Skip to content
Politica

Israele, a ottobre si vota e i sondaggi dicono che Netanyahu…

La coalizione di Netanyahu appare in difficoltà, l'opposizione recupera soprattutto con il nuovo partito Yashar. Ma il ruolo di king maker potrebbe spettare ai partiti arabi

C’è una particolarità, spesso non sottolineata, che sta riguardando la politica israeliana: per la prima volta dopo decenni, la Knesset (il Parlamento israeliano) sta arrivando alla sua scadenza naturale. Ma questo è ovviamente tutt’altro che un simbolo di normalizzazione del quadro politico. Al contrario, in Israele non si è andato a votare perché la legislatura è stata caratterizzata quasi per intero dalla guerra. Nonostante una maggioranza di appena due deputati in più rispetto alla soglia minima, il premier Netanyahu ha blindato il suo esecutivo e ha retto fino alla fine del quadriennio. Adesso però dovrà inevitabilmente fare i conti con le elezioni, previste entro ottobre. E la tregua in Libano e la persistenza del cessate il fuoco in Iran stanno ponendo il premier in una situazione di difficoltà nei sondaggi. Anche perché, nei suoi confronti, gli attacchi adesso arrivano pure dalla sua stessa coalizione.

Le difficoltà interne all’attuale coalizione di maggioranza

Il sistema israeliano è caratterizzato da una legge elettorale proporzionale, applicata su liste ricadenti all’interno di un unico collegio nazionale e con uno sbarramento al 3.25%. Non sono previsti premi di maggioranza e ogni lista corre in solitaria, a volte però con all’interno due o più partiti. Netanyahu, eccezion fatta per i mesi di governo Bennett nel 2022, dal 2009 a oggi è stato costantemente confermato grazie alle prestazioni del suo partito, ossia il Likud. La formazione, la principale del centrodestra israeliano, è riuscita sempre a piazzare tra i 25 e i 35 deputati e questo ha facilitato il lavoro del premier nel trovare alleati per arrivare a quota 61. Quest’ultima è la cifra necessaria, in un Parlamento composto da 120 deputati, per formare una maggioranza di governo.

L’attuale coalizione che regge l’esecutivo vede al suo interno la presenza del Likud, così come dei partiti della destra messianica di Potere Ebraico e Sionismo Religioso. Si tratta delle formazioni, rispettivamente, di Itamar Ben Gvir e Bezalel Smotrich. C’è poi il partito di centro del ministro degli Esteri Gideon Sa’ar, ossia Nuova Speranza. Infine, ci sono le formazioni religiose di Shas e Giudaismo Unito nella Torah. Anche se, riguardo a questi due partiti, occorre sottolineare che al momento il loro è solo un appoggio esterno all’esecutivo per via delle controversie sulla leva obbligatoria per i membri delle comunità ortodosse.

Ad ogni modo, quando si andrà a votare dovrebbe essere questa la coalizione disposta a dare nuovamente supporto a Netanyahu. Secondo gli ultimi sondaggi tuttavia, l’unione tra gli attuali partiti di maggioranza otterrebbe soltanto 49 seggi. Un numero piuttosto basso, lontano da quota 61. A pesare è, in primo luogo, l’indietreggiamento del Likud: il partito del premier si dovrebbe confermare al primo posto ma con 24 seggi a fronte degli attuali 34. Ci sono poi due formazioni dell’attuale maggioranza al momento al di sotto della soglia di sbarramento: si tratta di Nuova Speranza, ma soprattutto del Sionismo Religioso del ministro Smotrich. Dentro il Parlamento invece dovrebbero nuovamente sedere i deputati di Potere Ebraico, accreditati di 9 seggi, e delle formazioni religiose. Queste ultime dovrebbero ottenere tra i 9 e i 7 deputati a testa.

L’ascesa di Yashar tra le file dell’opposizione

A contendere il primato al Likud, grazie ai 23 o 24 seggi di cui attualmente è accreditato, potrebbe essere la lista Bennett. Si tratta della formazione che prende il nome dall’ex premier e suo fondatore, in corsa quindi per guidare l’opposizione e sfidare direttamente Netanyahu al voto. Dietro però, scalpitano altri partiti che stanno avendo, secondo i sondaggi, sempre più presa. A partire da Yashar, lista formata nei mesi scorsi dall’ex capo di stato maggiore dell’esercito Gadi Eisenkot. Centrista e profondamente critico di Netanyahu, il suo nuovo partito sta attirando consensi di chi considera “debole” la politica diplomatica dell’attuale premier. Con riferimento al fatto che Tel Aviv ha dovuto digerire due tregue, quella in Iran e quella in Libano, di fatto mediate dagli Stati Uniti. In ascesa, dopo anni di declino, la sinistra israeliana: Yair Golan ha unito gli ex laburisti con gli ex di Meretz per formare il Partito Democratico, accreditato di 9 seggi.

Gli stessi di un altro partito dell’opposizione, Yisrael Beiteinu di Avigdor Lieberman: lista di riferimento della destra russofona israeliana, nonostante le divergenze con Democratici e centristi da tempo il suo fondatore parla della necessità di unire l’opposizione in funzione anti Netanyahu. L’avanzata di Bennett e Yashar ha fatto indietreggiare i due principali partiti centristi del parlamento uscente: Yesh Atid, dell’ex presentatore Yair Lapid, e Blu&Bianco di Benny Gantz. Il primo dovrebbe entrare nella Knesset con 7 seggi, il secondo invece potrebbe non superare lo sbarramento. Complessivamente, l’attuale opposizione avrebbe 61 seggi. La soglia minima per formare quindi un governo.

Il ruolo dei partiti arabi

Se quindi il governo oggi potrebbe contare su 49 deputati e l’opposizione su 61, dieci seggi rimarrebbero fuori da questo conteggio. Non si tratta di un errore di matematica, bensì del fatto che occorre ben considerare nella partita anche le storiche formazioni di riferimento della comunità arabo israeliana. Secondo gli ultimi sondaggi, due liste arabe dovrebbero ottenere 5 seggi a testa. Si tratta di Hadash-Ta’al, formazione considerata come quella più orientata a sinistra, e di Ra’am. Quest’ultima è invece sempre stata vista, seppur con i vari distinguo, come costola dei Fratelli Musulmani tra gli arabi di Israele. Da mesi si parla della formazione di una lista comune capace di arrivare fino a 10 o anche più deputati alla Knesset. Considerando i numeri esigui dell’attuale maggioranza di governo e la frammentazione dell’attuale opposizione, le liste arabe potrebbero arrivare ad avere un ruolo inedito: quello di ago della bilancia del prossimo Parlamento. Storicamente i partiti arabofoni raramente sono entrati al governo, tuttavia un loro appoggio esterno potrebbe determinare la vittoria o la sconfitta di uno dei due blocchi contrapposti.

Abbonati e diventa uno di noi

Se l'articolo che hai appena letto ti è piaciuto, domandati: se non l'avessi letto qui, avrei potuto leggerlo altrove? Se pensi che valga la pena di incoraggiarci e sostenerci, fallo ora.

Lascia un commento

Non sei abbonato o il tuo abbonamento non permette di utilizzare i commenti. Vai alla pagina degli abbonamenti per scegliere quello più adatto

Perché abbonarsi

Sostieni il giornalismo indipendente

Questo giornale rimarrò libero e accessibile a tutti. Abbonandoti lo sostieni.