Itamar Ben Gvir? Ha esagerato. Parola di Benjamin Netanyahu, primo ministro d’Israele e leader del Likud, ma anche del Ministro degli Esteri Gideon Sa’ar, capo di Nuova Speranza, che hanno stigmatizzato l’atteggiamento irrisorio tenuto dal Ministro della Sicurezza Nazionale e leader di Potere Ebraico all’arrivo nel Paese degli equipaggi fermati della Global Sumud Flotilla. Alla buon ora, verrebbe da dire: ma il tempismo di queste mosse raramente è casuale. Non si potrebbe, infatti, tracciare parallelismo più diretto tra l’inizio degli screzi nel governo più a destra nella storia di Israele e la notizia di mercoledì 20 maggio riguardante il voto di auto-scioglimento della Knesset, il Parlamento israeliano, che consentirà di anticipare da fine ottobre a settembre le elezioni politiche.
Un dettaglio burocratico apparente, ma di fatto un “liberi tutti” che conviene a ogni formazione e mostra quanto, dopo quasi quattro anni del sesto governo di Netanyahu e tre di Israele in guerra su ogni fronte, da Gaza all’Iran, lo Stato Ebraico sia ormai cambiato. Il Likud nazionalista e conservatore di Netanyahu ha bisogno di smarcarsi dagli estremisti alla sua destra per controbattere all’emorragia di consensi, il duo formato da Naftali Bennett e Yair Lapid spera di anticipare il momento della vittoria agognata da tempo, i radicali vogliono tornare battitori liberi. Ne deriva una dinamica che vede sul piano politico emergere una corsa al disconoscimento generalizzato: i partiti al potere fingono di non essere mai stati assieme. Ben Gvir, fautore della svolta dura contro i palestinesi, della pena di morte per i sospettati di terrorismo, di un incancrenimento del nazionalismo israeliano, è stato portato al governo da Netanyahu in cambio del sostegno ai giochi politico-giudiziari del premier e alle sue riforme. Ora Bibi si accorge dell’uomo a cui ha dato spazi e prebende.
Ora tutti potranno fare campagna elettorale sui temi forti: Netanyahu potrà usare il distanziamento da Ben Gvir per provare a marcarlo sui temi del nazionalismo e della sicurezza, Lapid e Bennett spingere sulla ricerca di un’alternativa, le varie fazioni “tribalizzate” portare avanti la propria battaglia personale. Non a caso, rispetto a precedenti tentativi insoddisfacenti per sciogliere l’attuale Knesset, “ciò che è cambiato è che i partiti che rappresentano gli Haredim – ebrei ultraortodossi – hanno deciso di sostenere il voto per elezioni anticipate la scorsa settimana. Ci sono due partiti haredimi nella Knesset: United Torah Judaism, che rappresenta gli Haredim delle comunità ashkenazite, e Shas, che rappresenta gli haredim sefarditi delle comunità mizrachi”, nota Unpacked, e per loro lo scioglimento della Knesset vuol dire che leggi del genere dovranno ancora aspettare.
Israele, rispetto al 2022, è molto più nazionalista, molto più radicale e molto più tribalizzata. La scelta di anticipare il voto mostra la volontà dei partiti di dare libero sfogo a tali nuove dinamiche e di consolidare una corsa alla ristrutturazione del sistema politico che tutti ritengono condizionabile con la loro battaglia personale. In particolare, Netanyahu, Bennett e Lapid concordano su una cosa, e cioè che sarà il giudizio sull’operato personale del premier il fattore decisivo. I partiti all’esterno, invece, ritengono che coltivare ognuno la propria realtà e il proprio scenario sia la via maestra per consolidarsi alle urne. Ne uscirà, inevitabilmente, uno Stato ancora meno coeso di quello che Netanyahu ha ereditato dopo un solo anno e mezzo di purgatorio dal potere nel 2022.