prossimi mesi.

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