Israele sta vivendo un periodo molto particolare della sua storia. Dopo 12 anni, la leadership di Benjamin Netanyahu è stata seriamente messa in discussione, aprendo alla possibilità di un governo del cambiamento. La politica si incrocia con segnali sempre più evidenti di conflitti identitari e con le sfide ai rapporti fra gruppi diversi. Per capirne di più abbiamo intervistato Gabriele Segre, Direttore della Vittorio Dan Segre Foundation, di base a Lugano, che ha come obiettivo quello di approfondire e promuovere la cultura della convivenza fra identità diverse.

Con il conflitto a Gaza delle ultime settimane, la convivenza sia dentro Israele sia fuori sembra un progetto impossibile…

La convivenza appariva impossibile prima e lo è ancora oggi. Quello che è accaduto è stato un grandissimo campanello di allarme. Chi è attento alle dinamiche di questo posto, e va al di là della quotidianità della vita, capisce però che non c’è niente di nuovo. Bisogna distinguere due livelli di conflitto: da un punto di vista identitario e da quello della convivenza. Il primo ha a che fare con il tema degli scontri con Gaza e dei missili di Hamas. È un tema conosciuto internazionalmente e di grande divisione tra israeliani e palestinesi. Il secondo, su cui pochi hanno focalizzato l’attenzione, è l’elemento più doloroso e divisivo. Mi riferisco alle violenze con e all’interno delle comunità arabe che vivono in Israele, dei palestinesi con cittadinanza israeliana come si definiscono loro stessi. Il livello di divisione e il livello di conflitto che si sono visti non sono una novità. C’è un evidente problema relativo alla convivenza. Gli arabi cristiani e mussulmani non godono della pienezza dei diritti di cui invece godono i cittadini ebrei, e questo è un elemento fondamentale da tenere in conto al fine di comprendere ciò che succede.

Ci spieghi meglio, per favore…

Israele è stato creato come stato identitario, per cui l’identità ebraica ha una sua predominanza, prevalenza e priorità in termini di diritti. Fintanto che non capiamo questo e continuiamo a pensare che invece Israele viva di una pienezza democratica, non capiremo quello che succede qua. Non sto criticando la democrazia israeliana. Sto semplicemente ponendo un problema che troppo spesso rimane marginale. Un problema concettuale e fattuale: è possibile avere uno Stato che sia una democrazia piena e insieme sia uno stato identitario? La risposta è no. Perché uno Stato pienamente democratico ha come caratteristica di base non tanto la parità, quanto più la volontà del raggiungimento della parità. La capacità delle democrazie consiste nell’evolvere a seconda delle sfide che le vengono poste di fronte. La disparità e le diseguaglianze sono parte del costrutto democratico. Tuttavia, la differenza tra società che lavorano al fine di una pienezza democratica e le altre è il fatto che le prime riconoscono i limiti sociali e culturali espressi da quella democrazia e lavorano al fine di superarli, rinnovando e innovando il costrutto democratico stesso.

Cioè?

Se si ha la convinzione per cui un’identità sia superiore alle altre e tale debba rimanere – come avviene in Israele con l’identità ebraica (senza discuterne qui la legittimità) – si pone un limite concettuale alla capacità democratica di rinnovarsi e innovarsi: non ci potrà mai essere una democrazia piena, perché si porrà il valore identitario sempre in posizione superiore rispetto a quello del rinnovamento democratico. Ciò può essere legittimo, ma dobbiamo renderci conto di questa impossibilità. Dobbiamo uscire dall’ipocrisia che uno Stato possa essere identitario e completamente democratico allo stesso tempo. Bisogna fare una scelta che comporta un costo. Dobbiamo partire dalla consapevolezza della realtà dei fatti, e la realtà è che in Israele non esiste pari dignità delle identità a livello formale e sostanziale.

Sulla carta è giusto. Sarà possibile per Israele questo cambio di paradigma?

A oggi non ci sono le condizioni perché – anche per via dei recenti conflitti – si è rotto e si continua a logorare il livello di fiducia reciproca fra le identità. Mancano le condizioni valoriali, educative e culturali. Siamo lontani dal riconoscimento pieno della dignità dell’identità altrui e del suo rispetto.

Questi processi devono essere portati avanti da entrambi i lati. Come trovare dei contatti con il lato palestinese in modo tale da porre le basi per edificare la convivenza vera e propria?

Lei ha detto che bisogna lavorare da entrambi i lati. Ma questo è solo uno dei livelli di mancata convivenza. Anche all’interno delle comunità israeliane, fra ebrei e arabi israeliani, manca la cultura della convivenza. Non possiamo semplificare solo parlando di israeliani e palestinesi perché rischiamo di creare una divisione semplicistica di una realtà molto più complessa e non unicamente determinante. I problemi sono multilivello e multiprospettici. Dobbiamo partire da questa profonda comprensione delle identità. Una delle ragioni per cui si sono create violenze dentro le comunità non ha solo a che fare con problemi identitari e religiosi, ma anche con problemi sociali, per esempio. E tutto ciò crea ancora più divisione. Qual è il livello di comprensione su cui dobbiamo lavorare? Non uno ma tutti. Ci sono molteplici livelli altrimenti qualunque intervento non sarà veramente risolutivo.

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