“La vita è qualcosa di più di una sindrome di Masada e della difesa di una Sparta mediorientale”. Così Uri Misgav, su Haaretz, commentava il momentum che sta attraversando Israele. Una frase sulla quale Moshe Gilad, sullo stesso giornale, si interpella così: “Cos’è esattamente la sindrome di Masada? E stiamo davvero dedicando la nostra vita ad essa? Se così fosse, la cosa sarebbe inquietante”.
L’assedio di Masada e il suo tragico epilogo è stato narrato da Giuseppe Flavio. La Grande rivolta giudaica, culminata nella distruzione del Tempio del 70, ebbe una coda altrettanto drammatica quando, tre anni dopo, un migliaio di ribelli, che avevano trovarono rifugio sull’altipiano di Masada – sul quale Erode il Grande aveva edificato una cittadella fortificata – subì l’assedio della X legione romana.
Non avendo vie di scampo e rigettando la resa, si tolsero la vita. Gli uomini uccisero mogli e figli poi tirarono a sorte per procedere al suicidio collettivo, con la sorte a decidere su vittime e carnefici. Gilad ricorda che la maggior parte di essi “appartenevano alla setta estremista e violenta dei Sicari, i cui membri erano noti per assassinare ebrei e romani con pugnali o spade corte chiamate sicae”.
L’importanza di Masada, annota ancora Gilad, “crebbe esponenzialmente” grazie al movimento sionista. “A partire dagli anni ’30, la sua drammatica storia venne reinterpretata come simbolo e mito. Nel corso dell’ultimo secolo, la montagna isolata è stata rappresentata come la prova che gli ebrei di Israele lottano per la libertà, anche a costo della vita. Paradossalmente, una storia di sconfitta e di morte diventò un mito fondativo della nazione”.
“Quando oggi si dice ‘Masada non cadrà più’ ci si riferisce allo Stato di Israele. La frase deriva dal poema omonimo di Yitzhak Lamdan, pubblicato un secolo fa. Nel corso dei decenni, si è creato un parallelismo tra la montagna isolata e lo Stato moderno. Questo parallelismo è stato rafforzato da programmi scolastici, libri di testo e cerimonie militari. La montagna […] è diventata un simbolo di rinnovamento nazionale e di sovranità da difendere a qualsiasi costo, anche della vita”.
“Ancor prima della creazione dello Stato, Masada, allora di difficile accesso, era meta di pellegrinaggio per escursionisti e movimenti giovanili. Dopo l’indipendenza, le reclute delle Forze di Difesa Israeliane (IDF) iniziarono a prestare giuramento in questo luogo, giurando: ‘Masada non cadrà più'”.
Un mito nel quale l’ostilità dei romani è stata enfatizzata, come minimizzato il fatto che gli assediati erano pericolosi estremisti. In realtà, secondo il professor Daniel Bar-Tal dell’Università di Tel Aviv, interpellato da Gilad, i romani non avevano particolare acrimonia verso gli ebrei, anzi le città che gli aprirono le porte “prosperarono”; né agirono per antisemitismo, ma semplicemente perché i ribelli, con attacchi “che noi definiremmo terrorismo ebraico”, mettevano a rischio i coltivi di Ein Gedi, a pochi chilometri dalla montagna, da cui si traeva “il profumo più costoso al mondo”.
Quindi, Bar-Tal spiega in cosa consiste la sindrome di Masada: “La sindrome di Masada, o mentalità da assedio, descrive un Paese che percepisce tutte le nazioni di certo rilievo come ostili nei propri confronti. La maggior parte dei suoi cittadini si sente minacciata, termine di ostilità e costretta a difendersi”. Secondo Bar-Tal ne sono affetti alcuni Paesi, “ma Israele è l’esempio più lampante di tale mentalità”.
“Questi fattori portano ad agire militarmente, a una allerta costante, a una sensazione di perenne insicurezza e a un senso di minaccia diffuso tra la popolazione. Abbiamo analizzato la situazione di Israele e abbiamo scoperto che circa il 60% degli israeliani crede che possa ripetersi un altro Olocausto e che Israele sia isolato”.
[…] “Israele convive con questa sensazione sin dall’Olocausto […]. Lo si può notare, ad esempio, nelle gite scolastiche presso i campi di sterminio in Polonia. Intere generazioni vi si recano per sperimentare questo messaggio: siamo in pericolo. Il nemico cambia, che siano i nazisti o gli iraniani, e non c’è una data di scadenza. Può succedere in qualsiasi momento […] L’idea che vogliano distruggerci si rafforza sempre più. Questa è l’atmosfera pubblica prevalente”.
“[…] Si è creato un forte senso di vittimismo, che disconnette la società dalle considerazioni morali. La sensazione è che Israele abbia il diritto di intraprendere azioni militari sempre più aggressive perché nessuno ci ha aiutato durante l’Olocausto e ora dobbiamo difenderci dal nemico del momento”.
“Alcune società riescono a liberarsi da questa sindrome, ma ciò richiede un impegno serio da parte dei leader politici e dei media per poter rimodellare la coscienza pubblica. Si deve infondere speranza nella popolazione. Da noi questo sentimento non esiste. Al contrario, anche l’opposizione condivide in larga misura questa visione”.
“[…] Serve una visione basata sulla pace e sulla riconciliazione. Ma anche se il governo cambiasse, ciò non cambierebbe perché non esiste una politica che permetta ai palestinesi di creare uno Stato. Il conflitto con i palestinesi è il cancro nel cuore della società”.
Il mito di Masada è stato esiziale nel fondare una società sempre pronta ad affrontare le minacce percepite. Un mito in cui sono svaporati i sicari – termine “che compare a malapena nelle narrazioni” – con gli assediati descritti piuttosto come combattenti, sui quali “si è costruita una narrazione eroica”. I fatti storici sono stati “minimizzati” per far posto a “narrazioni volte a suscitare ammirazione per gli ‘eroi di Masada’”.
Masada è così diventata “in un imponente progetto nazionale. A mio parere, non c’era alcun eroismo in quel luogo. Le persone asserragliate sulla montagna erano estremisti che avevano agito come non avrebbero dovuto”.
Ma “il movimento sionista voleva storie di eroismo. Volevano dimostrare che c’erano ebrei disposti a morire per questo luogo, la montagna come simbolo di Israele. La storia eroica ebbe un impatto enorme: ebrei coraggiosi che combattevano i romani fino all’ultimo uomo”. L’esito di tale esaltazione impazzita è sotto gli occhi di tutti.