Con l’ormai progressiva e quasi piena ripresa del controllo del confine con Israele, le forze armate siriane stanno di fatto ripristinando almeno con lo Stato d’Israele lo status quo preesistente nel 2011 che, rispetto al Golan, si basava sul cessate il fuoco raggiunto dai due Paesi nel 1974. Una situazione apparentemente ideale che tuttavia dovrà fare i conti con la presenza russa nell’area, le milizie iraniane e gli Hezbollah libanesi che hanno di fatto obbligato a modificare la politica di contenimento di Israele nei loro confronti.

La progressiva “iranizzazione” della Siria – come viene definita da molti analisti e osservatori israeliani la presenza di milizie sciite e infrastrutture militari dell’Iran in territorio siriano – ha orientato la campagna di contenimento e i rischi a cui Israele è andata incontro per evitare che il confine del Golan si potesse trasformare in un’area controllata dagli iraniani e dagli Hezbollah dalla quale, questi, avrebbero potuto condurre attività ostili.

La campagna di contenimento, i cui due massimi picchi si sono registrati in occasione del sorvolo di un drone iraniano nello spazio aereo israeliano lo scorso 10 febbraio e nelle ore successive all’uscita da parte degli Stati Uniti dall’accordo sul nucleare iraniano (Jcpoa), hanno avuto come obiettivo non soltanto quello di dissuasione nei confronti dell’Iran ma anche di convincere la Russia a tenere in considerazione le preoccupazioni israeliane nei futuri assetti della Siria, nei quali Mosca avrà più di una voce in capitolo.

Non è un caso, che proprio sul ruolo della Russia sul Golan si concentrino le preoccupazioni di Israele, emerse in un editoriale pubblicato in questi giorni su Israel Hayom. Secondo l’analista Yoak Livor, la possibilità che le milizie iraniane possano raggiungere il confine con Israele potrebbe rappresentare un problema anche per lo stesso governo siriano e la Russia stessa, la cui presenza renderebbe tuttavia più complesso un intervento israeliano nell’area.

Lo scenario preferibile, per Israele, sarebbe quindi tornare al 2011 con il ritorno sul Golan, favorito in queste ore dalle forze di polizia militare russe, degli osservatori della missione Onu, United Nations Disengagement Observer Force (Undof) che dal 1974 ha il compito di monitorare il cessate il fuoco tra Siria ed Israele e che, a causa della presenza delle milizie jihadiste in quell’area era stata costretta ad abbandonare le posizioni nel 2014.

A destare però preoccupazioni non sarebbe quindi l’eventuale vicinanza con le milizie iraniane, quanto la presenza al confine dei miliziani degli Hezbollah, che si sarebbero di fatto uniti ad altre milizie locali se non addirittura camuffati con le uniformi dell’esercito siriano. Il rischio è quello di ritrovarsi, come fu nel 2006 con la guerra in Libano, a fronteggiare sul Golan il tradizionale dispositivo asimmetrico degli Hezbollah, fatto da missili anticarro, esplosivi e cecchini, che fu capace di infliggere notevoli perdite alle Idf nella guerra dei 34 giorni.

Il rischio di una guerra tra Israele e Hezbollah

Ecco perché gli ufficiali israeliani da mesi, come confermato recentemente da Haaretz, starebbero valutando una serie di scenari nell’eventualità di un conflitto nella regione settentrionale, espressione con la quale si riunisce in un unico teatro operativo comprensivo di Siria e Libano, con Hezbollah. La simulazione è stata realizzata su tre possibili scenari di guerra: il primo dalla durata di 10 giorni, il secondo dalla durata di tre settimane ed il terzo dalla durata di più di un mese.

Lo studio, da quanto si apprende dall’editoriale di Amos Harel, più che frutto dell’approssimarsi di un conflitto con Iran ed Hezbollah, le cui probabilità si ritengono basse, vuole rappresentare i rischi che un simile conflitto, e la sua possibile reazione a catena, potrebbe produrre. Nello specifico, nell’eventualità di una guerra sul fronte settentrionale, le autorità israeliane sarebbero costrette ad evacuare 78mila persone da 50 municipalità nella fascia a ridosso di almeno quattro chilometri dal confine.

Un capitolo a parte merita la protezione delle infrastrutture critiche a rischio – ne sono stati censite una cinquantina – di cui il 20% è stato dotato di sistemi e misure per impedire attacchi missilistici. Non si esclude tuttavia che l’impianto di perforazione per estrarre il gas naturale del Mediterraneo possa esser chiuso, onde evitare danni irreparabili, con il conseguente rischio di dover razionalizzare le forniture energetiche.

I missili di Hezbollah

Si stima inoltre che Hezbollah sarebbe dotato di circa 120mila razzi di cui, almeno il 90%, avrebbe una gittata di 45 Km, in grado quindi di colpire Haifa. Se le prestazioni del sistema anti missile Iron Dome nelle ultime guerra a Gaza nel 2012 e 2014 hanno garantito la capacità di abbattere il 90% dei razzi, si stima che una guerra contro gli Hezbollah potrebbe avere effetti più disastrosi in cui, oltre alla capacità di intercettare un numero maggior di razzi, sarà necessario evacuare la popolazione e migliorare, come già si sta provvedendo, i sistemi di allarme nonché i software per prevenire sempre con maggior precisione il punto esatto dove andranno a cadere i razzi.

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