La corsa verso lo spazio era stata una delle principali competizioni tra Stati Uniti e Unione Sovietica durante la Guerra Fredda. La “conquista” del suolo lunare aveva infatti sancito la supremazia americana rispetto all’avversario sovietico. Dopo il 1989 queste dinamiche sono radicalmente cambiate.

I governi non hanno più soldi per i programmi spaziali

La fine del mondo bipolare ha segnato infatti un progressivo assottigliamento delle risorse governative assegnate alle agenzie spaziali. Un cambiamento strategico dovuto, in parte, all’assenza di spinta concorrenziale in tal senso per l’unica superpotenza rimasta in gioco, gli Stati Uniti. Inoltre, i ripetuti choc finanziari post ‘89 – riducendo a livello globale la capacità, e la libertà, di spesa degli Stati – ne hanno fatto consequenzialmente diminuire gli investimenti in quei settori poco remunerativi. Tra questi rientra ovviamente la ricerca spaziale.

Una simile dinamica ha così spostato gli equilibri, portando il monopolio di questa ricerca da una dimensione esclusivamente pubblica, ad una di natura più privata. La stessa Agenzia spaziale americana, Nasa, si vedeva tagliare nel 2013 quasi 18mila dipendenti, proprio a causa della riduzione drastica dei finanziamenti pubblici e, da allora, annunciava l’apertura a finanziamenti di natura privata.

Israele pronto a lanciare la sonda SpaceIL

Sorprende quindi oggi leggere alcune agenzie di stampa che annunciano come Israele sia sul punto di finalizzare un programma destinato all’allunaggio. “Lancio navicella Israele verso la Luna”, titola l’Ansa, “Spazio, Israele pronto a lanciare la sonda SpaceIL sulla Luna”, segnala Askanews e con lo stesso titolo, anche quotidiano.net. Insomma, pare che da parte israeliana sia arrivato un radicale cambio di rotta per quel che riguarda i programmi spaziali, rimettendoli così al centro dell’agenda politica e, se vogliamo, geopolitica.

Ad un esame attento si scopre però facilmente come in realtà lo Stato israeliano non sia il protagonista di questa vicenda. Come riportato dal The Times of Israel, infatti, Israele sta sì pianificando un programma di allunaggio, ma “lo sta facendo grazie ad un gruppo no profit che sta finanziando privatamente la missione”. Anzi, il programma SpaceIL, se portato a termine, rappresenterà la prima missione lunare interamente finanziata da un privato mai realizzata. L’abbaglio preso dalle agenzie di stampa può essere tuttavia giustificato dalla volontà del premier israeliano Benjamin Netanyahu di prendersi il merito rispetto ad un programma in cui il suo governo non ha in realtà investito nulla.

In realtà Israele non finanzia la ricerca spaziale

“Il progetto è un grande orgoglio per Israele. La missione ci mette in linea con le grandi potenze mondiali e gli israeliani possono esserne fieri. Israele è una forza mondiale che cresce in tutti i sensi”. Dalle dichiarazioni di Netanyahu sembrerebbe infatti emergere un ruolo di primo piano da parte dello Stato israeliano che, alla prova dei fatti, risulta non essere vero.

A conferma di ciò vi è la cifra, quella reale, investita dal governo di Tel Aviv nell’Agenzia spaziale israeliana, Isa, che si aggira intorno al solo milione di dollari. La Nasa, pur in crisi, nel 2018 è riuscita a strappare 20 miliardi di dollari al governo americano. Insomma, i reali rapporti di forza tra Paesi ridimensionano e di molto le euforiche dichiarazioni di Netanyahu.

La ricerca spaziale in mani private

Ad ogni modo il programma SpaceIL potrebbe rappresentare il futuro della ricerca spaziale, dove un ruolo sempre più rilevante verrà giocato da enti privati. A tal proposito occorre sottolineare come lo stesso SpaceIL abbia partecipato alla “gara” promossa da Google all’interno del Google Lunar Xprize, competizione che metteva a disposizione 30 milioni di dollari per l’organizzazione che fosse riuscita per prima a far atterrare sulla Luna un robot a guida autonoma.

La gara si è conclusa senza vincitori, ma il team di SpaceIL ha continuato lo stesso a lavorare sul progetto fino a portarlo a termine. Suggestivo è infine il nome scelto per la navicella del programma: “Beresheet”. Ovvero il vocabolo usato nel primo libro della Genesi e abitualmente tradotto con “In principio”. Una parola che inaugura la nuova stagione della ricerca spaziale, ormai svincolata dai programmi di Stato.