Politica /

Le problematiche relative al flusso di migranti provenienti dall’Africa, negli ultimi anni ha interessato ogni paese europeo. Quotidianamente i giornali e le televisioni sono impegnati nel dibattito riguardo la possibilità e la capacità di ogni singolo stato di accogliere o meno una quantità così numerosa di richiedenti asilo. Il problema però non è soltanto europeo. Anche dall’altra parte del Mediterraneo, in Israele, da tempo si discute riguardo alle tante incognite legate all’immigrazione. Negli ultimi mesi il governo Nethanyahu pare aver trovato una soluzione che sta facendo molto discutere.

Tristemente note sono le rotte mediterranea e balcanica che dal Nord Africa e dalla Turchia portano centinaia di migliaia di persone sul suolo europeo. In pochi però sono a conoscenza di una terza rotta, frequentata in maggioranza da cittadini Sudanesi ed Eritrei che valicando la frontiera Egiziana si dirigono diretta verso Israele. Secondo la Population and Immigration Authority (PIBA) dal 2006 ad oggi in Israele sono arrivati circa 39mila richiedenti asilo, esclusi i bambini nati in questi anni nel paese ospitante (circa 5mila).  La maggior parte di essi gode soltanto di visti temporanei che devono essere rinnovati ogni tre mesi. L’arrivo di un così alto numero di migranti ha fin da subito messo in allerta diversi esponenti del governo israeliano, in particolare quelli più legati agli ambienti dell’estrema destra che insieme al Likud di Netanyahu godono della maggioranza dei seggi nella Knesset.

I richiedenti asilo sono in maggioranza cristiani e provengono soprattutto da Eritrea e Sudan, due Paesi straziati rispettivamente da dittature e guerre civili a carattere confessionale. Malgrado ciò, come dichiarato dal responsabile della Commissione per i Rifugiati dell’Onu William Spindler, “dei 27mila eritrei e dei 7mila sudanesi che si trovano in Israele, soltanto 11 sono stati coloro che dal 2009 hanno ricevuto lo status di rifugiato”.

Il demografo israeliano Arnon Soffer ha espresso la sua ferma opposizione al fenomeno dell’immigrazione illegale africana per diverse ragioni. Afferma che dal punto di vista della sicurezza, i migranti potrebbero agire come “informatori” o come “agenti operativi di stati ostili o organizzazioni terroristiche”. Socialmente, afferma che stanno contribuendo alla congestione nelle città e all’aumento della criminalità. Dal punto di vista demografico, invece, percepisce i richiedenti asilo e gli immigrati illegali come una minaccia demografica per la maggioranza ebraica. Secondo Sofer, non riuscire a fermare le ondate migratorie illegali in una fase iniziale porterà solo a ondate di immigrazione clandestina molto più grandi in futuro.

Già nel Dicembre del 2011, anche il sindaco di Tel Aviv, Ron Huldai si era rivolto al primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu chiedendo “azioni urgenti e immediate” contro gli immigrati: “Israele non può continuare a ignorare la crescente ondata di immigrati, che a questo punto è chiaro a tutti che si infiltrano in Israele come lavoratori illegali e che non sono veri profughi. Dobbiamo proteggere i confini di Israele contro queste infiltrazioni”.

Dopo qualche tentennamento, Netanyahu ha risposto alle pressioni del suo elettorato dichiarando: “Se non fermiamo l’ingresso dei migranti, il problema delle attuali 60mila unità potrebbe arrivare a 600mila, e questo minaccia seriamente la nostra esistenza come Stato ebraico e democratico”. Dalle parole si è subito passati ai fatti. In primo luogo è stata eretta, nel 2012 una barriera per impedire ad ulteriori persone di entrare in Israele illegalmente. Oltre alla barriera di filo spinato la Knesset ha votato a favore di un controverso emendamento alla legge sulla Prevenzione dell’infiltrazione risalente al 1954 rendendo così possibile la detenzione fino a tre anni per gli immigrati africani senza possibilità di processo. Sono iniziati quindi i primi rimpatri verso i paesi d’origine spesso e volentieri non accettati dai migranti, difficilmente un cristiano sudanese sarebbe disposto a tornare nel Darfour dove le milizie islamiste imperversano e dove la fame e la carestia mietono vittime quotidianamente. Per ovviare a questo problema Netanyahu ha quindi chiesto ad altri Paesi africani come Uganda e Rwanda di farsi carico dei richiedenti asilo in cambio di sostanziosi aiuti economici e militari. Nella primavera del 2012 è stata inoltre avviata la costruzione della prigione di Saharonim, esentata dalla maggior parte delle normative locali e nazionali, come espressamente richiesto dall’allora Ministro della Difesa Ehud Barak. La prigione è situata nel bel mezzo del deserto del Negev al confine con l’Egitto. Da Saharonim sono transitati migliaia di immigrati irregolari tra cui moltissimi bambini al di sotto dei 10 anni. A seguito di numerose inchieste condotte in particolare dal noto quotidiano israeliano Ynet, che denunciavano le terribili condizioni in cui erano detenuti i richiedenti asilo, e dopo un’imponente sciopero della fame avviato dai migranti detenuti, la Suprema Corte Israeliana ha dichiarato la detenzione nella suddetta prigione come “incostituzionale”. Il governo israeliano ha risposto approvando una legge modificata per ridurre il periodo di detenzione a un anno e proporre la detenzione indefinita in centri di detenzione “aperti” senza revisione giudiziaria.

Questa decisione ha senza dubbio reso più umano il trattamento riservato ai migranti africani, ma ha nello stesso tempo diminuito la capacità dello stato di sorvegliare e controllare i richiedenti asilo. Soprattutto nell’area metropolitana di Tel Aviv, e nelle periferie delle grandi città israeliane si sono quindi venuti a creare dei veri e propri ghetti che hanno spesso portato allo scontro i cittadini israeliani con i nuovi arrivati stranieri. Un film già visto in molti Stati europei, una guerra tra poveri che getta nel caos le periferie. Per evitare una banlieue in salsa kosher Netanyahu ha deciso quindi di chiudere definitivamente la questione.

Il 3 gennaio, nel corso di una conferenza stampa, il premier dello stato ebraico ha illustrato brevemente il piano d’azione del governo: “Ogni Paese deve difendere i propri confini. Custodire le frontiere contro l’infiltrazione illegale è sia un diritto che un obbligo fondamentale di uno stato sovrano”. Dopo i soddisfacenti risultati ottenuti dalla costruzione della barriera al confine con l’Egitto, “la seconda missione del governo è quella di deportare gli immigrati irregolari”. Israele offre un volo pagato dallo Stato verso i Paesi d’origine (o verso un Paese terzo) e 3.500 dollari a tutti i richiedenti asilo che accettano l’uscita volontaria. “Gli immigrati devono fare una scelta” ha continuato Netanyahu durante la conferenza stampa: “O cooperano con noi e se ne vanno volontariamente, rispettosamente, umanamente e legalmente, o dovremo usare altri strumenti a nostra disposizione, strumenti che sono anche legittimi. Spero per loro che sceglieranno di collaborare con noi”. Chiunque non sarà disposto a partire volontariamente dovrà affrontare il carcere e i datori di lavoro israeliani che fanno lavorare illegalmente lavoratori stranieri dovranno subire pesanti sanzioni a livello economico.

Per riuscire a rintracciare tutti i migranti che in questi anni si sono sparpagliati sul territorio israeliano, il governo ha pensato ad un incremento del personale e dei funzionari statali addetti a quella che a tutti gli effetti è diventata una “caccia al migrante”. Giovedì 11 gennaio 2018 il Ministero dell’Interno israeliano ha pubblicato sul proprio sito un bando per l’assunzione di 140 nuovi ispettori suddivisi in tre differenti aree: settanta ispettori dell’immigrazione per svolgere compiti di controllo contro gli stranieri clandestini; trenta ispettori dell’immigrazione per svolgere compiti come parte dell’attuazione del sistema di “uscita volontaria” e quaranta dipendenti per l’unità RSD (Refugee Status Determination) che esaminerà le domande di asilo. La durata del lavoro sarà di 12 o 24 mesi a seconda delle aree di competenza. Sul volantino ben visibile nella homepage del sito del ministero si legge anche a quanto dovrebbe ammontare la paga. Il nuovo riceverà un “pagamento appropriato” insieme a ingenti bonus fino a un massimo di 30mila shekel (circa 7mila euro).

Accedendo al sito del ministero nella sezione “lavori volontari”  è possibile leggere anche le mansioni che si andranno a svolgere, i requisiti richiesti, le esperienze lavorative pregresse e tutte quelle abilità in possesso del candidato definite “desiderabili”. I settanta ispettori all’immigrazione e i trenta responsabili dell’attuazione del sistema di “uscita volontaria” dovranno “svolgere compiti di esecuzione di ordini nei confronti degli stranieri e i dei loro datori di lavoro illegali, comprese attività sul campo e attività d’ufficio; individuazione, detenzione e scorta di immigrati clandestini, indagini e raccolta di informazioni”.

Le unità RSD avranno compiti più burocratici, dovranno infatti: “Condurre interrogazioni e indagini approfondite sui richiedenti asilo in Israele; ricevere richieste di asilo politico ed esaminare la veridicità delle affermazioni e la rilevanza della domanda in virtù dei principi stabiliti dalla Convenzione sui rifugiati. Dovranno infine accertarsi del reale pericolo di vita del richiedente asilo qualora questi tornasse nel paese d’origine”.

Tutti compiti questi, che solitamente vengono svolti da appartenenti forze dell’ordine o da funzionari amministrativi formati precisamente per questo tipo di impiego burocratico. Nel caso di Israele invece, qualunque normale cittadino in possesso di una laurea breve (così è indicato dal Ministero) potrà svolgere questi delicati accertamenti. Un normale cittadino, dopo sole due settimane di formazione potrà dare il via a delle indagini non meglio specificate e si occuperà perfino di rintracciare e scortare i rifugiati. Per questo una delle abilità richieste è una “preferibile esperienza in tecniche di combattimento”.

In molti hanno storto il naso davanti a questa decisione israeliana sottolineando come il rischio sia quello di una vera caccia alle streghe. Episodi di violenza contro gli immigrati non sono una novità in Israele e il rischio è che questa nuova decisione del governo possa aumentare il livello di xenofobia nel Paese. La campagna di Israele contro i richiedenti asilo preoccupa anche l’agenzia per rifugiati dell’Onu, che ieri ha fatto appello alle autorità israeliane perché abbandonino il progetto. “In un momento in cui l’Unhcr e le agenzie partner sono impegnati in evacuazioni di emergenza dalla Libia – afferma la dichiarazione – il ricollocamento forzato in Paesi che non garantiscono un’effettiva protezione e i successivi spostamenti di queste persone verso la Libia e l’Europa sono particolarmente preoccupanti”. Molti di coloro che sono usciti volontariamente da Israele non vengono accolti dai Paesi terzi come loro promesso e non ricevono nessun tipo di aiuto, per questo riprendono il cammino verso l’Europa attraversando il deserto, la Libia e il mar Mediterraneo.

Israele ha voluto subito rassicurare l’Onu dichiarando attraverso Yossi Eldestein ( a capo dell’amministrazione delle forze armate e degli affari esteri) che lo Stato ebraico e i nuovi ispettori che verranno assunti serviranno proprio a “mantenere i contatti con le persone che lasciano Israele per garantire loro benessere e una vita migliore”. “Gli ispettori”, ha detto Eldestein al giornale Ynet, “sono responsabili del controllo del comportamento dei Paesi terzi verso i rifugiati, rimaniamo in contatto con loro e ci assicuriamo che ottengano tutto ciò di cui hanno bisogno”.