L’apertura di un canale diplomatico ufficiale fra Israele e Arabia Saudita continua a rimanere un miraggio, ma soltanto per ragioni di pragmatismo e prudenza machiavellica; infatti la cooperazione in chiave anti-iraniana, e a latere anti-turca, prosegue a passo spedito e non è stata fermata neanche dal Covid-19.

Le controversie televisive

Il Ramadan 2020 è entrato nella storia e il motivo non sono le immagini iconiche della Sacra Moschea della Mecca chiusa ai fedeli e stranamente deserta. Quest’anno, per intrattenere il pubblico obbligato in casa per via della quarantena, sul più popolare canale satellitare del mondo arabo, MBS, è stata lanciata una serie televisiva di genere drammatico, “Um Haroun” (La madre di Aron), la cui messa in onda ha polarizzato il pubblico ed è divenuta oggetto di un vivace dibattito politico.

La trama è ambientata nel Kuwait degli anni ’40 e racconta le vicissitudini di alcune famiglie dell’epoca alle prese con la quotidianità, con i sentimenti e con la propria fede. I protagonisti, contrariamente a quanto si aspettavano gli spettatori, non sono esclusivamente musulmani, perché è stato dato dello spazio importante allo sviluppo di comprimari di religione ebraica. Gli spettatori hanno scoperto, nel corso delle puntate, che i rapporti fra le due fedi non sono sempre stati burrascosi e connotati dall’odio, che un musulmano può innamorarsi di un’ebrea e viceversa, che lo Shabbat può essere un’occasione di riposo e giubilo anche per gli islamici, e che il vero ostacolo al dialogo non sarebbero i dogmi dei testi sacri quanto la politica, ossia la questione palestinese.

Nelle stesse settimane, la serie comica saudita “Makhraj 7“, anch’essa in onda su MBS, ha dedicato delle scene dissacranti alla questione arabo-israeliana con il risultato di suscitare altrettanto scandalo. La trama di un episodio si sviluppa su un giovane arabo che gioca in rete con un utente israeliano per sbeffeggiare il padre che considera gli ebrei come “il nemico”. Alcuni parenti, però, non sono per nulla arrabbiati e, anzi, vorrebbero sfruttare l’amicizia virtuale del ragazzo per iniziare a fare affari in Israele e lanciano dure invettive all’indirizzo dei palestinesi, accusati, fra le altre cose, di sfruttare il supporto sino ad oggi ricevuto da Riad.

In un’altra puntata è stato invece toccato l’argomento dell’omosessualità, mostrando una profonda divergenza di visioni fra una giovane ed il padre, la prima nel ruolo della sostenitrice dei diritti umani e il secondo nel ruolo di un uomo della vecchia generazione che è incapace di accettare la semplice esistenza di persone attratte dallo stesso sesso. Anche in questo caso, la puntata è andata in onda nel corso del Ramadan e, perciò, ha suscitato scandalo fra i telespettatori.

Le accuse a Riad

MBS, che è di proprietà del governo saudita, è stata accusata da una parte del pubblico, esponenti del mondo filo-palestinese, Hamas e critici della svolta diplomatica filo-israeliana, di aver realizzato un’operazione propagandistica avente come obiettivo il lavaggio del cervello degli spettatori. Lo scrittore palestinese Ziad Khaddash è rimasto negativamente colpito da come ormai “si parli apertamente e tranquillamente della normalizzazione con Israele”.

Le accuse, però, sono tutt’altro che infondate. Infatti, sebbene i rapporti con Tel Aviv continuino ad essere ufficialmente congelati, le diplomazie e gli apparati di sicurezza delle petromonarchie del golfo vicine a Riad stanno collaborando da anni con il paese in funzione anti-iraniana. La svolta è quindi già avvenuta a livello politico, ma affinché sia accettata occorre che le masse, allevate all’antisionismo sin dal 1948, vengano convinte ad accettare il cambio d’epoca. La causa palestinese continua ad essere molto sentita nel mondo islamico e azioni politiche prive di supporto popolare potrebbero dar vita a reazioni pericolose, come proteste e disordini civili.

Televisione, cinema e letteratura sono dei potenti veicoli la cui funzione non si esaurisce nel semplice intrattenimento, perché essi sono soprattutto dei mezzi di diffusione culturale capaci di influenzare i consumatori. Un programma comico può contribuire a rompere il tabù della dicotomia amico-nemico, mentre una serie televisiva ambientata nel passato può spingere gli spettatori ad indagare sulle relazioni interreligiose nel pre-1948, con il risultato complessivo di aprire un dibattito e gettare le fondamenta per un nuovo tipo di società.

Questa è anche l’opinione di Michael Stephens del Royal United Services Institute, secondo il quale la serie televisiva sarebbe un tentativo della famiglia reale di ridurre la narrativa antiebraica nel panorama culturale del paese, nell’aspettativa di accelerare la normalizzazione dei rapporti con Israele.

A suffragare queste ipotesi concorre la presa di posizione ufficiale della MBS che, pur negando l’esistenza di fini politici dietro la produzione, ha spiegato che la serie “mostra una regione prima [dell’avvento] del settarismo”. Quel settarismo a cui si fa riferimento potrebbe essere proprio il wahhabismo che il principe ereditario, Mohammad bin Salman (MbS), sta tentando di smantellare poco alla volta, depurandolo di tutti quegli elementi che lo espongono a letture ed utilizzi strumentali.

Gli altri eventi recenti

Nel mese di aprile, l’organizzazione non governativa Human Rights Watch (HRW) ha denunciato l’esistenza di una presunta campagna persecutoria ai danni di attivisti filo-palestinesi all’interno dei confini sauditi. L’organizzazione avrebbe raccolto le prove dell’arresto e della messa a processo senza accuse definite e senza diritto alla difesa di 68 imputati, palestinesi e giordani. Queste persone sono state arrestate nel marzo 2018 e il processo è iniziato esattamente due anni dopo, l’8 marzo di quest’anno.

Secondo HRW, i 68 imputati sarebbero accusati di essere membri e/o simpatizzanti di un’organizzazione terroristica, il cui nome non è mai stato specificato, che si sospetta essere Hamas. Quest’ultima, intervenendo sulla vicenda, ha definito il processo come una farsa, sostenendo che gli accusati non siano terroristi ma, più semplicemente, sostenitori della causa palestinese. In concomitanza con l’apertura del processo in rete ha iniziato a diffondersi l’hashtag #PalestineIsNotMyCause (La Palestina non è la mia causa), partito da utenti con base in Arabia Saudita.

Questi fatti sono stati preceduti da un evento altrettanto storico, avvenuto a inizio febbraio: lo sbarco a Riad di una missione diplomatica della Conferenza dei presidenti, l’organizzazione-ombrello che dal 1956 riunisce i principali gruppi di pressione, entità e associazioni dell’ebraismo statunitense, fungendo da intermediario fra loro e la Casa Bianca. Era dal 1993 che esponenti del mondo ebraico non entravano in Arabia Saudita, ossia da quando il Congresso ebraico americano inviò una delegazione nel contesto dei negoziati che avrebbero portato di lì a poco agli accordi di Oslo.