ISCRIVITI ALLE ANTEPRIME GRATUITE
SCOPRI I NOSTRI CORSI

Ci sono giornate lunghe e destinate a non finire alla mezzanotte e potenzialmente il 13 ottobre 2025 è una di queste. Il viaggio mediorientale di Donald Trump, tra Israele e Egitto, è stato l’occasione propizia per segnare il perimetro di un campo da gioco rinnovato e complesso in Medio Oriente.

Dal discorso alla Knesset alla firma dell’accordo per la pace a Gaza a Sharm-el-Sheikh senza i belligeranti (Israele e Hamas) del conflitto oggi sospeso The Donald ha indubbiamente dettato il ritmo. E ora un risultato è chiaro: attorno al cessate il fuoco di Gaza ci sono i margini per rinnovati paradigmi politici. Ma andiamo con ordine.

Tre novità notevoli di un animato 13 ottobre

Innanzitutto, gli Usa riconoscono implicitamente che c’è una terna diplomatica ormai capace di dare le carte nelle mediazioni e negli scenari politici mediorientali: Turchia, Qatar, Egitto. Dato che Israele ha approvato, per mezzo del governo di Benjamin Netanyahu, solo la Fase 1 del cessate il fuoco il quartetto di mediatori ha, nel giorno della liberazione degli ostaggi detenuti a Gaza, blindato l’impegno a proseguire il percorso della pace e della distensione anche nei mesi a venire.

In secondo luogo, a essere depotenziata è la stessa volontà di Netanyahu di essere l’unico leader capace di dare le carte nella regione. Israele potrà vantare una superiorità militare tattica, ma sul piano strategico dipende da condizionamenti esterni per acquisire i suoi obiettivi, spesso coincidenti con la volontà di Washington di far sì che così sia. A suo modo, parlando alla Knesset Trump ha spinto Bibi a dare per acquisito un risultato non scontato – la liberazione degli ostaggi – che riteneva inferiore nel quadro dell’economia del conflitto agli altri obiettivi espansionistici di Tel Aviv.

Terzo punto, è sfuggito a molti osservatori il ruolo che nel summit di Sharm-el-Sheikh ha giocato l’invito ai due Paesi musulmani più popolosi al mondo, Indonesia e Pakistan, presenti con i propri leader Prabowo Subianto e Shehbaz Sharif. Giacarta è un perno d’equilibrio tra Sud Globale e mondo islamico, che può sdoganare l’attenzione di molti Paesi al contesto del futuro impegno di pace e dissuasione da nuovi scontri a Gaza. Islamabad, invece, di recente ha esteso la sua garanzia di deterrenza atomica all’Arabia Saudita, diventata ancora più cogente dopo l’improvvido raid di Israele contro Hamas in Qatar del 9 settembre scorso che ha di fatto costretto Netanyahu a essere più accomodante sulle pressioni per la pace.

Le settimane che hanno cambiato il Medio Oriente

Nelle ultime settimane è successo di tutto, preparando il terreno all’odierna svolta: il passaggio degli Usa alla posizione negoziale più esplicita tramite pressione su Israele; compattamento del mondo arabo a favore della fine della guerra; la garanzia atomica del Pakistan a Casa Saud; l’apertura di canali securitari diretti tra Washington e Doha culminanti in un nuovo accordo di sicurezza, nella concessione al Qatar di uno spazio per l’addestramento dei piloti in America e nella valorizzazione della garanzia di sicurezza Usa all’Emirato; l’ondata di sdegno internazionale per l’abbordaggio della Global Sumud Flotilla che ha spinto la Turchia a mostrare i muscoli nel Mediterraneo orientale; la sostanziale accettazione da parte di Tel Aviv di Ankara come possibile mediatrice, con tanto di potenziale presenza turca nella Forza Internazionale di Stabilizzazione con piede a terra in Palestina; da ultimo, la manifestazione di un certo scoramento per il prosieguo della guerra da parte dei movimenti per la liberazione degli ostaggi che ha fugato ogni dubbio in Israele sulla necessità di cogliere l’opportunità della tregua.

La scintilla della pace

Parafrasando quanto detto da Winston Churchill dopo la battaglia di El Alamein, forse la tregua di Gaza non è l’inizio della fine delle turbolenze mediorientali sdoganate nell’ultimo biennio, ma è certamente la fine dell’inizio, ovvero del periodo di iper-attivismo militare destabilizzante dello Stato Ebraico. Per ora c’è una tregua, che sta durando. Si chiude il tempio di Giano e si restituiscono i prigionieri, israeliani e palestinesi, come simbolo di buona volontà negoziale.

Lo ha detto bene Papa Leone XIV, parlando ieri alla messa per il Giubileo della Spiritualità Mariana. Nella celebrazione culminata con la benedizione della statua di Nostra Signora di Fatima (oggi, 108 anni fa, avvenne il celebre “Miracolo del Sole“) e con consacrazione del mondo e delle sue speranze di concordia alla Madonna, il pontefice ha parlato della necessità di incentivare la “scintilla di pace” emersa in Medio Oriente. Regione che è oggi l’epicentro delle tensioni di un mondo tornato, come diceva Antonio Gramsci, “grande e terribile” ma che proprio dalla sua area più martoriata può iniziare a manifestare sintomi di guarigione. Dipenderà dalla buona volontà della politica e della diplomazia concretizzare questi sentori.

Noi di InsideOver ci mettiamo cuore, esperienza e curiosità per raccontare un mondo complesso e in continua evoluzione. Per farlo al meglio, però, abbiamo bisogno di te: dei tuoi suggerimenti, delle tue idee e del tuo supporto. Unisciti a noi, abbonati oggi!

Abbonati e diventa uno di noi

Se l’articolo che hai appena letto ti è piaciuto, domandati: se non l’avessi letto qui, avrei potuto leggerlo altrove? Se pensi che valga la pena di incoraggiarci e sostenerci, fallo ora.

Non sei abbonato o il tuo abbonamento non permette di utilizzare i commenti. Vai alla pagina degli abbonamenti per scegliere quello più adatto