Israele è uscito pressoché indenne dalla sua lotta al Covid-19. Mentre la maggior parte dei paesi occidentali ha sofferto enormi perdite di vite umane e danni economici, Israele non ha dovuto attraversare la stessa traversia. Il governo ha forse però cantato vittoria troppo presto, poiché l’attuale crisi israeliana prevede sfide altrettanto serie: giudiziarie, politiche e presto anche strategiche.

La battaglia di Israele contro il Covid-19

Il coronavirus ha colpito i paesi europei, quali l’Italia e la Spagna, diverse settimane prima di arrivare in Israele, il che ha permesso al governo israeliano di agire per tempo in maniera efficace. Ci sono state poi altre circostanze favorevoli: la popolazione israeliana è relativamente giovane (con un’età media di 30 anni, rispetto a quella italiana di 47) e dunque meno incline a gravi patologie; inoltre, l’unico “ponte” con il mondo esterno è l’aeroporto di Tel Aviv Ben Gurion, che fu chiuso quasi del tutto già a metà marzo, e agli israeliani di ritorno dall’estero fu indicato di mettersi autonomamente in quarantena per un periodo di due settimane.

In quello stesso momento il paese entrò in una fase di lockdown pressoché totale della durata di cinque settimane. Il risultato? Solo 288 morti e poco più di 17.000 casi di contagio registrati al 2 giugno; non troppi, per un paese di oltre 9 milioni di abitanti. Il primo ministro Benjamin Netanyahu si è anche vantato del fatto che diversi leader mondiali lo hanno spesso chiamato per ricevere consigli su come debellare il virus.

D’altro canto, Netanyahu ha però avuto meno fortuna nella successiva elaborazione di una strategia per ritornare in sicurezza alla vita quotidiana. Pare infatti che Israele abbia ripreso l’attività economica un po’ troppo presto e stia ora per affrontare un nuovo picco in termini di contagi. Eppure, Netanyahu ha dimostrato recentemente poco interesse al riguardo: è più preoccupato per il suo processo per corruzione, che è iniziato alla fine dello scorso maggio dopo due mesi di ritardo. Questo ritardo, annunciato dal precedente Ministro della Giustizia in seguito all’emergenza sanitaria, ha concesso a Netanyahu il tempo e lo spazio per effettuare manovre politiche. Il virus è stato infatti un miracolo politico per il primo ministro, il quale, con il pretesto di un “governo per l’emergenza coronavirus”, è riuscito a convincere due dei suoi nemici giurati ad entrare a fare parte di una coalizione nazionale che lui stesso presiederà almeno per i prossimi diciotto mesi.

Il caos politico di Israele è finalmente risolto?

Dopo tre elezioni consecutive in meno di un anno, e senza un risultato decisivo, Netanyahu è riuscito a scindere in due il più grande partito dell’opposizione, il partito centrista Blu e Bianco. Due ex capi di stato maggiore dell’esercito, Benny Gantz e Gabi Ashkenazy, hanno deciso di unirsi a Netanyahu rinnegando le precedenti promesse di non sedersi al tavolo con un “politico corrotto e a processo”. I loro ex partner politici hanno scelto di rimanere nell’opposizione, mentre molti sostenitori del partito, ferocemente anti-Netanyahu, si sono sentiti traditi. Gantz è diventato un “Primo Ministro Alternato” (un nuovo titolo) e prenderà il posto di Netanyahu entro la fine del 2021.

Stando ai sondaggi, tuttavia, la maggior parte degli israeliani (tra cui i sostenitori di Netanyahu) non credono che il primo ministro manterrà i propri impegni. Nel frattempo, Netanyahu ed il suo partito stanno lavorando sodo per indebolire il sistema giudiziario, sfruttando l’epidemia Covid-19 per erodere alcuni principi base della democrazia israeliana. Secondi alcuni dei suoi critici, Netanyahu avrebbe strappato una pagina dal libro di un suo caro amico, l’autocrate ungherese Viktor Orban. Il primo giorno del processo del primo ministro, ovvero la scorsa settimana, gli israeliani erano increduli dinnanzi al proprio leader che indiceva una conferenza stampa in tribunale e attaccava direttamente il Ministro della Giustizia per averlo incriminato.

Aumenta la pressione economica

A questo trambusto politico si aggiungono avversità e preoccupazioni economiche. Oltre un milione di israeliani (più del 20% della forza lavoro) è ora disoccupato. Il PIL del paese si è ridotto del 7% nel primo quarto dell’anno. Molti settori, in particolare il turismo e i trasporti aerei, che dipendono dai contatti con l’estero rimarranno in gran parte inattivi per almeno un anno. E ciononostante Netanyahu e Gantz hanno creato il governo israeliano più grande di sempre, includendo nuovi ministeri che metterebbero in imbarazzo persino il Ministry of the Silly Walks di Monty Python.

Nelle retrovie si aggirano ancora altri guai. Per prima cosa, Netanyahu ha annunciato di volere annettere gli insediamenti israeliani in Cisgiordania in collaborazione con l’amministrazione Trump. Ciò aiuterà probabilmente il primo ministro israeliano a consolidare il supporto della destra a proprio favore durante il proprio processo. Allo stesso modo aiuterà il presidente Donald Trump con i propri devoti sostenitori cristiani, tra cui milioni di ardenti evangelici che supporteranno Israele nel bene e nel male alle elezioni di questo novembre.

Ma questa annessione potrebbe avere serie ripercussioni sulle relazioni di Israele con le autorità palestinesi, la Giordania e gli stati del Golfo Persico. Molto probabilmente porterebbe violenza all’interno della Cisgiordania e metterebbe a repentaglio il trattato di pace di vecchia data fra Israele e Giordania; l’apparato di sicurezza israeliano ha già avvertito Netanyahu al riguardo, senza però ottenere finora alcun risultato. Nel frattempo Israele ed Iran si sono recentemente scambiati dei colpi a livello cibernetico. Verso la fine di aprile pare che l’Iran abbia cercato di attaccare l’infrastruttura idrica israeliana, ma il tentativo sarebbe stato sventato. All’inizio di maggio l’Iran ha poi subito un enorme attacco cibernetico, che ha paralizzato per qualche giorno tutte le attività nel porto di Bandar Abbas, uno snodo economico fondamentale nel sud del paese. Tuttavia la questione potrebbe non essere ancora chiusa. Con o senza il coronavirus, il Medio Oriente è comunque prossimo ad affrontare un’estate particolarmente intensa.

Tradizione a cura di Stefano Carrera

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